giovedì 19 aprile 2018

prince, 'sign o' the times'



ora che sapete cosa sta alla base di questo disco, è finalmente giunto il momento di parlarne.
è il 31 marzo 1987 (il 30 in inghilterra) quando 'sign o’ the times’ viene pubblicato e, ancora una volta, esplode in tutto il mondo. il lavoro di distillazione che prince ha compiuto sul materiale di ‘crystal ball’ ha smussato gli angoli, anche se il prezzo non è indifferente visto che per strada si perdono proprio ‘crystal ball’, ‘joy in repetition’ e ben 4 pezzi di ‘camille’ (‘rebirth of the flesh’, ‘rockhard in a funky place’, ‘shockadelica’ e ‘good love), oltre alla neonata ‘the ball’. ciononostante, il risultato è un altro miracolo e l’ennesima evoluzione di prince, sia musicale che estetica.

“prince con gli occhiali” è una buona sintesi della nuova immagine: non scompare il lato animale (anche se viene confinato in zone precise) ma all'improvviso viene allo scoperto il versante intellettuale e spirituale dell’artista, con testi che si inerpicano per gli insidiosi sentieri della critica sociale, della religione e delle questioni esistenziali, il tutto affiancato ai soliti momenti di festa e delirio, i quali però sembrano intrisi di una lieve malinconia.
di sicuro è il disco con cui prince torna in un contesto più legato al suo tempo, dopo due dischi fuori sincro come ‘around the world in a day’ e ‘parade’. il rap è esploso e non si può fare a meno di notarlo nelle ritmiche, è forse l’elemento più “nero” di un album che ancora una volta gioca sull’equilibrio fra suono afroamericano (‘housequake’, ‘slow love’, ‘it’s gonna be a beautiful night’) e rock bianco (‘play in the sunshine’, ‘strange relationship’, ‘the cross’).
'sign o’ the times’ è un ritorno netto di prince solista: sciolti i revolution, ri-registra vari brani per togliere i loro contributi oppure li annega nei mix per nasconderli, come nel caso di ‘strange relationship’ che qui perde l’aura etno-psych e si mostra come più semplice canzone pop; mossa vincente? per il disco sì, quei rimandi sarebbero stati forse fuori luogo, ma per quel brano in particolare no, poiché perde un pochino della sua magia.

qui finalmente la title-track arriva alla sua forma più compiuta, con la coda percussiva dopo l’assolo di chitarra. è un brano che è diventato paradigmatico per prince, sia liricamente che musicalmente: la ritmica scarna, la chitarra secca, pochi synth e la voce sinceramente preoccupata, è una formula che negli anni ’90 verrà ripresa più volte dall’artista. liricamente riesce invece a mettere un sacco di carne al fuoco senza mai essere troppo complessa o elaborata, il linguaggio è diretto come la musica ed il significato difficilmente fraintendibile (come invece succederà a volte in futuro).
‘housequake’ è uno dei capolavori assoluti, un brano con cui prince entra a gamba tesa sul mondo della musica, inventandosi un nuovo modo di suonare funk negli anni ’80 senza l’orrenda patina di plastica che ricopriva tutto in quel periodo. è un brano dalla struttura apparentemente aperta ma in realtà molto studiata (un’illusione che prince è sempre stato bravo a creare), se si pensa che i continui break chiamati alla band sono in realtà chiamati a… sé stesso, o al limite a leeds e bliss. 
altro miracolo è ‘the ballad of dorothy parker’, un pezzo che gioca con quell’immaginario psichedelico/sixties (cita apertamente joni mitchell) con cui ogni tanto prince si trastullava: strati sonori, campioni, voci parlate e una storia fatta di stanze violente, vasche da bagno e bolle di sapone, tutto in un suono morbido e vellutato che non aggredisce mai ma invece culla con una vibrazione malinconica che lo attraversa. parlando di psichedelia non si può evitare di citare ‘starfish and coffee’, ancora più in debito con la fine degli anni ’60 e i suoi suoni lisergici (qui abbiamo anche una chitarra in reverse alla lennon).
se il lato animale viene recintato in zone sicure (‘it’, ‘hot thing’, ‘u got the look’, tutte dal suono torbido e aggressivo), quello spirituale pervade un po’ tutto l’album, con frasi tra il filosofico e l’esistenziale che si insinuano anche nella title-track o in ‘play in the sunshine’ (“i’m gonna find my four-leaf clover, before my life is done, somewhere, somehow i’m gonna have fun”). la vera esplosione spirituale si ha in pezzi come ‘forever in my life’, ‘the cross’, ‘adore’ e ‘if i was your girlfriend’, ognuno con una sfumatura diversa: ‘the cross’ tocca ovviamente il tema religioso, con un mezzo spiritual in punta di piedi fino all’esplosione hard rock finale; ‘forever in my life’ gioca con l’ambivalenza amore-religione su un arrangiamento assurdo per batteria e voci (canoni, fughe, incastri, tutti strumenti che mostrano lo studio e la preparazione alla base di queste canzoni); 'adore’ è una delle più belle canzoni d’amore di prince, un flusso di parole in falsetto che verrà imitato più volte negli anni ’90 con scarsi(ssimi) risultati, accompagnato da un crescendo musicale da brividi; e infine ‘if i was your girlfriend’, capolavoro di ambiguità che, dietro a un’altra canzone d’amore, maschera uno slancio verso le grandi domande della vita, con il cambio di sesso come veicolo per ottenere maggiori risposte. è un brano sul cui aspetto psicologico ci sarebbe da parlare per ore, con prince che si immagina fidanzata del partner, mostrando una cura ed un’attenzione nei particolari che lascia a bocca aperta, un’immedesimazione quasi straniante per profondità.

delle outtake direi che ne abbiamo abbondamente parlato nell’articolo precedente, qui in più c’è solo la b-side di 'sign o’ the times’, ‘la, la, la, he, he, hee’, un pezzo musicalmente divertente ma che non aggiunge nulla al disco, se non un testo seriamente demenziale che pare sia uscito dalla penna di sheena easton (l’ha dichiarato lei nel 2012 e lui non ha mai contraddetto. non vedo perché avrebbe dovuto.) nell’87. di tutto il materiale eccelso che circonda questo disco, che proprio questa canzonetta sia stata scelta come b-side di 'sign o’ the times’ lascia seriamente perplessi (ne esiste una versione ‘highly explosive’ da 10 minuti, cercatela se non avete proprio niente di meglio da fare).

'sign o’ the times’ non è un disco difficile e non è un disco semplice. se lo mettete in macchina e alzate il volume ve lo godete tantissimo, se vi mettete a seguire i testi ascoltando il vinile sul divano ve lo godete in un modo completamente diverso, può essere preso sia superficialmente che in maniera profonda, motivo per il quale ha avuto quel successo spaventoso. in questo possiamo notare l’influenza su prince di una tradizione come quella di duke ellington, maestro nel costruire impalcature concettuali profondissime per poi ricoprirle da una melodicità irresistibile che conquistava il mondo.

e se non fosse bastato il disco per conquistare il mondo, il tour ha decisamente rincarato la dose. la voglia di cambiamento era evidente fin dalla scaletta, che presentava l'intero 'sign o’ the times’ meno ‘starfish and coffee’ e ‘strange relationship’ (guarda caso i due brani con i maggiori input dei defunti revolution) e ben poco dal passato: un medley con ‘let’s go crazy’, ‘when doves cry’ e ‘purple rain’, ‘1999’, ‘little red corvette’ non intera e ‘girls & boys’. 
esistono vari filmati di questo tour da affiancare a quello ufficiale, che però non è un vero live ma un ibrido tra studio, live e playback creato per avere una sorta di narrazione. sono spettacoli di grande carattere in cui però si avverte un assestamento in corso, che si realizzerà solo nel pazzesco tour di ‘lovesexy’, probabilmente il migliore di tutta la carriera. consigliato il video ‘for those of you on valium’, data di prova del tour al first avenue di minneapolis.

’sign o’ the times' è uno dei dischi più riveriti, ammirati ed imitati di un intero decennio e del pop in generale, un frullatore musicale in cui mille suoni, parole e colori si uniscono a formare una sola immagine, quella inconfondibile di prince. quella che a prima vista può sembrare un’opera slegata e poco coesa, all’ascolto si rivela un viaggio pianificato nei minimi particolari, da un inizio più terreno verso uno svolgimento sempre più spirituale, senza l’eccessivo slancio enfatico che romperà in parte le gambe a ‘lovesexy’. 

opera di equilibrio mirabile, frutto di una sintesi accurata ed intelligente, emblema della genialità di prince.

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