domenica 21 giugno 2015

the mars volta, "de-loused in the comatorium"



vi ho parlato di tutti gli altri dischi e in ogni recensione ci ho tenuto a specificare: tutti i dischi sono belli, tutti i dischi sono a modo loro riusciti, ma 'de-loused' non si batte. penso sia giunto il momento di spiegarvi perché. lo farò con molta calma, sapevatelo.

c'erano una volta gli at the drive-in. ora, facciamo finta per un attimo che ci piacessero (no, mi han sempre fatto veramente schifo), oppure no, l'importante è riconoscergli l'importanza che hanno avuto nel declinare alla loro maniera il verbo "core" (io coro, tu cori, egli core) a cavallo tra i 90 e gli 00. molti li mettono nella categoria "emo" e per certi versi non posso che essere d'accordo. di certo quando si sono sciolti nessuno (io mai e poi mai nella vita) avrebbe pensato che quello che avrebbero fatto dopo sarebbe stato così distante da ogni punto di vista. da una parte abbiamo la semplicità della melodia e dell'impatto su cui si basavano gli atdi, dall'altra l'elaborata complessità cerebrale che anima ogni parto dei mars volta. come si uniscono i puntini? con de-loused, uno di quei casi in cui """""disco di trasizione""""" vuol contemporaneamente dire "equilibrio perfetto".

infatti il miracolo di questo disco sta proprio lì, nel suo bilanciare in maniera perfetta la fisicità delle passate esperienze con la nuova forma mentale 'progressive', non ancora compiuta e quindi ancora più efficace nello spingere il gruppo a lanciarsi con benedetta ingenuità in composizioni tortuose ma che mantengono un controllo della struttura ben saldo e molto più classicamente rock rispetto a ciò che succederà dopo.
è un concept? pare. qualcuno ci ha capito qualcosa? no. c'è un protagonista chiamato cerpin taxt che cade in coma per una settimana e tutto il sogno delirante che ne consegue (vogliamo menarcela e vedere i punti di contatto con "the lamb lies down on broadway"? no, limitiamoci a notare la somiglianza) con creature bizzarre, sottomarini, nomi strani e parti del corpo intercambiabili. forse, o forse no. esiste anche un lungo scritto in prosa di cedric che racconta tutta la storia, ci ho capito ancora meno che dai testi. ma poco importa, quello che è interessante notare è il largo uso che cedric fa di parole inventate e ibridi strani che spesso fanno risultare la voce più come uno strumento tramite pronunce e attacchi ritmici molto accentuati.

'de-loused' è anche il frutto di una formazione durata solo un attimo: rimasti senza la bassista eva gardner (andata poi con pink e moby), i due ripiegano su un turnista per il disco e questo turnista si chiama michael balzary, meglio conosciuto come flea; capite che avere come sezione ritmica jon theodore e flea dà una certa impronta alla musica, sicuramente il groove e l'impatto non mancano. a quel punto si aggiunge anche l'amico john frusciante che contribuisce al delirio di 'cicatriz esp'. c'è poi la triste vicenda di jeremy michael ward, effettista, tecnico del suono e della manipolazione audio responsabile di quasi tutti i soundscapes del disco ma trovato morto pieno di droga un mese prima che l'album uscisse (ma non prima di trovare un misterioso diario sul sedile posteriore di una macchina che stava confiscando. su questo diario sarà basato il concept di 'francis the mute'). last but not liszt, rick rubin, meritevole di menzione almeno per un paio motivi: 'de-loused' è l'unico album del gruppo a non essere prodotto dal solo rodriguez-lopez e questo già gli conferisce un aspetto diverso da tutti gli altri; il fatto che questo produttore sia mr. rubin crea poi una serie di ripercussioni musicali, essendo lui famoso per la sua capacità di dare una direzione ed un senso ben precisi agli album che produce, oltre ad essere esperto di vari generi ed avere un orecchio speciale (e anche l'altro non è male!).

tutto questo già mette 'de-loused' in una prospettiva diversa da tutti gli altri dischi dei mars volta e non abbiamo ancora parlato delle canzoni. è chiaro che anche da questo punto di vista, l'album si differenzia rispetto agli altri. prima parlavo di equilibrio, anche le canzoni si basano proprio su di esso riuscendo ad essere sì lunghe e con molti cambi di tempo e dinamica ma mantenendo una melodicità salvagente: quando si sta annegando nel mare strumentale, la voce offre un appiglio per restare nel pezzo, cosa da nei dischi dopo verrà un po' a mancare. fin dall'intro 'son et lumière' sono proprio i ricami di cedric che restano più in testa, anche perché con 'inertiatic esp' si è subito in un frullato nevrotico che necessita di un po' di ascolti prima di mostrare tutti i suoi strati, a partire dai bellissimi incastri ritmici in 6/8. va ancora peggio con 'roulette dares', schizofrenia in musica col suo riff tarantolato, aperture larghissime e un ritornello che non si dimentica, prima di una sezione strumentale con jon theodore protagonista a trainarsi tutti dietro. ed è sempre lui in testa alla fila in 'drunkship of lanterns'; basata su ritmica baion (o baião) brasiliana che regge tutto il pezzo, la canzone è tra le più riuscite del disco grazie ad un impianto strumentale potente ma equilibrato e a linee vocali catchy e piene di quel feeling unico che cedric ha.
'eriatarka' sposta il peso sulla melodia e colpisce tanto per la dolcezza della strofa quanto per l'isterico ritornello, un altro colpo a segno che apre la strada per quello che è probabilmente il capolavoro di tutto il disco: 'cicatriz esp'. mentre in futuro i brani lunghi del gruppo diventeranno ancora più lunghi e con varie direzioni al loro interno, 'cicatriz' nei suoi 12 minuti e mezzo riesce a rimanere sempre focalizzata e spedita, anche quando nella sua parte centrale si apre sempre di più fino a diradarsi quasi nel nulla più psichedelico per poi tornare alla carica in una maniera di cui i primi santana sarebbero molto fieri. come ci riesce? con un groove di basso e batteria che ti apre in quattro, una ritmica funk che suona led zeppelin al punto giusto, che si trascina tutto, inarrestabile, semplicemente perfetta. sopra ci sono gli svolazzi della chitarra di rodriguez, rumorosa e melodica allo stesso tempo, e le stupende linee vocali di cedric che sfociano nel disperato ritornello.
'this apparatus must be unearthed' riporta sulla terra e mostra in germe molte sfaccettature che verranno esplorate sui dischi successivi, forse 'amputechture' più di tutti. poi ritorna la vena melodica e lo fa con una delle migliori ballate di tutta la discografia, l'indimenticabile 'televators' che più volte il gruppo ha tentato di bissare senza mai riuscirci (non tanto per qualità quanto per intenzione). la voce è rassegnata ma vicina, l'arrangiamento sospeso e dilatato e il tutto converge in un ritornello da lacrime prima di uno special che addirittura si lancia in un semplice canone vocale molto efficace.
il viaggio giunge al termine ma non lo vuole certo fare in modo accomodante: i nove minuti di 'take the veil cerpin taxt' si abbattono senza pietà sull'ascoltatore e sono forse i più profetici di tutto il disco: la struttura si mostra a fatica nell'inferno strumentale per poi collassare in un'eco di mellotron da cui comincia la sezione strumentale che non può non ricordare i king crimson per l'uso di incastri su tempi dispari e repentini cambi d'atmosfera prima di chiudere col ritorno della voce ed un finale tanto improvviso quanto liberatorio.

lo spettro di influenze mostrato qui è incredibile, si va dall'hardcore ai king crimson passando per ritmi latin, santana, funk e pop. 
il mix riesce a far emergere ogni minima sfumatura in maniera naturale e mai invasiva, il suono è fortemente tridimensionale grazie anche ai succitati soundscapes di ward che aggiungono uno spazio enorme alle canzoni; il mastering è intelligentissimo e riesce a spingere sull'impatto senza mai danneggiare le dinamiche. in poche parole, dovrete usare la manopola del volume, del resto L'HANNO INVENTATA APPOSTA.
nell'insieme risultavano essenziali le tastiere di isaiah ikey owens, soprattutto il suo hammond che faceva da collante universale in tantissimi momenti. e vogliamo dimenticarci dell'onnipresente tappeto di percussioni di lenny castro? il suo apporto è fondamentale per molti pezzi, su tutti 'drunkship of lanters', 'cicatriz esp' e 'take the veil', pezzi che possono tranquillamente essere ballati da tanto sono ritmicamente trascinanti. (quasi tutto il disco ha questa caratteristica del resto)
eppure la magia di 'de-loused' è la capacità di far suonare tutto questo unito, omogeneo e focalizzato in uno stile che è subito fresco ed originale. che è un po' la magia di tutti i mars volta ma qui, per i vari motivi elencati, gli è riuscita meglio che mai. uno dei 10 dischi rock fondamentali degli ultimi 15-20 anni per invenzione, arrangiamento, esecuzione e produzione, nonché opera mirabile per la sintesi perfetta tra cuore e cervello, un disco unico ed irripetibile che merita di essere ascoltato ed apprezzato da chiunque cerchi qualcosa di più del solito 4/4. loro erano una spanna sopra.

domenica 14 giugno 2015

the mars volta, "octahedron"



'octahedron' arrivò come un fulmine a ciel sereno. dopo le sbrodolate infinite dei tre album precedenti, io di certo non mi aspettavo un disco che volesse tornare in parte indietro. 
tutto è ridimensionato, a partire dalla durata di "soli" 50 minuti e dall'apertura dell'album, affidata alla placida ballata 'since we've been wrong' che mette in chiaro molte cose: la melodia torna protagonista, sia nelle linee vocali che in quelle strumentali, la malinconia trascina tutte le canzoni e si restituisce al vuoto lo spazio che gli spetta, dopo averglielo brutalmente tolto in tempi non sospetti.

la grande differenza di 'octahedron' rispetto ai capitoli precedenti sta nel suo essere un disco di canzoni e non un blocco unico: ad eccezione di "copernicus" (che mostra germi di ciò che sarà 'noctourniquet') i pezzi sono retti da strofa-ritornello e si distinguono perfettamente gli uni dagli altri, grazie anche ad arrangiamenti più vari e strutturati. 
proprio in questo discorso si trova anche una delle pecche dell'album, ovvero quel thomas pridgen osannato per la sua tecnica e velocità che qui risulta però spesso o fuori luogo o evidentemente trattenuto. il suo ingresso in 'since we've been wrong' è palese in questo senso, con un suono decisamente troppo pompato e un fraseggio che non convince, 'octahedron' era un disco da theodore se non addirittura già da deantoni parks. (dave elitch non l'ho mai considerato un loro batterista, ha fatto solo un tour e non mi è mai piaciuto. guarda caso, l'unico batterista bianco di tutta la carriera)
cosa ne esce da questo miscuglio? ancora una volta, le canzoni. il groove aggressivo sulle melodie sospese di 'teflon' o 'desperate graves', l'unica concessione al vecchio 'funk-core' della buona 'cotopaxi' (non a livello però di una 'viscera eyes'), e, una spanna sopra a tutto, la rassegnata e triste psichedelia ambientale di 'with twilight as my guide', senza dubbio il capolavoro del disco con un lavoro melodico di cedric davvero incredibile che riporta la mente ai tempi di 'televators'.

ma allora 'octahedron' è un disco della madonna, direte. sì e no. nei momenti riusciti lo è, nulla da dire. altrove si trova una sensazione di incompiutezza, come se l'intero disco fosse una prova per poter passare oltre, "vediamo se sappiamo fare ancora quelle cose e poi ne facciamo altre". per fortuna quelle cose le sapevano ancora fare ma il tempo ha confermato che questo è un disco di passaggio, quando il focus si fa più preciso ne escono le figate totali, in altri momenti si gira un po' in tondo portando comunque a casa belle canzoni ('halo of nembutals', 'copernicus', che suona più come un esperimento che come una vera canzone, o 'luciforms', buona ma un po' vaga).
questo può essere un buon punto di partenza per conoscere a grandi linee il loro suono, tenendo a mente che non è un suono compiuto ed organico come nel primo o nell'ultimo disco; è però contenuto nella durata e molto molto melodico, non è assolutamente un album difficile da seguire.

impossibile però dimenticare ciò che è successo dopo: 'noctourniquet' porterà a compimento la nuova via dei mars volta e 'octahedron' resterà un episodio a sé, molto bello ma anche piuttosto effimero.

domenica 7 giugno 2015

the mars volta, "the bedlam in goliath"




se 'amputechture' era l'estremizzazione di alcune parti di 'frances', 'the bedlam in goliath' è la versione steroidizzata di tutto 'amputechture'.
non cambia di certo la mole di materiale: altri 76 minuti ancora più stipati di musica, con le parti noise ormai ridotte a una manciata di secondi in un paio di pezzi, non c'è un secondo di respiro, non c'è un solo momento in cui non stiano succedendo 79 cose tutte insieme.
buona parte della responsabilità di questo va di certo data al nuovo batteraio thomas pridgen, enfant prodige portabandiera di quelli che nel mondo tamburino son chiamati "gospel choppers". per capire ciò che vorrei dire, è giusto che vi dica prima due cose sui gospel choppers: nelle chiese afroamericane negli stati uniti è molto frequente trovare band che suonano durante la messa, questa non è una novità; un po' di anni fa ha iniziato a svilupparsi una scuola di batteristi gospel lungo tutti gli stati uniti, giovani che si ritrovavano a suonare e studiare insieme rubando fill e combinazioni dai loro idoli. il risultato è che spesso questi batteristi hanno un sacco di tecnica e un buon groove ma un pessimo gusto che li porta a suonare sempre troppo con fill intricati e velocissimi che c'entrano solitamente poco con la canzone (e sono normalmente dei semplici linear, frasi in cui non si suona mai più di un pezzo alla volta, a una velocità disumana).
pridgen è decisamente perfetto per rappresentare tutto ciò, la sua performance è esagerata lungo tutto i pezzi, non sta fermo un secondo ed è un continuo spostare accenti, girare le ritmiche, fare fill assurdi. chiaramente tutto è stato, come sempre, arrangiato in toto da rodriguez-lopez per cui è molto probabile che queste siano state le sue indicazioni. di certo se c'è un disco in cui questo modo di suonare può calzare a pennello è proprio 'bedlam': come dicevo è l'intero album ad essere estremo in tutto, i pezzi sono lunghi e tortuosi, le chitarre spalmate in ogni spazio vuoto sono decine e decine, quasi sparisce il basso di juan alderete che rimane a questo punto l'unico appiglio stabile in mezzo al casino più totale (vedi "goliath"). 
c'è però anche una voglia di ridare personalità ad ogni pezzo: mentre in 'amputechture' era tutto un flusso unico, qui le canzoni si distinguono ognuna per un'idea di base e questo è proprio ciò che salva la baracca.
"aberinkula" e "metatron" viaggiano sui medesimi binari ma hanno due ritornelli estremamente catchy che si fanno ricordare; "ilyena", probabilmente il pezzo migliore dell'album, si distingue per un groove ficcante e ancora melodie e ritornelli a fare da collante. notevole la sfuriata  di "wax simulacra" che in due minuti e mezzo rade tutto al suolo, preparando il terreno per il secondo capolavoro "goliath" che fa dello squilibrio il suo punto di forza e fa solcare le follie strumentali da cedric, ispirato a livelli molto alti. la critica che gli si può muovere in questo disco è lo spropositato uso di effettistica che fa: se da un lato dona dinamicità alle linee, dall'altro può stufare soprattutto nell'uso di octaver che creano l'effetto alvin superstar, in 'bedlam' ben più presente che negli altri dischi.
la psichedelia viene limitata a pochi e mirati momenti, principalmente in "cavalettas" e "soothsayer" mentre la breve "tourniquet man" è l'unica oasi di pace in mezzo al macello.
mi sento infine di citare "agadez" perché è l'ultimo pezzo dei mars volta che abbia ancora quegli influssi latin, per quanto ormai vaghi, che avevano graziato soprattutto i primi due album.

per concludere, il discorso non si discosta poi tanto da quello fatto per 'amputechture': ci si trova di fronte un monolito di suono di un'ora e un quarto che non dà tregua né respiro, ancora più estremo del suo predecessore anche nella produzione (troppo) sparata; arrivare sani alla fine è un'impresa impegnativa per cui, ancora una volta, se dovete scoprirli non partite da qui, arrivateci quando già avete un'idea di quello che erano i mars volta e, con tempo e pazienza, troverete un altro gran disco.

lunedì 1 giugno 2015

the mars volta, "frances the mute"


nella musica rock non sono troppo rari i curiosi casi storici. per dire, 'wish you were here' è un disco nettamente migliore di 'the wall', eppure è il secondo che storicamente viene più ricordato; 'permanent waves' e 'hemispheres' sono molto meglio scritti di, relativamente, 'moving pictures' e '2112', eppure. e così via, 'tonight's the night' con 'harvest', 'parade' con 'purple rain' e molti altri. alla fine tutto si riduce ad una questione di gusti personali e ciò è quanto è successo anche con 'frances the mute': il suo predecessore, 'de-loused in the comatorium', è decisamente più riuscito e di ben più larghe vedute ma è stato 'francis' a sdoganare il nome dei mars volta e farli esplodere nel mondo. la vera curiosità sta nel fatto che, rispetto all'esordio, 'francis' è un disco molto più estremo, stratificato e """difficile""" e forse è stata proprio questa sua esagerazione a farlo glorificare.
se nel primo album si trovava l'equilibrio perfetto tra fisicità e complessità, qui il pendolo sta decisamente più dalla seconda parte, amplificando oltre modo molti degli aspetti di 'de-loused': il gioco di tensione isterica/rilascio melodico che prima era piuttosto rapido qui viene ingrandito a struttura dei brani; se prima i pezzi reinterpretavano i generi (ritmiche latin suonate rock, fraseggi prog suonati hardcore, groove funk distorti da hard rock) ora invece ci sguazzano: la psichedelia si fa noise (esagerato) protratto per interi minuti, la vena latin si concretizza nel ritornello mex di 'l'via l'viaquez', le jam diventano mostri interminabili fino ad animare la maggiorparte di 'cassandra gemini'. pardon, dei 33 MINUTI di 'cassandra gemini'.
guardando la tracklist sembra di trovarsi davanti a un disco prog del '72, 5 pezzi per un totale di 77 minuti di materiale. tutti di musica? no, qui sta un po' l'inghippo: quando la band effettivamente suona tira fuori cose che stanno sicuramente in altissimo nel loro repertorio, il problema è che per almeno 15 minuti sparsi in giro il tutto si riduce a rumori, suonini, distorsioni e glitch che non aiutano affatto lo scorrere dell'album, già di per sé non proprio leggero.
i pezzi sono tutti lunghi, a parte 'the widow' che dura di fatto 3 minuti in tutto sui suoi 6 minuti nominali ed è quindi molto corta e 'cassandra gemini' che, come già detto, è piuttosto lunga.
'cygnus…vismund cygnus' si fa notare subito e mette le cose bene in chiaro: non aspettatevi un disco accomodante. si parte sottovoce in acustico, si esplode in un fragore latino-core dal ritornello catchy come pochi, si finisce in una jam psichedelica il cui giro è composto da tre misure, una in 9/8, una in 6/4 e una in 4/4, tempo tagliato alla latin, per poi tornare al delirio iniziale. l'apporto di un groovatore solido e fantasioso come jon theodore è essenziale per reggere una struttura del genere, così come il sottile ma imprescindibile sottostrato di tastiere di ikey owens, è tutto un gioco di equilibri che vengono intenzionalmente fatti vacillare per mantenere la musica in continuo movimento. e proprio la tensione gioca un ruolo fondamentale in 'the widow' liberatoria ballata dalle tristi melodie, anticamera del suo naturale sviluppo che è 'miranda that ghost isn't holy anymore', ancora più aperta, ancora più disperata, solcata indelebilmente dalla tromba di… flea. (invero non memorabile per intonazione ma schifo non fa)
in mezzo a questi due episodi deflagra il groove di 'l'via l'viaquez', funk rock tinteggiato di latin che nel ritornello si mette il sombrero e si polleggia con della buona tequila.
cosa si può dire di 'cassandra gemini'? avete presente tutto quello che ho detto finora? ok, conditelo con un approccio molto jam e spalmatelo su 33 minuti di montagne russe: le dinamiche mutano in continuazione, i cambi di tempo si sprecano, le melodie si rincorrono senza fine, il tutto mentre ognuno dà il massimo, dalla ritmica libera ma coesa in maniera terrificante alle chitarre che mostrano un catalogo di suoni incredibile mentre la voce di lancia in urla, versi, scat dementi e paranoie sonore.
non credo che molti potrebbero fare un disco così, difficile da scrivere, difficile da arrangiare e molto difficile da suonare. pur essendo anche difficile da ascoltare ed assimilare, in qualche modo ha stregato milioni di persone in un'era in cui i dischi non si comprano e non si ascoltano più. nell'epoca dello shuffle loro han fatto le suite in parti, negli anni della melodia cheap da pubblicità loro hanno tirato il progressive fuori dal suo torpore, in un età della sintesi loro hanno espanso ed esagerato. tutto bello, tutto molto contro corrente, com'è però che un anno dopo la sua uscita aveva venduto mezzo milione di copie? questo è uno dei miracoli dei mars volta ed uno dei motivi per cui erano i migliori a fare quello che facevano. 

curiosi casi storici.