domenica 9 dicembre 2012

nanodischi #1: 2012


seguendo l'esempio del magnifico cash, vi riverso addosso una palata di roba di quest'anno che ho ascoltato ma non ho mai avuto voglia di recensire per intero. la rubrica si chiamerà nanodischi. dall'anno prossimo se avrò voglia potrei farlo ogni mese. chissà.
vado.



1. aerosmith, music from another dimension

divertente, molto meglio di quanto mi aspettassi, troppo lungo. la voce di tyler risente un po' degli anni ma ne ha anche 179mila per cui ci sta.


2. anathema, weather systems

prima metà grandiosa, nella seconda si perde un po', comunque molto bello. sta sui binari del rock malinconico sovrarrangiato del disco prima. qualche simpatico fantasmino di "judgement".


3. anglagard, viljans öga

quello che ci si poteva aspettare, ovvero un disco della madonna. progressive strumentale composto e suonato in maniera eccelsa, con una vaga reminiscenza di prog italiano.


4. arjen lucassen, lost in the new real

delusione orribile. noioso progghino scontato, produzione bombastica che appiattisce tutto, la sua voce da sola annoia presto. cover brutte. ben poco da salvare.


5. beach boys, that's why god made the radio

gnè. qualche bel pezzo ma troppi bruttini. suoni molto belli, ovviamente armonie vocali stupende ma le canzoni non reggono e ogni tanto puzzano di beach boys anni 80.


6. brasstronaut, mean sun

fantastico, ancora meglio del primo, gran disco di rock atmosferico di classe. gli inserti dei fiati, insieme a un mix morbido e caldo, danno quel profumo jazz che rende il tutto molto leggero all'ascolto.


7. captain beefheart, bat chain puller

se "trout mask replica" vi ha cambiato la vita anche questo vi farà divertire. seconda collaborazione del capitano con frank zappa, registrazione inedita (ufficialmente) del '76. è il blues frantumato di replica ma con una sensibilità lievemente più "approcciabile". assolutamente da sentire.


8. chris robinson brotherhood, big moon ritual/the magic door

coppia di dischi di strepitoso rock/blues tinteggiato di psichedelia californiana, una goduria dall'inizio alla fine con la bellissima voce di robinson a fare da guida. personalmente nell'insieme preferisco the magic door per il suo feeling più blues e coinvolgente ma in ritual si sentono di più i grateful dead e le derive strumentali quasi quicksilver, è una dura lotta. ascoltateli tutti e due.


9. comus, out of the coma

uno dei ritorni che attendevo di più, tre brani inediti uno più bello dell'altro sulla scia del folk psichedelico maligno di "first utterance". in generale c'è più coscienza e padronanza della composizione ma ciò non toglie godibilità a un ep stupendo, completato da una registrazione live del 73 di una suite inedita.


10. converge, all we love we leave behind

quanti schiaffi. vengono, ti spaccano tutte le ossa e se ne vanno. solo che lo fanno meglio di come gli sia venuto negli ultimi anni. sarà che hanno tagliato tutte le mediazioni tra loro e i fan ma qui si sente una foga hardcore (artistica e fisica) che a mio parere mancava da un po' di tempo. il suono delle chitarre potrebbe rompervi tutti i denti.


11. david byrne & st. vincent, love this giant

funk pop storto e ubriaco, all'inizio suonerà stranissimo, poi lo metterete in macchina a volumi osceni e vi divertirete un sacco. la base dei pezzi è decisamente più opera di byrne ma gli interventi della ragazzina si fanno sentire dando un colore più moderno e un tocco femminile che funziona da controparte per la voce aliena di byrne.


12. earth, angels of darkness demons of light II

bello ma non mi ha preso come la prima parte. comunque è un disco degli earth, se volete degli enormi spazi aperti per cullarvi la notte, loro sono qui. o anche se volete rollare qualcosa e passare un'ora a guardare il fieno che cresce.


13. geoff tate, kings and thieves

ora mi ritengo personalmente offeso.


14. godspeed you! black emperor, 'allelujah! don't bend! ascend!

gnè. molto bella la prima suite, troppo riciclata la seconda, inutili i due intermezzi. riascolto "antennas" e son più felice.


15. meshuggah, koloss

molto meglio di "obzen", la formula è sempre la stessa ma quando i meshuggah pestano nessuno gli sta dietro. questa volta giocano più del solito con le terzine ma il risultato è sempre lo stesso: alla fine avrete tutte le ossa rotte.


16. nile, at the gate of sethu

poche volte ho sentito un disco con dei suoni così di merda. mi sono scaduti come pochi.


17. poor moon

simpatico spin off di un paio di membri dei fleet foxes, indie-folk ogni tanto saltelloso, ogni tanto un po' troppo melenso, sticazzi, dura 35 minuti scarsi.


18. sam lee, ground of its own

un'opera d'arte, il recupero di sam lee della tradizione folk britannica è un disco che lascia senza fiato per la bellezza delle canzoni, degli arrangiamenti e della sua atmosfera pastorale. la delicata ma decisa voce di lee conduce attraverso brani che vedono un continuo mutare di suoni e strumenti tradizionali (un disco folk senza chitarra, grazie!) tutti focalizzati sul riprodurre una fotografia di praterie perlate di rugiada in un tempo lontano fuori dal tempo. senza dubbio uno dei dischi dell'anno.


19. soulsavers & dave gahan, the light the dead see

l'incontro con dave gahan in parte delude, quando l'alchimia funziona ne esce un soul profondo e cupo (oggi privato quasi completamente dell'elettronica), in troppi momenti invece la monotonia affossa l'ascolto.


20. van halen, a different kind of truth

è vero, se ho voglia di van halen metto su il primo o "f.u.c.k.", è vero che metà dei pezzi sono vecchie outtakes... ma io mi son divertito. non è certo un capolavoro ma si fa ascoltare.


21. vcmg, ssss

la ritrovata collaborazione tra vince clark e martin gore ci regala una perla di techno durissima direttamente dall'inizio degli anni '90, martellamento duro e quasi nessuna concessione all'easy listening. e suonini, suonini, suonini.


22. zz top, la futura

non me l'aspettavo proprio, tornano con un gran bel disco di southern rock bluesaccio zozzo e lercio cantato con la voce più zozza e lercia della storia. all hail the beard.

lunedì 19 novembre 2012

neurosis, "honor found in decay"




il mio primo incontro con un disco dei neurosis è stato nel 2002 quando, un anno dopo la sua uscita, mi fu prestato "a sun that never sets". parlare di "colpo di fulmine" penso sia riduttivo, dal momento in cui è partita "the tide" la prima volta qualcosa mi è scattato dentro. quelle voci, quelle chitarre, le texture di suoni alieni, il rito tribale inarrestabile della batteria... poche cose al mondo mi hanno spaccato la faccia come i neurosis e ad oggi continuo a considerarli come uno dei gruppi più geniali ed unici che il rock "pesante" abbia mai visto o sentito.

a 5 anni dal trip nel buio di given to the rising ecco oggi arrivare a noi honor found in decay.
l'impressione dopo un primo ascolto è che il disco sia uno di quei parti "riassuntivi" che ogni tanto una band produce a un certo punto della sua carriera e la cosa non cattura molto. coi successivi ascolti la situazione cambia leggermente ma, per partire dal fondo, ci troviamo comunque davanti al disco meno "evoluto" e "out there", per dirla con miles, che i californiani abbiano registrato fino ad oggi. se ciò di per sé non è né un bene né un male, nel caso dei neurosis, band in continuo movimento da cui ci si aspetta sempre un passo in avanti, non è proprio una cosa bella. se a ciò aggiungiamo il fatto che il disco parte con "we all rage in gold", probabilmente il pezzo meno riuscito e interessante dell'album, si capisce che un'iniziale delusione possa essere molto facile.

ovviamente però i 6 di oakland hanno dalla loro anni di esperienza nello scrivere canzoni mostruose, nonché un suono che da solo vale il prezzo del biglietto (come al solito è pazzesco il lavoro di steve albini in cabina di presa, letteralmente da lacrime). quindi ecco arrivare subito una "at the well" (già presentata live nel 2011 insieme a "raise the dawn") che gioca a dondolare tra derive acustiche fortemente memori dei lavori solisti di von till e bordate tribal-industriali che sanno di through silver in blood a kilometri di distanza e mi fanno tanto tanto felice.
ma il meglio deve ancora arrivare: "bleeding the pigs" è un incubo di quasi 7 minuti che spegne ogni luce possibile e trascina in un baratro di drone e interferenze ed esplosioni di buio (e un riff di chitarra che sembra uscito dalle dita di chris de garmo, wtf??!). capolavoro del disco, uno dei più grandi esempi dell'estetica e dinamica dei neurosis di oggi.
non molto da meno è "all is found... in time", ovvero la versione prog dei neurosis più psichedelici, brano in continuo movimento che dipinge enormi spazi siderali prima di abbattersi sul collo come una mazza ferrata.

tra il resto dei brani si può citare lo stupendo, epico ed incessante riff di "casting of the ages" ma la chiusura con "raise the dawn", per quanto efficace, non resta molto addosso. non mi ha convinto nemmeno "my heart for deliverance", un buon inizio ed una buona fine ma una lunga parte centrale che allevia la tensione con una composizione in maggiore un po' troppo standard e poco neurosis (non mi va di dire "derivativa" ma quando entra un campionamento di spoken word il collegamento coi godspeed you black emperor è quasi immediato).
si fanno notare più del solito i synth e suoni di noah landis, spesso in primo piano e vere armi vincenti di un brano come "bleeding the pigs" e ciò è molto bello.

i neurosis non sono in grado di fare un disco pacco, con quel suono e la loro capacità di far tremare le montagne è difficile sbagliare. prima o poi però viene per tutti il momento in cui si dice: non è assolutamente brutto ma è il disco meno interessante che abbiano fatto da un sacco di anni. ciononostante tra un'atmosfera incredibile, i suoni di albini, le voci torturate di kelly e von till e almeno 2 pezzi incredibili e un capolavoro... per qualche anno possiamo essere a posto.

devin townsend project, "epicloud"




è difficile per me scrivere di questo disco. il motivo principale è la mia delusione nei suoi confronti.
è difficile perché solo un anno fa ero qui a godere infinitamente di tutta la grazia che deconstruction e ghost mi avevano riversato addosso. oggi ascolto epicloud e mi chiedo se ce ne fosse veramente bisogno.

passata l'intro il tutto parte subito malissimo: "true north" è molto probabilmente la più brutta canzone mai pubblicata da devin in un disco che non fosse di b-sides, con un testo imbarazzante e basata su soluzioni trite e ritrite che la voce della ritrovata anneke non fa che rendere ancora più mielose.
va poco meglio con "lucky animals", divertente auto plagio della geniale "bad devil" da infinity che piacerà tanto ai fan di ziltoid (il mediocre disco, non il geniale pupazzetto. viene un po' da chiedersi quanto devin abbia effettivamente voglia di fare ancora il buffone e se non sia più interessato a progetti evidentemente più sinceri e geniuni come ki o ghost.)
proprio da infinity viene recuperato un certo approccio melodico ed armonico etereo ma non altrettanto riuscito (vedi "where we belong", dignitosa appendice del succitato ghost buttata un po' in caciara da un ritornello fin troppo ridondante).

il vero problema dell'intero disco è proprio il suo venire dopo la quadrilogia del devin townsend project e volerne mantenere il nome: in quei quattro dischi il canadese ha portato alle estreme conseguenze ogni sfaccettatura del proprio suono per cui questo ulteriore capitolo risulta quantomeno superfluo.
non vuol dire poi che sia brutto: "save our now" ha un bel tiro con vaghe ombre di ocean machine, da "where we belong" ci si lascia cullare volentieri, l'intermezzo di "lessons" è forse la cosa migliore dell'intero disco che propone anche una "rilettura" di "kingdom" da physicist, invero completamente inutile in quanto pressoché identica all'originale. "divine" poteva tranquillamente stare su ki ed è una bella ballata dal retrogusto ambientale che anticipa il ritorno del delirio da deconstruction di "grace", bella ma non a livello di una "stand" o "juular" così come "more!" fa il verso a addicted senza averne la verve.

per concludere, "epicloud" non è esattamente un disco brutto, semmai è mediocre, ma il suo difetto fondamentale sta nella sua totale inutilità, sia all'interno del progetto devin townsend project, sia nella discografia in toto del canadese. se non lo conoscete non cominciate da qui, se lo conoscete lasciate perdere comunque, più di un paio di momenti divertenti non troverete.
peccato.

lunedì 22 ottobre 2012

my dying bride, "a map of all our failures"




"for lies i sire" non era stato granché, diciamolo. aveva qualche pezzo molto bello ("santuario di sangue" su tutte, già dal titolo) ma in generale mostrava un deciso riciclo di idee ed aveva l'aggravante di essere rovinato da quella cagna maledetta che stuprava il suo violino per tutto il disco.
oggi i my dying bride, ancora senza adrian jackson, bassista e fondatore scappato negli usa, riescono invece a convincere con un disco marcio, strascinato e veramente riuscito.

non avrete alcun dubbio quando le campane a morto introdurranno il riff portante di "kneel till doomsday" prima che aaron inizi la sua litania funebre. quando poi delle dissonanze di violino vi porteranno nella parte centrale della canzone e vi chiederete se non avete messo su per sbaglio "turn loose the swans" non potrete che abbandonarvi al flusso mortale che è questo disco.

non ci sono grosse sorprese o scossoni nel suono della band. shaun macgowan sostituisce la cagna maledetta (di cui sopra) al violino e riporta lo strumento dove dovrebbe stare: a fare ghirigori gotici e putrescenti sopra al muro doom costruito dal resto del gruppo (che vede ancora alla batteria come session il ritrovato shaun taylor-steels, protagonista di una prestazione scarsa e mediocre come suo solito, con bella evidenza di parti di doppia cassa palesemente ritoccate in studio). la bassista lena adé (dall'accento improponibile, guardare il dvd per credere) sfodera una buona prestazione che fa rimpiangere solo in pochi momenti il suono mostruoso che aveva ade.

personalmente trovo che le punte massime del disco si trovino nella melodica e apertissima "the poorest waltz" (potevano almeno farla in 6/8), nell'abisso di disperazione di "like a perpetual funeral", nella bellissima title-track (la cui strofa per qualche motivo mi ha ricordato gli slint) e nella finale (bonus track a parte) "abandoned as christ", la quale verso la metà sfocia in un riff da lacrime.

da segnalare anche il fatto che con l'edizione limitata del disco, la kscope (in assoluto una delle migliori etichette rock di oggi, distribuisce anche la peaceville per la quale i bride escono) pubblica un dvd contenente un documentario di un'ora abbondante sulla storia del gruppo con interviste ai membri stessi. per la verità non intrattiene molto, è piuttosto noioso ma se siete interessati alla storia della band non mancherà di darvi qualche bel momento.

ultimo appunto da fare è sulla copertina, che dopo anni e anni di tradizione non viene questa volta disegnata da aaron e infatti a mio modesto parere non inquadra quasi per nulla quello che è il disco ma queste sono opinioni.
quello che non è troppo opinabile è il fatto che questi 5 inglesi dopo tutti questi anni riescano ancora a fare dischi stupendi avendo cambiato il proprio suono in modo minimo, quasi nullo se paragonato al percorso intrapreso anni orsono dai compagni di doom dell'epoca, anathema, katatonia o paradise lost che sia.

venite nell'abisso anche voi.
èbbeeeeeeeeeeeeeello.

martedì 2 ottobre 2012

muse, "the 2nd law"




cito wikipedia:
"la fiat duna è stata un'automobile prodotta dalla casa automobilistica italiana fiat tra il 1987 ed il 1991."
"in italia la duna gode di una notevole fama grazie alla satira, che spesso l'ha usata per esemplificare un'automobile di bassa qualità (la rivista cuore nel 1993 le dedicò addirittura un ironico calendario). nel 1994, il gruppo di rock demenziale trombe di falloppio pubblicò il brano duna bianca (a sua volta una parodia di metal health dei quiet riot), che ironizzava sulle scarse prestazioni e i numerosi difetti dell'automobile."

tuco benedicto pacifico juan maria ramírez: il brutto.

"i, robot" is a 2004 science-fiction action film directed by alex proyas.

queen are a british rock band formed in london in 1971.

il mondo ne ha viste e sentite di cose brutte.
i queen ci hanno costruito una carriera.
qualcuno ha detto di matthew bellamy: "sai cosa mi colpisce di lui? che riesce a sembrare freddy mercury frocio.". e di questo disco: "è roba che negli anni 80 avrebbero detto "no dai un po' di buongusto per favore"".
la mamma di bellamy si vergogna a farsi vedere in giro. è una tragedia, deve uscire sempre mascherata perché se no la gente la vede e dice "ehi, è la mamma di matthew bellamy".
la sua maestra delle elementari ha dichiarato: "fin da bambino aveva la tendenza a fare delle associazioni inusuali. che poi è un modo carino per dire che metteva insieme roba a cazzo perché tanto era già ricco".
oggi matthew bellamy è ancora più ricco. oggi, per la precisione, è "ricco da far vomitare" (cito la sua dichiarazione dei redditi). provate a pensare cosa può fare uno con tutti quei soldi. pensate a tutte le peggio cazzate che potreste fare con quei soldi. nessuna, ripeto, nessuna delle cose che avete pensato sarà mai una cazzata peggiore di questo disco.

qualche anno fa i muse erano riusciti a battere il record di disco più brutto mai sentito, con l'opera d'arte "the resistance", un qualcosa che ha fatto convertire renato zero alla sobrietà. e pensare che il titolo lo deteneva già un loro disco, l'esorbitante "showbiz" con i suoi inconfondibili assoli di pianto che neanche mariottide.
questa volta hanno fatto una cagata tale che non sono riusciti nemmeno a battersi.
il disco parte alla grande: dopo appena 20 secondi "supremacy" si gonfia di oscene tastiere che la sollevano fino ad essere tanto pomposa che anche i blind guardian sotto anfetamina all'oktober fest si direbbero "no, dai". ma il meglio viene con "madness". qualcuno mi aveva detto "sembra i want to break free versione dubstep". c'era già troppo di buono in quella definizione: la dubstep. ma per il resto è esattamente così. vorrete avere in mano una padella per le castagne rovente e la faccia di bellamy dopo nemmeno 15 secondi di canzone. l'irritazione che riesce a scatenare è molto vicina all'effetto di un paio di mutande di lana grossa piene di sabbia e vetro.
che dire poi della struggente "survival", un melodramma che una vedova napoletana al funerale di suo figlio troverebbe eccessivo, o di "explorers", l'ennesimo plagio dei radiohead in salsa lidl?
e quando pensi che il peggio sia passato, il disco si appoggia su tre-quattro pezzi talmente inutili, vuoti, ridondanti e vomitevoli da smettere di essere divertente e diventare semplicemente una palla al cazzo.

e poi la chicca: il gran finale con la suite orchestrale di nove minuti. io non credo di aver parole per questa cosa. sul serio, ci sto provando ma non riesco a descrivere. "it's impossible for words to describe what is necessary to those who do not know what horror means. horror... horror has a face..." diceva marlon brando. dovete sentire per capire.

e alla fine vi ritroverete in un angolo al buio a rimpiangere quanto di male avete detto sulla duna nella vostra vita. dovete pentirvi e questo disco è la vostra punizione. soffrite.

domenica 16 settembre 2012

steven wilson, "grace for drowning"




non è facile parlare di questo disco. non è facile per nulla.
il modo più semplice per approcciarlo è partire dalle parole di wilson stesso: parafrasando, "non mi interessa essere il musicista più innovativo di sempre, ho 44 anni ed ho voglia di fare il cazzo che mi pare". ha detto circa così. ma ha fatto esattamente così.

perché quando un disco va a pescare dal passato per essere ruffiano si sente. i flower kings, i wolfmother, i beardfish, tutti gruppi fantastici che però hanno quell'aura di revival che li caratterizza profondamente. "grace for drowning" no e, per assurdo, è quello che pesca più a man bassa di tutti. in senso che tra quelli citati è l'unico che effettivamente abbia lo spirito e la libertà creativa ed artistica di dischi come "larks' tongues in aspic" o "three friends" o "köhntarkösz". questo perché wilson non va a rubare melodie o armonie ma suoni e approccio compositivo e di conseguenza lo spessore del disco lievita fino a livelli troppo alti per l'ascoltatore medio che quasi sicuramente troverà il tutto una pappardella dispersiva di cui non capirà una sega.

la verità è che "grace" è un'opera fortemente strutturata, pur nel suo essere divisa in due dischi dei quali wilson stesso consiglia l'ascolto separatamente. il percorso che compie, allontanandosi via via sempre più dai sentieri normalmente battuti dall'inglese, porta ad un punto di non ritorno in cui tradizione e modernità si fondono senza che l'ascoltatore se ne accorga.
basti ascolatre le prime tre canzoni: "grace for drowning" fa da intro col suo pianoforte solitario e le armonie di voce che sanno di "stupid dream", "sectarian" sembra uscita da "the incident" ma con un feeling tutto virato al kingcrimsonismo più novantiano, quello di "thrak" per dire, mentre "deform to form a star" è una ballata le cui melodie semplicemente sciolgono l'ascoltatore in un mare di armonie che quasi rimandano alle glorie di "the sky moves sideways", con tanto di pink floyd immancabili ma con un'arrangiamento perfetto che maschera le stranezze armoniche in cascate di melodia.

da qui in poi il fuoco del disco inizia a cambiare con "no part of me", con le sue melodie desolanti perfettamente affiancate da ritmiche elettroniche algide e distanti. "postcard" riporta all'esordio solista "insurgentes" ma con la sensibilità di un "lightbulb sun" prima di gettarsi nell'incubo di "remainder the black dog", nove minuti e mezzo di contorsioni dark in un abisso di fusion rock suonato col cuore e non solo col cervello. senza togliere il fatto che di cervello in questo disco ce n'è, e tanto.

e va ancora peggio col secondo cd (o vinile, che ovviamente consiglio, dalla tracklist lievemente diversa), il cui centro è un mostro di 23 minuti e passa chiamato "raider ii" ma... ci arriveremo.
intanto si passa per un'altra ouverture strumentale, la spettrale "belle de jour", dall'atmosfera che fa l'occhiolino a "blackwater park" a distanza, per poi finire nel singolo "index", robotica, aliena, lontana eppure tremendamente catchy col suo groove meccanico. "track one" può passare inosservata ad un primo ascolto ma rivela in realtà il pieno controllo di wilson sull'opera, portando a maturazione le intuizioni drone del disco precedente inserendole in un tessuto melodico straniante e melanconico, non così lontano da alcuni momenti di "storm corrosion". splendido il video di lasse hoile.
poi "raider ii" arriva e tutto finisce. tecnicamente ci si trova di fronte a qualcosa di incredibile: le dinamiche vengono gestite in maniera pazzesca, sia come esecuzione sia come registrazione, con un'attenzione incredibile alle escursioni di volume. il tutto serve poi per eseguire un brano che lentamente fluisce senza momenti di stanca, tra espolosioni 21thcenturyschioidman-iane (gli è piaciuto remixare il catalogo di fripp, si sente), derive ambientali e groove storti, al servizio di un'atmosfera tesa e buia come non si era mai sentito in un disco di wilson.
"well, that's something" si autocommenta steven col primo verso della conclusiva "like dust i have cleared from my eye". conclusiva in tutti i sensi: la tensione si scioglie in 4 minuti di dolce ballata seguiti da altrettanti di coda ambient che va a sfumare nel silenzio.

prima di chiudere, è significativo dare un'occhiata alla lista degli ospiti del disco: tony levin, pat mastellotto, trey gunn, dave stewart, nick beggs, steve hackett, theo travis, markus reuter, la london session orchestra. così, tanto per dire. ovviamente il tutto condito dalle commoventi intuizioni visuali di lasse hoile (assolutamente da cercare i video alle canzoni) che caratterizzano il disco in modo semplice ed efficace.

questo disco non cambierà la storia della musica e non lo vuole fare. è un disco che oscilla costantemente tra cervello e caos e non trova un equilibrio se non nel suo essere assolutamente libero. libero da una forma costrittiva, libero da una definizione oltre quella di semplice musica, libero nel prendere dal passato per descrivere un momento presente, trasformandosi così di fatto in un'opera atemporale ed "assoluta" del rock intelligente. ovviamente il tutto è il punto di arrivo di un percorso che è iniziato quasi 50 anni fa e che non si fermerà qui. di questo wilson ne è cosciente e presenta il disco con assoluta umiltà, senza nascondere però l'orgoglio nell'essere padre di cotanta creatura, come dimostrato dal recente tour.
se siete di quelli che "i dischi come una volta non li fanno più", dovete ascoltare questo disco. e anche se non lo siete, dovete farlo comunque.

venerdì 31 agosto 2012

katatonia, "dead end kings"




ha fatto un caldo fottuto. non smetteva più. mancava l'aria, non si poteva dormire.
ma oggi piove. oggi il cielo è grigio e piove e c'è il vento.
e io ho comprato il nuovo dei katatonia. è già il giorno più bello dell'anno.

"night is the new day" è stato un capolavoro, di sostanza, di forma, di voglia di rinnovarsi. all'interno della discografia degli svedesi rappresenta indubbiamente il picco massimo della terza fase, quella iniziata con "viva emptiness", andando così ad affiancare gli altri due immensi "brave murder day" e "last fair deal gone down", che per chi scrive resta ancora la loro massima espressione.

oggi i katatonia hanno cambiato sia il chitarrista ritmico che il bassista, ormai da un paio di anni, e per assurdo per una volta sembrano voler restare ancora un po' nel colore del disco precedente, nonostante un nettissimo cambio cromatico dell'artwork.
qualche differenza c'è: c'è un uso ancora più ampio delle tastiere ed orchestrazioni ad opera di frank default, c'è l'ospitata della nuova cantante dei the gathering silje wergeland nella stupenda "the one you are looking for" e in generale c'è una forte ricerca della linea melodica ad effetto che a tratti fa suonare il disco quasi finlandese, pur non scadendo mai nella pacchianata. prova perfetta ne è "the racing heart", col suo ritornello intenso ed avvolgente è una delle gemme del disco.

ci sono poi ovviamente i pezzi più tirati, in particolare l'iniziale "the parting" e la finale (bonus track a parte) "dead letters" sono perfettamente inserite nel contesto dell'album e regalano i migliori momenti di schitarrate ma in generale il gruppo sembra volersi allontanare di nuovo dal metal, non ancora definitivamente ma quasi ci siamo. sicuramente ci si è lasciati dietro quella vaga patina di freddezza del periodo "the great cold distance" e la profonda emotività delle canzoni lo dimostra.
curiosa invece la bonus track che chiude l'edizione limitata del disco: una melodia particolarmente movimentata incastrata in un tessuto di chitarra acustica e percussioni che creano un suono decisamente inedito per il gruppo. decisamente inedito.
in mezzo, le melodie trasognate di ambitions, l'obliquità di "first prayer",  le dissonanze di "buildings", la sospensione di "leech" (che sembra una continuazione di "inheritance" dal precendente disco) e un sacco di altra roba bella, grigina e così goduriosamente triste da strapparvi la voglia di vivere con gli artigli. cazzo volete di più?
non c'è molto altro da dire questa volta, se li conoscete sapete già a cosa andate incontro: un lungo e grigio inverno coccolati dalla voce di jonas adagiata su quei tappeti ambientali che vi faranno dimenticare il caldo.
per sempre.

lunedì 2 luglio 2012

dischi dalla fine dell'umanità


nel mezzo di questo bel clima infernale (opposto ovviamente a quello invernale), faccio un ripassino dei dischi che sono usciti in questi primi sei mesi di quello che si spera sia l'ultimo anno dell'umanità.

iniziamo subito con una menzione d'onore: the lord of steel dei manowar.



ora, io di merda ne ho sentita tanta, apposta o no. non solo, a me i manowar piacevano e i bei dischi di una volta piacciono ancora (into glory ride su tutti, come si può non amare un disco con quella copertina?). the lord of steel è... vediamo, avete presente la finale italia spagna? ecco, the lord of steel è l'italia, con l'aggravante del suono di basso. ascoltatelo almeno una volta prima che finisca il mondo perché fa veramente schifo, vi divertirete un sacco.

poi andiamo con le ovvietà: ad oggi noctourniquet dei mars volta è ancora disco dell'anno, seguito chiaramente dai rush, gli ulver, i napalm death e tutti quei bei dischi di cui ho già parlato per cui non sto a ripetere. ascoltateli.

vi parlo invece di qualche altro disco di cui per qualche motivo non ho fatto la recensione. tipo, qualcuno sa perché non ho recensito jack white?



io non lo so e il disco è davvero bello. ma davvero bello, i suoni asciutti vintage ma moderni, la tracklist dinamica che alterna esplosioni a momenti psichedelici a ballate sghembe e solari, i led zeppelin, gli who, i creedence, i gun club, neil young e tutte quelle altre belle cose che ci sentirete dentro, sempre se farete in tempo. e poi che bello sentirlo suonare finalmente con dei batteristi veri.

oppure la sorpresa supercicciafigatissima di el doom and the born electric con un disco che propone una prospettiva un po' diversa e originale del prog-metal con dei suoni sporchi e potenti ed una voce calda e particolare ma soprattutto delle canzoni incredibili come it's electric o with full force.



sono norvegesi e sono guidati da el doom, chitarrista cantante già produttore di un po' di gruppi del nord europa. alle tastiere c'è ståle storløkken, collaboratore dei motorpsycho sull'ultimo the death defying unicorn.



del quale per altro potremmo parlare. lungo è lungo, son due dischi e l'ascolto intero è intenso, anche considerata la densità della musica contenuta. diciamo che i motorpsycho hanno deciso di buttarsi anima e corpo nel progressive e l'hanno fatto con un doppio concept in collaborazione con la trondheim jazz orchestra ai fiati ed il trondheimsolistene agli archi. capite che di roba ce n'è e all'inizio non è facile orientarsi, considerata anche la durata delle singole canzoni. di sicuro quando i tre norvegesi prendono il comando con vorticose jam ci si diverte un sacco, molti dei momenti con archi e fiati funzionano benissimo, qualcuno lascia un po' perplessi per un pizzico di enfasi di troppo ma alla fine chissenefrega, è un gran disco e il mondo si spera stia per finire.

consiglio assolutamente di ascoltare il miracolo compiuto dalla famiglia zappa nel farci giungere finalmente (appena in tempo) un'edizione di bat chain puller, seconda collaborazione beefheart-zappa a nome del capitano dopo il Capolavoro trout mask replica.



registrato nel 76 e mai edito, rispetto al leggendario predecessore bat chain puller è decisamente più accomodante (per quanto chiaramente possa esserlo un disco di captain beefheart) e si appoggia più sul blues alieno e zoppicante di dischi come safe as milk che non sulle orge sonore anarchiche (da fine del mondo, of course) di replica.

già che ci siamo, c'è il nuovo disco/ep dei comus con i primi  tre pezzi inediti da trent'anni e sono tre gemme vere e proprie, sulla linea dell'epocale first utterance. vocalizzi schizofrenici, intrecci acustici di bellezza inestimabile e tutta l'atmosfera che solo un gruppo come loro può evocare.



in più, la registrazione live nel 72 di the maalgard suite, inedito che doveva far parte di un secondo disco di quella storica formazione. se volete la vostra carriola di psichedelia per godervi lo spettacolo, ora sapete dove cercare.

delusione orribile per il nuovo o.s.i. di moore e matheos, spompo e senza mordente così come non mi è piaciuto per nulla il live dei no-man coi suoi suoni gelidi e distaccati e nessuna voglia di coinvolgere, il dvd mixtaped è tutt'altra cosa. pacco anche arjen lucassen con un disco scontato e banale dalla prima all'ultima nota e concludiamo il paragrafo delle brutture con l'inutile mediocrità di the industrialist dei fear factory, proprio loro che sulla fine del mondo ci hanno costruito la carriera.

chiudo consigliando molto caldamente weather systems degli anathema ed il tamarrissimo ssss dei vcmg, collaborazione tra martin gore e vince clark che riportano la techno ai primi novanta e lo fanno con un discone analogico che diverte un sacco e vi farà ballare quando i vulcani inizieranno ad esplodere.
a breve invece vi parlerò bene degli abyssal perché meritano un bel discorso, intanto ascoltate il loro denouement e lasciate che vi vomitino nel cervello il buio e lo schifo. per chiudere la storia su una nota lieta.

ed ora aspettiamo che questa insopportabile stagione infernale lasci il posto al gelo e alla desolazione in attesa dei nuovi katatonia e my dying bride per l'ultimo agonizzante e buio inverno dell'umanità. oh yeah.

mercoledì 27 giugno 2012

napalm death, circolo magnolia, segrate, 26-06-12




la stagione estiva del magnolia da qualche anno ci regala grandi sorprese per saziare la nostra fame di estremismi sonori vari. ricordo ancora bene il sangue versato per i today is the day nel giugno 2008, e poi a seguire le varie edizioni del miodi, risposta estrema a quell'oscenità musicale chiamata miami, che ci hanno portato belle giornate in compagnia di zu, ovo, cripple bastards, ufomammut e, l'anno scorso, gli eyehategod.
quest'anno hanno deciso di farmi definitivamente felice ed hanno chiamato i napalm death, che aspettavo di vedere headliner da quando ero in prima liceo nel '99.

il timore era che la recente nuova legge del nostro governo di idioti (la quale prevede che tutta la musica dal vivo non possa superare un volume che definire ridicolo è un eufemismo. soprattutto considerato che le campane di merda di una chiesa possono suonare anche alle quattro di notte e nessuno apre bocca) potesse troncare tutto il divertimento. in effetti il volume non era esattamente quello che ci si aspetta da un live dei 4 inglesi ma ciononostante la iulenz' non è mancata. anzi.

forti di un disco stellare come utilitarian i napalm death salgono sul palco inferociti usando circumspect come intro per poi far subito deflagrare errors in the signal e scatenare l'inferno in terra. nonostante l'età che avanza, gli inglesi ancora riescono a riversare sul pubblico una quantità straripante di bordate grind, guidati dal latrato disumano di barney (veramente di una ferocia incontenibile). embury sparge palate di melma sulle prime file col suo suono di basso che sembra un coro di legioni infernali che vomitano schifo, harris usa la chitarra praticamente come un'arma con un suono che riempie ogni minimo spazio vuoto. intanto herrera alla batteria è una macchina, non particolarmente preciso ma inarrestabile. qualcuno potrebbe dire che non era mai domo.

tutta la prima parte di concerto si concentra sulla produzione più recente della band, in particolare sull'ultimo utilitarian ma non mancano estratti da the code is red, smear campaign o enemy of the music business che scatenano il pogo selvaggio sotto il palco. ma il pubblico va seriamente in delirio quando si inizia a tornare indietro nel tempo, da suffer the children a unchallenged hate fino ad arrivare agli obbligatori estratti da scum, deceiver, human garbage, scum, la chiusura del concerto con instinct of survival e l'immancabile you suffer.

ormai la maggiorparte del metal vede i gruppi vestirsi come degli imbecilli, fare scenate, fare i buffoni in mille modi e parlare giusto per dare aria ai denti.
i napalm death, semplicemente, arrivano e ti spaccano tutte le ossa. e tu non puoi scappare. se i gruppi rock di oggi avessero metà della coerenza e del potenziale dei napalm death, saremmo in un'età d'oro della musica. invece siamo in un'età di merda e da più di 30 anni i napalm death continuano ad essere la risposta. e la risposta è un dito medio.

setlist:


circumspect
errors in the signals
everyday pox
protection racket
silence is deafening
the wolf i feed
practice what you preach
quarantined
next of kin to chaos
analysis paralysis
dead
deceiver
when all is said and done
unchallenged hate
nom de guerre
suffer the children
breed to breathe
nazi punks fuck off (dead kennedys)
scum
human garbage
you suffer
instinct of survival

venerdì 22 giugno 2012

ulver, "childhood's end"




i dischi di cover son sempre un rischio. è vero che l'intento è spesso il semplice divertirsi e rendere tributo alle band che ci hanno influenzato ma troppe volte si finisce col trovarsi dischi slegati, incoerenti o semplici "raccolte di canzoni" infilate una dopo l'altra.
era ovvio che nel caso degli ulver non sarebbe stato così, fin da quando hanno annunciato che il disco sarebbe stato composto di canzoni dell'aurea era psichedelica. e infatti.

e infatti childhood's end è più di un disco di cover, è il nuovo disco degli ulver. il suono del gruppo è palese in ogni momento del disco, che stiano facendo un pezzo dei pretty things o dei jefferson airplane o dei gandalf e il feeling dei norvegesi permea l'intera opera, donandole una coesione di fondo notevole ed una fluidità difficilmente riscontrata in altri cover album. (per quanto diverso mi viene in mente garage inc. dei metallica, per dirne uno)

gli arrangiamenti sono sempre molto vicini agli originali e l'aver registrato tutte le basi strumentali dal vivo garantisce vitalità e dinamica all'intero lavoro mantenendolo omogeneo nel suo essere etereo e dilatato ma anche estremamente caldo. in poche parole, il lavoro sui suoni è impressionante.
l'indescrivibile voce di garm è ciò che più distanzia i pezzi dagli originali: la maggiorparte delle linee viene trasposta di un'ottava sotto, così da dare modo al registro più profondo e caldo del cantante di esprimersi ai suoi massimi livelli. la sua interpretazione di pezzi come today, magic hollow, soon there will be thunder o where is yesterday è tra le cose più emozionanti che il gruppo abbia fatto (siamo vagamente sulla linea crepuscolare di shadows of the sun).

daniel o'sullivan lavora sulla chitarra (e suona anche il basso) come se veramente fossero gli anni '60 e sfodera un campionario di fuzz, delay invertiti e suonini vari che lasciano il loro segno sui pezzi, così come il sempre eccelso lavoro di tore ylwizaker alle tastiere, campionamenti e spiruli vari.

infine la scelta dei pezzi è mirata a dare al disco una dinamicità che mancava, così marcata, almeno da blood inside se non da prima. sentire gli ulver suonare pezzi come can you travel in the dark alone dei gandalf o 66-5-4-3-2-1 dei troggs (suonata dal vivo l'ultima volta in italia a parma) fa un certo effetto per chi è abituato a dischi come perdition city o shadows of the sun.
da questo strano matrimonio ne escono vincitori (a mio parere) i superbi riarrangiamenti di today, i had too much to dream last night degli electric prunes, magic hollow dei beau brummels e la magniloquente i can see the light dei les fleur de lys, di un'intensità più unica che rara.

se siete fan degli ulver compratelo. se siete fan della psichedelia compratelo. se siete fan degli anni 60 compratelo.
vabbè, facciamo così: se vi piace la musica compratelo. se ve ne pentite potete sempre dare la colpa a me.

mercoledì 20 giugno 2012

the mars volta, magazzini generali, milano, 20-06-2012





otto anni ho dovuto aspettare. otto lunghi anni da quando è scattato l'amore al primo ascolto con frances the mute. fino ad oggi. oggi ho visto i mars volta.
io credo nei mars volta.
perché? perché concerti così, fatti da gruppi rock di questa generazione, ne ho visti veramente pochi.

spazzo subito un dubbio: cedric ha cantato, dalla prima all'ultima nota, senza (quasi) mai steccare e aprendo il concerto con un pezzo come aegis, non certo ideale per riscaldarsi. questo mi ha veramente stupito, oltre alla sua buffa forma di panza e capelli ed al suo solito saltare e dimenarsi come un disperato. per il resto... giuro che non so che parole usare. omar è uno dei nerd più nerd che si siano mai visti, col suo sorrisetto perculante fisso non smette un secondo di riversare suoni su suoni sul pubblico, juan alderete è un bassista con un groove ed un portamento che coloriscono indelebilmente il concerto, l'apporto ai synth (una tastiera non l'ho capita, l'altra era un moog voyager da cui uscivano i peggio suoni delle galassie) del fratello di omar, marcel, è fondamentale per ricreare le atmosfere di un disco come noctourniquet, suonato quasi per intero durante il concerto. e poi, qui l'ho già detto, ora lo ridico, deantoni parks è... come dire... gesù cristo? un tiro, una fantasia, una botta ed un suono come raramente ho sentito, uniti ad una tecnica mostruosa che gli permette di arzigogolare con accenti spostati, terzine, quintine e quanto cazzo d'altro per tutto il concerto. disumano è un po' banale come aggettivo ma penso renda.

come dicevo, il concerto ripropone quasi per intero l'ultimo disco in studio con l'aggiunta della ormai classica broken english jam in mezzo, 20 minuti di improvvisazione psichedelica che letteralmente rapiscono, e del finale riservato a the widow e goliath, felicemente rallentata nella prima parte per poi impazzire completamente nella follia della seconda.
i pezzi vengono riarrangiati (the malkin jewel), asciugati (dyslexicon), riempiti (the whip hand), dilatati a oltranza (trinkets pale of moon e in absentia in particolare ma anche altre), mostrando ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, che ci si trova davanti a musicisti che sanno perfettamente quello che stanno facendo e si divertono come dei pirla a farlo. l'approccio è assolutamente settantiano e libero, a tratti l'anarchia controllata regna su tutto mentre in altri momenti tutto il suono si riduce ad un sussurro.

mi rendo conto di non essere particolarmente obiettivo in questo momento. come al solito i magazzini generali si rivelano un postaccio da quattro soldi in cui l'aria si fa irrespirabile già prima del gruppo spalla (vero che fuori non ce n'era molta di più) e in cui un cucchiaio da minestra di birra costa 5 euro. e, ovviamente, fa schifo. il suono tende ad impastarsi ma per fortuna l'ingegnere del gruppo salva la serata, ode a lui, sia lars stalfors (mica l'ho capito se li segue ancora) o chiunque sia.
ora guardo dove suonano domani.


setlist:

aegis
the whip hand
lapochka
trinkets pale of moon
dyslexicon
the malkin jewel
broken english jam
in absentia
empty vessels make the loudest sound
molochwalker
noctourniquet
the widow
goliath

ps: hanno aperto le butcherettes, duo messicano con omar terzo aggiunto al basso. il pubblico maschile si è  entusiasmato perché la cantante faceva la scema, musicalmente non valevano nulla. tira più un pelo di messicana che una canzone decente.

Rush, "clockwork angels"




i metallica hanno 30 anni di carriera ma nessuno si aspetta che facciano un discone. i dream theater non arrivano a 30 ma è già da un pezzo che han smesso di fare dischi veramente validi. per andare più sul vintage, si possono contare tutte le oscenità che i deep purple ci hanno costretti a sentire o l'imbarazzo per la produzione degli ultimi 20 anni dei blue oyster cult. o più recentemente possiamo vedere come un gruppo un tempo avanguardista come i meshuggah si sia oggi chiuso in un suono senza vie d'uscita, per quanto ancora perfettamente funzionante.

i rush no.
i rush hanno quasi 40 anni di carriera ed un solo cambio di formazione alle spalle, 38 anni fa. da allora nulla è mai andato storto, tragedie personali a parte.
come se questo non bastasse, clockwork angels, 19esimo album in studio dei canadesi, è una bomba.
i tre canadesi (ricordiamo per cronaca, 59, 59 e 60 anni) per questo disco hanno dato tutto.
è sicuramente uno dei dischi più massicci e scuri della loro carriera, con momenti d'intensità che riportano la mente al capolavoro grace under pressure, grazie anche ad un timido ritorno delle tastiere (e di partiture orchestrali spruzzate sapientemente in giro), ma non mancano di certo le parti più prog che li hanno resi celebri. il fatto è che in questo disco ritroverete in qualche modo tutti i momenti della carriera dei rush, nascosti in piccole autocitazioni o nel tessuto sonoro dei pezzi: impossibile non sorridere quando sul riff di headlong flight compare palese una citazione di bastille day o quando la strofa della title-track si apre in un arpeggio pulito di chitarra con tanto di chorus che non può non far pensare a manhattan project, mentre in generale il suono e le melodie ricordano da vicino counterparts, il disco più riuscito del periodo '90.
ma tutto questo non fa suonare il disco come già sentito, semplicemente è quel tocco di humor auto-dissacrante che accompagna la band dai tempi del sottotitolo de la villa strangiato, "an exercise in self-indulgence".

le canzoni sono una sfilata di idee pazzesche, ritmiche, armoniche e melodiche che portano impresso a fuoco il marchio rush, dagli accordi sospesi della chitarra alle partiture di batteria incastrate come in un puzzle alle fantasiose linee di basso di geddy, qui più del solito in primo piano con un suono potentissimo che dona all'amalgama una potenza fuoriosa, più o meno come succedeva in alcuni pezzi di vapor trails ma senza errori nel mastering. per far capire meglio, questa citazione di un neofita che ha sentito il disco vi aiuterà: "mi fa girare i coglioni per i dischi registrati male che ho dovuto sentire in vita mia".
correggo personalmente in "mi spiace per tutti quei dischi al mondo che non suonano come questo". un mastering così è roba da strapparsi la faccia.

se devo citare qualche canzone direi bu2b, the anarchist, seven cities of gold e the garden, lasciando per ultimi i due capolavori del disco che a mio parere sono la title-track con le sue splendide aperture mozzafiato e headlong flight, sette minuti di puro suono rush che investe come uno tsunami.
spendo due parole anche sul concept fantascientifico che anima il disco, frutto della meravigliosa mente di neil peart, che vede un protagonista in una società distopica che cerca di ritrovare un modo di vivere genuino e dettato dalle emozioni in un mondo gelido dominato da un orologiaio tirannico. sta un po' a metà tra il mondo nuovo di huxley e 1984 ma la penna di neil riporta la mente ai fasti di 2112 e ci avvolge in una storia sentita ed in perfetta simbiosi con la musica del disco.

dopo 40 anni sono ancora qui e la gente ancora si aspetta disconi da loro, che prontamente non deludono. siamo ancora tutti qui ad aspettare che ci diano nuove idee su come andare avanti e loro non si fanno problemi a snocciolarle con una naturalezza frustrante.
che altro dire. ci sono un sacco di gruppi al mondo ma ognuno di loro ha un difetto mortale: non sono i Rush.

ps: chi volesse leggere altre recensioni o altre cose in generale sui rush può andare su www.limborush.it, sito di fan italiani dedicato al più grande gruppo di sempre.

mercoledì 30 maggio 2012

storm corrosion




ovvietà: ce l'hanno fatto sudare 'sto disco. dai tempi del primo disco degli osi (per altro il migliore, veramente splendido, al contrario dell'ultimo, moscio e noioso "fire make thunder") steven wilson aveva espresso il desiderio di fare un disco con mikael åkerfeldt e sporadicamente le notizie di questo segretissimo progetto sono trapelate negli anni, fino a giungere ad una forma verso la metà del 2011. 8 anni. grazie, amici.

eccoci qui finalmente a parlare di "storm corrosion", primo parto della premiata coppia che deluderà probabilmente un sacco di gente. questo perché chiunque si aspettasse un disco in mezzo tra il metallo opeth e gli ultimi porcupine tree aveva torto marcio e difficilmente manderà giù un disco come questo.
loro hanno detto che sarebbe stato diverso, che sarebbe stato un disco tributo a tutti quei dischi occulti tra la fine dei '60 e inizio '70 che tanto piacciono a entrambo i musici (a me no, neanche un po').

non si può dar torto a queste dichiarazioni. indubbiamente si sentono gli effetti delle ultime produzioni dei due, dal settantianerrimo "heritage" degli opeth all'immenso "grace for drowning" di wilson, ma non c'è dubbio che il nucleo compositivo creato dai due abbia intrapreso un percorso diverso dal semplice åkerfeldt+wilson. si è creato un vero e proprio åkerson, un mostro a due teste, 3 mellotron e 12437 vinili. circa.
la ripartizione degli strumenti è netta: åkerfeldt si occupa di tutte le chitarre (quasi esclusivamente acustiche), wilson di tutte le tastiere analogiche mentre le voci vengono in teoria spartite tra i due, anche se in realtà quasi tutte le lead sono ad opera di wilson.

detto tutto questo, la musica sta esattamente dove ve l'aspettereste a questo punto: se conoscete comus, forest, camel, spring e compagnia bella non farete fatica ad apprezzare questo gioiellino di psichedelia acustica fortemente oscura e malefica.
sei pezzi per quasi trequartidora di musica, dalle wilsonissime armonizzazioni di drag ropes alla lunga apologia del mellotron ljudet innan (vicina per feeling ad alcune cose dei no-man di "flowermouth"), passando per la pulsazione tesa di hag, l'occhiolino ai comus in happy e le aperture genesisiane di lock howl è tutto un bellissimo gioco di rimandi che si dilegua nell'atmoserfa e alla fine lascia una sensazione di inquieta pace molto particolare. senza parlare poi della title-track, adagiata su un tappeto ambientale che sogna e fa sognare per 10 minuti interi.

in conclusione, esperimento decisamente riuscito. non parliamo di un capolavoro, è comunque un quasi-tributo con pregi e difetti del caso (l'atmosfera bellissima non è certo adatta a tutte le situazioni e può stancare) che però mostra una mano compositiva sapiente ed estremamente nerd.
i due protagonisti non si pronunciano su un'eventuale prosecuzione del progetto, per ora non ce ne frega molto, "storm corrosion" ha tempo di tenerci compagnia per un po'.

venerdì 18 maggio 2012

metallica, european black album tour, stadio friuli, udine, 13-05-12




ci sono cose che per concetto non si possono perdere. i metallica che fanno tutto il black album (al contrario) dal vivo è una di quelle cose.
così, baldi e giovini, ci si reca in quel di udine per assistere all'evento nello stadio di casa, con relative 4 ore di trasferta.
ne è valsa la pena? sì. cazzo sì.

l'ingresso non è dei migliori: sul palco c'è un gruppo con un suono pessimo e un cantante osceno che suona lo stesso riff per 40 minuti. poi a un certo punto realizzo che sono i machine head. cristo che schifo i machine head.

alle nove (e qualcosa, non siamo pignoli) si spengono le luci e "it's a long way to the top" degli acdc inizia l'intro dell'intro. si prosegue con "the ecstasy of gold", l'effettiva intro storica, che deflagra in breve tempo in "hit the lights". il suono c'è, la forma pure, lo spettacolo manco a parlarne: il palco è quello del tour originale, con il mitico pit a diamante sotto il palco e le lunghissime ali laterali che danno modo al gruppo di muoversi continuamente sull'enorme superficie.

la prima parte dello show sbriga le formalità: master of puppets, for whom the bell tolls e fuel, affiancate dalla pessima scelta di hell and back, outtake di death magnetic contenuta sul poco utile ep "beyond magnetic". hetfield rivela una forma vocale che non lo lascerà per tutto lo show, hammett fa le solite cappelle qua e là ma funziona, trujillo è la scimmia più groovosa di sempre mentre ulrich... beh, è ulrich. suonare bene è un'altra cosa ma lui è il batterista dei metallica e i metallica senza ulrich sono una blasfemia che mi fa tremare nel profondo.

poi arriva il momento: un corto documentario introduce bene la seconda parte dello show, in cui i quattro ci ricordano quanto è fico il black album (anche al contrario). quello che si apre con enter sandman, no? no. stasera si apre con the struggle within. perché per tutto il tour loro suonano effettivamente il black album ma al contrario. il perché è stato evidente quando lo show prima dei bis si è concluso con sad but true ed enter sandman. in mezzo è stato bellissimo: vedere the god that failed, of wolf and man e through the never dal vivo non si dimentica in poco tempo. come non è facile dimenticarsi di una unforgiven cantata benissimo da james che sul palco sembra un ragazzino di 50 anni (le rughe le ha, però ha anche il giubbino di jeans smanicato pieno di toppe metallare anni 80).

in chiusura il gruppo risale per due bis: battery come al solito viaggia ben più veloce dell'originale e come al solito prova duramente il "povero" lars, il quale riesce a dare il peggio di sé con una prestazione pietosa sulla seguente one, che però beneficia di un laser show bellissimo oltre che della lunga intro a fiamme, esplosioni e fuochi d'artificio.
conclude il concerto l'ovvia seek and destroy che risucchia le ultime energie rimaste al pubblico (più sloveno che italiano, mi si fa notare. essendo in italia, anche questo è al contrario).

sarà banale dirlo ma i metallica dal vivo sono una garanzia: la tecnica non sarà sempre eccelsa ma il divertimento non manca mai e il volume nemmeno.
e così ci si avvia al lungo ritorno. perché all'andata abbiamo fatto una strada, ora dobbiamo rifarla.
al contrario.

setlist:

hit the lights
master of puppets
fuel
for whom the bell tolls
hell and back

black album (al contrario):
the struggle within
my friend of misery
the god that failed
of wolf and man
nothing else matters
through the never
don't tread on me
wherever i may roam
the unforgiven
holier than thou
sad but true
enter sandman

encore:
battery
one
seek and destroy

steven wilson, grace for drowning tour, alcatraz, 10-05-12




non è difficile inquadrare un personaggio come steven wilson. dopo anni passati nella culla del culto, sia coi porcupine tree che coi no-man (solo per dirne due), si è ritrovato negli ultimi anni ad essere uno dei nuovi guru del rock progressivo e/o psichedelico, arrivando ad essere chiamato da robert fripp in persona per curare i mix delle nuove ristampe dei king crimson.
oggi, a 45 anni, wilson si libera momentaneamente dei legami coi suoi gruppi per portare dal vivo i suoi due dischi solisti, il buon "insurgentes" e soprattutto l'incredibile "grace for drowning", autentico capolavoro wilsoniano in equilibrio tra tradizione e futuro.
il concerto che ne è conseguito è stato per il sottoscritto un'esperienza incredibile.

già un'ora prima dell'inizio un velo copre in trasparenza il palco e sopra vengono proiettate le lente e bellissime immagini di lasse hoile che accompagneranno tutta l'esibizione. anche quando il gruppo sale, un componente alla volta a dar vita allo scheletro di "no twilight within the courts of he sun", il velo non scende e non lo farà per i primi 3 pezzi, lasciando intravedere i musicisti dietro di esso attraverso le proiezioni.
fin da subito l'impianto quadrifonico fa sentire il suo effetto con un suono pieno che avvolge da tutte le direzioni e lascia liberi di apprezzare la miriade di sfumature e particolari che arricchiscono pezzi come "deform to form a star", "remainder the black dog" o "abandoner" o l'inedita e lunga "luminol" che sarà sul prossimo disco.

la band scelta è tecnicamente impressionante, a partire dallo strepitoso pianista/tastierista adam holzman passando per nick beggs che tra basso e stick dimostra una tecnica perfetta che non dimentica mai l'impatto ed il gusto; resta un po' in disparte niko tsonev alla chitarra mentre l'apporto di theo travis ai fiati è fondamentale per la resa complessiva della band: la sua classe è conosciuta a livello mondiale ed anche in questo concerto non si è smentito. qualche dubbio invece sulla scelta di marco minnemann alla batteria: tecnica eccelsa ma gusto e stile sono un'altra cosa ed il paragone con gavin harrison è impietoso.
in tutto questo abbiamo wilson che sembra molto più a suo agio sul palco di quanto non lo si sia mai visto: ride, scherza e dirige la band con naturalezza e si alterna tra voce, chitarre, mellotron ed effettistica varia riuscendo sempre a tenere in mano uno show complesso e assai difficile da gestire.

tanto per citare un'altra canzone, l'ultima canzone prima del bis è stata "raider II", mostro di 23 minuti per il cui inizio steven chiede silenzio al pubblico e per una volta gli italiani non si dimostrano un branco di capre ignoranti, restando effettivamente muti di fronte allo splendore di un pezzo che non può lasciare indifferenti.

fine, applausi, bis, applausi, presentazioni, applausi. e ancora applausi.
marco minnemann ci tiene a farci sapere in italiano: "e adesso mi tiro una bella sega". fai pure, io sono a posto per qualche anno.

setlist:

no twilight within the courts of the sun
index
deform to form a star
sectarian
postcard
remainder the black dog
harmony korine
abandoner
insurgentes
luminol
no part of me
raider II

encore:
get all you deserve

sabato 24 marzo 2012

the mars volta, "noctourniquet"




è facile amare i mars volta, così come è facile odiarli. da un certo punto di vista sono molto simili ai tool: scatenano fanatismo e fan insopportabili ed hanno un sound ed un'immagine che o piace o non piace, non ci son cazzi.
a me, da quando li ho scoperti, son sempre piaciuti. a volte più, a volte meno ma li ho sempre difesi come uno dei pochissimi gruppi rock di oggi che veramente ha fantasia ed una sua precisa identità, oltre a una serie di sezioni ritmiche tra le più allucinanti sentite in tempi (più o meno) recenti (l'accoppiata john theodore-flea su de-loused in the comatorium è da iscrivere negli annali del rock).

i loro difetti li hanno sempre avuti: ogni tanto si perdono, non sempre hanno azzeccato un disco al 100% (a mio parere bedlam in goliath non vale quanto gli altri sebbene abbia dei momenti brillanti) e soprattutto cedric dal vivo fatica (molto) a cantare come sui dischi ma è anche vero che compensa con un'ottima presenza scenica e che sui dischi la sua voce è caratteristica imprescindibile del sound del gruppo.

tutto questo sbrodolamento di parole per arrivare poi al punto: noctourniquet è un capolavoro. mi sono chiesto a lungo se effettivamente valesse la parola (traduci: un sacco di pippe mentali) e alla fine, per una serie di motivi, nel mio stronzissimo e personale parere non ho dubbi.
questi motivi vanno su tutti i livelli: il suono è frutto di un mix particolarissimo e studiato nei minimi particolari, grazie anche all'uso pesante di elettronica per la manipolazione del suono con effetti in continuo movimento, riverberi che crescono e scemano, delay che impazziscono ed un continuo ondeggiare delle dinamiche che rende il disco vario e mai statico. gli arrangiamenti sono l'aspetto più psichedelico del disco, costruiti su accumuli di strati che vanno da lande spaziali desolate a muri di suono accecanti fatti di incroci di chitarre e synth sfavillanti (il termine tecnico è piruliruliru) che lasciano letteralmente senza fiato.
poi, il nuovo batterista deantoni parks, già con la omar rodriguez-lopez band, oltre ad avere un suono pazzesco, è completamente scemo. su questo disco ho sentito fare alcune delle cose più perverse che un batterista rock possa pensare, oltre a delle bellissime idee negli arrangiamenti.

questo per il versante tecnico. andando oltre, se già conoscete il gruppo rimarrete probabilmente piuttosto spiazzati (a me la prima volta ha sudato il cervello). questo perché, sebbene ora sia evidente come octahedron fosse un album di transizione, il disco è parecchio diverso da ciò a cui siete abituati a sentire da loro. i momenti psycho-heavy-funk sono molto dosati e non costituiscono quasi mai l'ossatura dei pezzi, a differenza dei primi 4 album. ci si trova invece davanti ad una folata psichedelica impazzita, sfavillante di mille colori e perfettamente coerente con l'orizzonte ubriaco della copertina. come se foste nella fabbrica di cioccolato con gene wilder (decisamente non con tim burton) fatti di acidi: colori, lo spazio e ovunque vi giriate non potete smettere di meravigliarvi.
tutti questi aspetti si incrociano poi per formare le effettive canzoni che compongono noctourniquet. dall'aciderrrrrimo ritornello di the whip hand passando per le melodie di aegis, gli sberluccichii di dyslexicon, il groove zoppo del beefheartiano (e splendido) singolo the malkin jewel e quello ammiccante della title-track o l'energia di molochwalker e zed and two naughts... e non vi ho detto le mie preferite! l'unico aggettivo che mi viene per empty vessels penso sia "celestiale", adagiata su una melodia morbida prima di aprirsi nel ritornello lacerato da una chitarra lercissima. e poi in absentia. per in absentia le parole invece, mi spiace, non le ho trovate. è il trionfo assoluto della psichedelia malinconica che solca l'intero disco, tra i suoi abissi insondabili e la disperata esplosione finale. indescrivibile. e quelle che non ho citato non è che son brutte, se no non parlerei di capolavoro. sono tutti tasselli assolutamente necessari per completare l'immagine finale.

quest'immagine ognuno la veda a modo suo. quello che io vedo è una delle ormai rare prove di sincera e geniuna vitalità del rock moderno. un progetto che non ha paura di evolversi e di fare quello che vuole, tramite una visione d'insieme invidiabile e capacità di scrittura ben sopra la media odierna. una creatività esplosa in pieno (di nuovo) in quello che è uno dei dischi che ho trovato più entusiasmanti negli ultimi anni e che sono sicuro ricorderò molto molto a lungo. se tutto ciò non fa un capolavoro, allora non ho capito veramente un cazzo della vita.
io ve l'ho detto, poi fate voi.

mercoledì 7 marzo 2012

litfiba, grande nazione tour, forum di assago, 06-03-12



potrei lamentarmi di un sacco di cose. potrei lamentarmi del pubblico ignorante e maleducato che si presenta ai concerti solo per ubriacarsi come delle merde e dare fastidio agli altri. potrei lamentarmi dell'esclusione del capolavoro litfiba 3 dalla scaletta (a parte l'ovvia tex) o della sola ritmo #2 di mondi sommersi. potrei, ma non lo farò. perché? perché ho visto i litfiba dopo 14 fottuti anni che aspettavo.

partono subito con una pessima idea, quella di aprire il concerto con l'inutile singolo squalo. il pubblico si muove e canta ma è quando l'urlo "o' terremoooooooto" introduce dimmi il nome che inizia veramente il concerto. il gruppo è in forma strepitosa e questo si sentirà per tutte le due ore di durata del concerto, che si muoverà per tutto il tempo fra classici ed estratti da grande nazione.
pezzi come la title-track, fiesta tosta e soprattutto la mia valigia funzionano alla grande dal vivo e il pubblico risponde bene, anche se è sempre coi pezzi vecchi che si scatena il delirio.
dalla splendida prima guardia a tex passando per fata morgana e proibito fino alle obbligatorie cangaceiro, lacio drom, el diablo e gioconda è tutto un flusso unico di energia che si sprigiona dal palco, con in testa pelù in forma smagliante.

toccante come sempre la bellissima lulù e marlene, affiancata nel suo scavare nel passato da la preda e cane, uniche vere sorprese di un concerto che non stupisce ma funziona alla perfezione in ogni suo meccanismo.
si può discutere sulla genuinità di tutto questo come si può discutere dei, per la maggiorparte, pessimi seppur brevi discorsi di pelù tra un pezzo e l'altro. quello che però arrivava dal palco era energia vera che, a prescindere da cosa fosse a generarla, ha fatto muovere il culo a 10000 persone, e scusate se è poco.

tecnicamente nulla da eccepire, ghigo col suo suono stellare suona sporco e rock per tutto il tempo, la sezione ritmica non perde un colpo ed è precisa e potente, tastierista e chitarrista ritmico restano a fare il loro dignitoso lavoro (anche ai cori) che rinforza il suono del gruppo. nessun virtuosismo, non servono; solo semplice e puro rock.

e poi piero. piero pelù è un dio del palco. il primo riferimento che viene in mente è dave gahan: quando salgono sul palco catalizzano completamente l'attenzione del pubblico, non c'è scampo, gli occhi sono tutti per loro. pelù corre, salta, fa il pirla e canta in maniera strepitosa per tutto il concerto fino a quando, sulle ultime note di ritmo #2, a petto nudo prende la rincorsa da fondo palco e spicca un salto dal bordo gettandosi letteralmente sui fan a fare stage diving. ha compiuto 50 anni un mese fa.
genuinità o meno, concerti così non si vedono tutti i giorni, specialmente di gruppi provenienti da questa discarica di paese.

che sia per amore, che sia per denaro, STICAZZI. bentornati.


scaletta:

squalo
dimmi il nome
grande nazione
prima guardia
barcollo
fiesta tosta
la preda
luna dark
la mia valigia
brado
tex
anarcoide
lulù e marlene
gioconda
cane
cangaceiro

elettrica
fata morgana
sole nero
lacio drom

proibito
el diablo
spirito
ritmo 2#

mercoledì 29 febbraio 2012

napalm death, "utilitarian"



avevo 15 anni, non ero pronto. certo, piacevano i metallica, i pantera ed altro, ma per i napalm death nessuno mi aveva preparato. così, dopo che un amico mi aveva fatto sentire un paio di canzoni, consigliato da giornali vari, comprai Scum per 20000 lire alla virgin in piazza duomo (quanto culto in una frase sola). da allora il concetto di "musica estrema" non è mai più stato lo stesso per me.

oggi sono passati esattamente 25 anni da quando Scum è uscito e i napalm death sono ancora qui. dopo 30 anni di carriera, vari cambi di formazione e la tragica scomparsa di jesse pintado loro sono ancora qui a terrorizzare tutti i sogni perbenisti della parte più ipocrita della nostra società.
fin qui nulla di nuovo vien da dire. in effetti non c'è poi così tanto di nuovo in questo utilitarian, ciò che però lascia stupiti è la qualità media dei pezzi, l'evidente ispirazione che ha fatto sì che i 4 inglesi si risollevassero dopo un paio di prove in studio buone ma non certo eccezionali.

la foga hardcore guida più o meno tutti i pezzi, messa al servizio del classico grind di casa napalm, donando dinamicità, groove e godibilità a questo monolite velenoso. esempi perfetti (ma ha davvero senso citarli?) sono la feroce errors in the signal, protection racket o la bestiale doppietta nom de guerre e opposites repellent, le quali messe insieme non arrivano a due minuti e mezzo.
poi qua e là vengono sparsi germi di un'evoluzione criticata da tanti, quella del periodo inside the torn apart/greed killing in cui il gruppo sperimentava con suoni industriali e ombre di voci pulite contrapposte al latrato animale di barney. ecco così spuntare il sax di john zorn in everyday pox, ecco il rallentamento angosciante dell'iniziale circumspect o le voci pulite della bellissima blank look about face.

inutile andare avanti, sono 16 pezzi per 45 minuti netti di attacco frontale, se conoscete già il gruppo sapete cosa aspettarvi, sapete di cosa sono capaci e, da fan, vi dico che è uno dei loro migliori episodi in studio in assoluto. se non li conoscete cercate prima di ascoltare qualcosa per capire di cosa si sta parlando. alla fine non a tutti piace il suono di un tir che esplode in una fonderia annessa ad una centrale nucleare in cui un esercito di chewbacca latra guardando le stelle.

venerdì 24 febbraio 2012

pain of salvation, road salt tour two, 23-02-12, live club, trezzo d'adda




a novembre li abbiamo salutati per l'ultima volta con ancora johan hallgren alla chitarra e fredrik hermansson alle tastiere. già era stato annunciato che entrambi avrebbero lasciato il gruppo alla fine di quel minitour di spalla agli opeth, lasciando così di fatto daniel unico superstite della formazione d'oro del gruppo.

il 23 febbraio al live club di trezzo, i pos presentano la nuova formazione in italia.
partiamo subito dagli aspetti positivi della serata: daniel sa che deve vendere questa sua nuova veste ai vecchi fan e per farlo il volpone pensa bene di risoplverare un po' di pezzi vecchi che non si sentivano su un palco da un po' di tempo. così ecco spuntare chain sling da remedy lane, stress da entropia e iter impius da be, entrambe mai viste in italia. (piccola punta di rabbia per la mancata esecuzione di enter rain che invece è stata fatta in tutte le date precedenti)
inoltre la band funziona particolarmente bene sui pezzi dei due road salt (essendo già dei lavori praticamente del solo gildenlow) e regala grandi brividi con pezzi come the deeper cut, to the shoreline, healing now e soprattutto sisters, già richiesta a gran voce dai fan nel tour precedente.
molto bello poi il siparietto con cui hanno aperto i bis, con daniel alla batteria, gustaf hielm alla chitarra, daniel karlsson al basso e ragnar zolberg alla chitarra e voce a suonare una cover di black diamond dei kiss.

purtroppo però ci sono una serie di note dolenti. in primis per me c'è il batterista léo margarit: è più a suo agio sui pezzi registrati da lui, dove comunque sbaglia più di una volta, ma sul catalogo con ancora johan langell il francese evidentemente lotta per dare una sua versione dei pezzi, col solo risultato di cancellare tutto il gusto che langell aveva nell'arrangiamento e pasticciare le parti a cazzo.
il resto della band funziona meglio, in particolare il mostro gustaf hielm al basso (che aveva già suonato con la band per due anni tra il 92 e il 94, prima di passare ai meshuggah) si conferma come scelta più azzeccata della nuova formazione. il tastierista daniel karlsson rimane in disparte ma fa il suo lavoro, mentre ragnar zolberg si trova davanti il difficilissimo compito di sostituire una figura come quella di johan hallgren, amatissimo dai fan del gruppo. ci riesce sì e no. dalla sua ha un'ottima tecnica strumentale e una voce da eunuco che gli permette di affrontare tranquillamente i controcanti a lui affidati, di contro c'è una figura impresentabile, truccata in modo abbastanza osceno ed un comportamento sul palco che sa un po' troppo di recitato.
a tutto questo va aggiunta la quasi nulla interazione tra i componenti sul palco ma anche il fatto che tutti i "nuovi" musicisti contribuiscono ai cori, il che rende il loro effeto davvero notevole. manca però lo spirito libero e anarchico di hallgren, manca il tocco sul basso di kristoffer, il gusto di langell e l'enigmatica figura di hermansson.

c'è stato un pro e un contro per tutto in questo concerto. però alla fine il pensiero che vince è che i pain of salvation erano un'altra cosa. il senso di assistere alla data di una tribute band si è fatto sentire e il mio parere è che a daniel convienga considerare al più presto chiuso il capitolo pain of salvation, cambiare nome e ripartire da zero. ciononostante, bel concerto.

scaletta:

Svordomsvisan
Road Salt Theme
Softly She Cries
Ashes
Linoleum
The Deeper Cut
1979
To the Shoreline
Chain Sling
Iter Impius
Ending Theme
Stress
Healing Now
Kingdom of Loss
No Way

Black Diamond
The Physics of Gridlock
Sisters

lunedì 20 febbraio 2012

elio e le storie tese, enlarge your penis tour, 19-02-12 cremona, teatro ponchielli


ed ecco a voi, per inaugurare la sezione report su dzw, un resoconto sulla data di ieri sera degli elio e le storie tese al ponchielli di cremona.

ero molto curioso di vedere una data di questo "enlarge your penis" tour, vista la scaletta che gli 8 hanno proposto nelle scorse date.
alle nove e qualcosa sale elio da solo sul palco, dicendo che gli altri sono in ritardo causa blocco del traffico, e attacca una versione chitarra e voce di cavo, storico pezzo degli albori del gruppo. dopo aver invitato mangoni, seduto tra il pubblico, ad unirsi a lui, il cantante viene raggiunto dal resto della band che come overture usa in the stone degli earth wind and fire prima di attaccare la vendetta del fantasma formaggino, con grande goduria del sottoscritto. il pezzo viene eseguito (ovviamente) alla perfezione, con piccole modifiche rispetto all'originale (ovviamente manca abatantuono, purtroppo). mangoni, vestito da mago merlino, si aggira per il palco.

da qui il concerto inizia a regalare grandi classici quali aborto, cartoni animati giapponesi o abbecedario, con picco nell'esecuzione di cateto, accolta da un'ovazione del pubblico.
il resto della scaletta è molto equilibrato fra i vari dischi e dona grandi momenti con tvumdb, plafone, parco sempione (mangoni rasta) e l'immancabile tapparella. da segnalare anche l'esecuzione per intero di discomusic e born to be abramo (mangoni, in tutina aderente, fa la lap dance) che negli ultimi tour venivano tagliate in un medley disco-dance. non mi spiego perché ancora facciano quell'oscenità di shpalman dal vivo, una canzone così insulsa da oscurare quasi un intero disco (mediocre).

trovano anche spazio due inediti: enlarge your penis, dedicata ai famosi banner e pubblicità che infestano le caselle email di tutti, è un pezzo tirato e molto ruffiano che resta un po' in un limbo anonimo. come gli area, dedicata allo storico international pop group, invece è un pezzo piuttosto ostico nei suoi cambi di tempo e armonia, mutuati direttamente dal gruppo di demetrio stratos, che funziona molto meglio, per quanto risulti comunque un divertissement di tributo.

per concludere, la prestazione tecnica di tutti i componenti è stata stepitosa; a me personalmente non è piaciuto particolarmente christian meyer alla batteria, eccessivamente freddo e meccanico nel suonare, ma devo anche dire che non sono mai stato un suo grande fan. (quando prova a suonare rock è terribile)
strepitosa paola folli, sostenuta dal solito meccanismo perfetto che è il resto del gruppo. mangoni, come sempre, geniale.
vi saluto raccontandovi una barzelletta:
un inglese e un francese cadono su un carciofo.

setlist:

cavo
in the stone
la vendetta del fantasma formaggino
shpalman
(gomito a gomito con l') aborto
cartoni animati giapponesi
come gli area
enlarge your penis
plafone
abbecedario
nudo e senza cacchio
cateto
tvumdb
discomusic
born to be abramo
parco sempione

pipppero
tapparella

giovedì 26 gennaio 2012

litfiba, "grande nazione"



13 anni blablabla i litfiba senza piero blabalbla piero senza i litfiba. non è mai successo. chissenefrega. ariecco finalmente i litfiba.

devo dire che avevo paura, mi ci sono avvicinato con molti pregiudizi, nonostante sia fan del gruppo fiorentino da quasi 15 anni. e invece.
e invece "grande nazione" è un bel disco. non è un capolavoro, non è nemmeno avvicinabile a dischi come "terremoto" senza neanche parlare di "17 re" o "litfiba 3". quello che i due toscani hanno prodotto è un gran bel disco rock con tutti i marchi distintivi della premiata ditta. almeno a livello musicale il disco soddisfa e diverte, peccato per almeno metà dei testi che invece risultano banali, semplicisti e forzatamente "contro". inni da stadio scritti in quanto tali insomma, pronti per essere sbraitati dai fan ai concerti. se però si riesce a passare sopra a questo aspetto si può scoprire un disco ruvido e aggressivo, forte anche di una produzione davvero ottima che nel mix tiene ovviamente piero e ghigo in primo piano ma non relega il resto del gruppo a semplice sottofondo.

"fiesta tosta" (gesù...) è l'inizio ed è subito veloce, cattiva e dannatamente rock, così come il primo singolo "squalo", invero uno dei pezzi meno riusciti del disco. momenti alti ce ne sono, dalla divertente "tutti buoni" (con tanto di votantoniovotantonio in conclusione) al midtempo di "elettrica", con climax nella terremotiana "grande nazione", con un testo finalmente degno di nota, e nella conclusiva "la mia valigia", il pezzo più litfiba di tutto il disco che non avrebbe sfigurato su uno dei grandi dischi degli anni '90 (quindi non "infinito").
i momenti bassi non mancano: "tra te e me" si trastulla col gioco di lettere del titolo ma presto diventa stucchevole seppur non brutta, la già citata "squalo", troppo banale soprattutto sul versante lirico, o "anarcoide", quasi punk nella sua aggressività ma rovinata da un testo che è pura demagogia.

quello che resta alla fine è comunque un buon disco, coi suoi alti e bassi ma in generale tirato e divertente, il che aiuta molto a soprassedere su quei 4-5 testi quasi inaccettabili. avevo paura ma mi hanno smentito, divertito e lasciato con molta più tranquillità di quanta ne avessi dopo il primo ascolto di "infinito". per fortuna il suo corpo ha smesso di cambiare. ora è diventato jack sparrow.

domenica 15 gennaio 2012

2011

siccome non ho alcuna voglia di farne una classifica, vi consiglierò alcuni dischi del 2011 in ordine acdc. (a cazzo di cane)
quindi.

the devin townsend project - deconstruction/ghost



il perché lo capite leggendo le recensioni da qualche parte qui sul blog. il concetto di fondo è che l'amico canadese ha una visione d'insieme dei suoi progetti che è pazzesca, una capacità di scrittura e arrangiamento uniche ed un suono inconfondibile. il tutto viene in questi due dischi portato agli estremi, nella violenza e complicazione parossistica (paroloni!) di deconstruction e nella placida tranquillità di ghost.


chris bathgate - salt year



potrei dirvi che il disco è una raccolta di canzoni tutte bellissime, che gli arrangiamenti sono sempre fantasioni e bizzarri senza mai essere pacchiani o duri, che il suono naturale e fisico di questo disco è spettacolare. potrei. la verità è che quello che colpisce nello stomaco è la voce di chris bathgate. il timbro pieno e caldo del ventinovenne dell'iowa è di quelli che lasciano il segno ed è perfettamente a suo agio in queste composizioni che sanno di tradizione americana reimmaginata in un contesto più "da camera". di tanti cantautori che affollano il mondo, questo è uno da ascoltare assolutamente. probabilmente il mio disco dell'anno.


tom waits - bad as me



non che avessi particolari dubbi, intendiamoci. lui non sbaglia. anche quando si adagia su sé stesso (vedi blood money o, in misura minore, alice) non riesce a sbagliare. però uno può aspettarsi che alla sua età e con la quantità di roba che ha fatto possa uscire con un disco così così. non è successo. bad as me è tom waits al 100% dalla prima all'ultima nota, se vogliamo possiamo dire che non spiazza ma la qualità di tutte le canzoni contenute in esso è talmente alta da far dimenticare qualsiasi critica. sono tutte belle, dal bluesaccio di raised right man alle luci soffuse di everybody's talking, passando per le "solite", incredibili ballate come back in the crowd coi suoi profumi messicani o la toccante last leaf cantata in coro con keith richards fino all'inferno di hell boke luce. nulla da dire. un disco a suo modo perfetto.


dead skeletons - dead magick



vi piace lo shoegaze? vi piace la psichedelia? vi piacciono i suoni buffi, i jesus and mary chain, i primal scream o i primi remix dei depeche mode? se la risposta è sì, DOVETE sentire questo disco. gruppo di islandesi che ha preso possesso delle utenze su youtube con video allucinanti, perfetti compagni per il trip acido che il disco propone. come se gli electric wizard perdessero la componente doom e ne rimanesse l'ossessività mantrica della ripetizione fine ad un'alterazione del proprio sentire. un sacco di paroloni che non vogliono dire un cazzo, in buona sostanza questo disco è un trip grandioso, rollatevi quel che volete e poi alzate il volume, non ve ne pentirete.


steven wilson - grace for drowning



steven wilson ne ha fatta di roba nella sua vita. solo con gli album in studio di tutti i suoi progetti si supera la trentina, se poi si aggiungono live, ep e progetti estemporanei c'è da diventare scemi. per questo si rimane a bocca aperta nel constatare che grace for drowning è, a livello di composizione, arrangiamento e mix, il suo lavoro di maggior spessore. la densità del lavoro va di pari passo con la sua durata, 83 minuti spalmati su due dischi, che non deve però spaventare l'ascoltatore (lo stesso wilson consiglia l'ascolto separato dei due dischi e non di fila). in generale c'è sicuramente un'influenza molto più marcata dei primi king crimson ma nelle dodici tracce di cui è composto il disco sentirete di tutto, dal progressive alla psichedelia all'elettronica passando per tenui ballate pianistiche. un lavoro a suo modo enciclopedico ma non per questo di minor valore. capolavoro.


opeth - heritage



watershed è stato veramente una delusione. ora possiamo dirlo senza paura, il suo manierismo, la sua svogliatezza e pochissima spontaneità minavano il terreno anche quando le composizioni erano di buona fattura (2-3 canzoni in tutto il disco). heritage ci restituisce degli opeth (o meglio, un mikael akerfeldt) disposti a rischiare su più fronti. prima e più evidente caratteristica è l'abbandono del growl nella voce e il lampante miglioramento della tecnica vocale di mikael. poi il suono del disco, parecchio lontano dagli stilemi del metal, più vicino all'hard settantiano, perfettamente adatto alle atmosfere del disco, che ancora più del solito va a pescare nell'oscurità del prog minore di quel periodo. al contrario di quella cagata immane di damnation, qui il risultato funziona eccome e siamo ben felici di accogliere quello che è probabilmente il disco più sincero degli opeth dai tempi di blackwater park. bentornati.


three - the ghost you gave to me



non è facile fare quello che fanno i three, per un cazzo. una formula che riesca ad incorporare durezze metal, partiture prog, atmosfere schizofreniche e ritornelloni al limite del pop non è cosa che capita tutti i giorni. tanto meno se il tutto funziona alla perfezione, come nel caso del quintetto americano e di questo loro quinto (sesto, se si conta revisions) disco, successore di un lavoro coi controcazzi come the end is begun. qui il suono dei three viene portato al suo massimo in ogni aspetto, eppure tutto risulta ancora meglio amalgamato in un'unica pasta sonora che lascia a bocca aperta grazie a pezzi da cento come sparrow, high times, numbers o pretty (con tanto di ritornello dance). per riferimento si può dire che se vi piacciono i Rush qui andate sul sicuro, la verità è che se vi piace il vostro rock con un po' di cervello difficilmente non vi innamorerete.


three trapped tigers - route one or die



scoperta tardiva del 2011, tanto che promette già di colonizzare il mio 2012, route one or die è il primo disco intero di questo gruppo inglese dedito a ciò che viene definito math rock. il parallelo che viene più facile fare è con i battles ma, a differenza del supergruppo americano, i ttt risultano molto più "suonati" e fluidi su disco. mentre infatti i battles lavorano molto su loop ciclici, intersecandoli in strutture che per approccio ricordano più l'elettronica che il rock, il trio londinese adotta strutture e suoni decisamente più sporchi e live, lasciando che il sudore scorra per tutta la durata del disco. ci sentirete i king crimson come i tangerine dream come gli ozric tentacles ma il tutto in salsa decisamente più acida e noise, con muri di suono che possono far venire in mente lo shoegaze primigenio più casinista. e, in tutto questo, vi divertirete come dei matti.


decemberists - the king is dead



il gruppo di portland scarnifica il proprio suono di tutti gli orpelli che avevano fatto brillare the hazards of love di una luce tutta sua e torna ad una semplicità che, se non stupisce, incanta nel suo svolgersi tra melodie d'effetto e arrangiamenti asciutti ma mai banali. la classe di un musicista come peter buck si fa sentire quando il chitarrista dei rem entra in gioco, creando almeno uno dei capolavori del disco (down by the water). il resto lo fanno i piccoli affreschi acustici di june hymn e january hymn o le forti infiltrazioni di tradizione americana in rox in the box e soprattutto all arise! che alleggeriscono l'ascolto senza per questo allontanarsi dal discorso generale del disco.


non sto a dire che anche gli altri dischi di quest'anno che ho già recensito sono secondo me tutti belli, in particolare yun lurn dei burmese (disco estremo dell'anno coi gigan), i foo fighters (disco autoradio dell'anno) e i pain of salvation (perché sì.).
questi altri invece, in nessun ordine particolare, mi sono tutti piaciuti.

- mastodon - the hunter

- earth - angels of darkness, demons of light 1

- luup - meadow rituals

- obake - obake

- treni all'alba - 2011 ad

- yob - atma

- chris watson - el tren fantasma

- my dying bride - the barghest o' whitby

- primus - green naugahyde

- blackfield - welcome to my dna

infine, il premio per peggior disco dell'anno quest'anno coincide anche con quello per peggior disco del decennio e di un'intera carriera ed ovviamente va a quella sublime opera d'arte che è illud divinum insanus dei "morbid angel" (virgolette dovute). dire che è una vergogna è fargli un complimento. altre sòle notevoli sono: lou reed che rovina un disco dei metallica, impressions dei lunatic soul, l'omonimo degli evanescence e l'anonimo dei symphony x. senza dimenticare a dramatic turn of events dei dream theater, innocuo ed inoffensivo nei suoi momenti migliori.
divertitevi.