venerdì 16 giugno 2017

krzysztof komeda quintet, "astigmatic"




krzysztof komeda, nato krzysztof trzciński il 27 aprile del 1931, è stato non solo uno dei più grandi pianisti del jazz polacco ma anche uno dei migliori esempi di come il jazz possa rielaborare materiali diversi da quelli americani per intrecciarsi con le tradizioni locali di tutti i paesi del mondo.

il suo percorso iniziò ad ostrów wielkopolski dove frequentò il ginnasio, prima di spostarsi a poznań dove studiò per diventare un otorinolaringoiatra. proprio la professione medica che intraprende sarà ciò che lo porterà ad adottare un nome d'arte per la sua carriera musicale, poiché all'epoca il jazz non era ben visto dal regime sovietico e questa sua passione avrebbe potuto compromettere la sua posizione di medico.
incontro fondamentale fu quello con witold kujawski, famoso contrabbassista che portò komeda a cracovia facendogli scoprire il fermento che il jazz viveva, sebbene di nascosto, nella città polacca. in questo periodo komeda suona dalla musica leggera al be-bop al dixieland, assimilando i vari linguaggi dei diversi stili, prima di formare il komeda sextet con, tra gli altri, il sassofonista
jan ptaszyn wróblewski e il vibrafonista jerzy milian. a questo periodo risale l'esibizione (e relativa registrazione del concerto) al primo jazz festival di sopot, da qui inizia un percorso di crescita e maturazione artistica inesorabile, che porterà komeda ad esplorare le vie più moderne ed evolute del jazz oltre che a lanciarlo nel mondo del cinema come compositore di colonne sonore: la sua lunga collaborazione con roman polanski dura per dieci anni, dal 1958 al 1968. in questo tempo il pianista scrive le colonne sonore di film come “knife in the water”, il corto muto “two men and a wardrobe”, “cul-de-sac” e il famosissimo “rosemary's baby”, accrescendo così la sua fama e stima da parte del mondo jazz.

verso la metà degli anni '60, komeda forma un nuovo quintetto con musicisti che sono tra i più importanti jazzisti europei: tomasz stańko alla tromba, zbigniew namysłowski al sax alto, rune carlsson alla batteria e günter lenz al basso, oltre ovviamente allo stesso komeda al piano.
namysłowski ha iniziato a studiare musica suonando il violoncello e il pianoforte, col quale avrà le prime esperienze jazz prima di passare al trombone e infine al sax alto. ha sempre fatto un punto di forza delle sue radici polacche, portando nel fraseggio melodie tipiche della sua terra.
stanko, anch'egli polacco, si distingue per una ricerca timbrica che lo ha portato negli anni a fare esperienze fra le più disparate, dalla collaborazione con la globe unity orchestra ai dischi di jazz moderno per la ecm, passando per un suggestivo album registrato in solitudine in parte nel taj mahal e in parte nelle caverne di karla in cui dà prova di un controllo timbrico e coloristico impressionante.
günter lenz, bassista tedesco, all'epoca era già stato con il quintetto di albert mangelsdorff; passa al basso nel '59 dopo aver studiato chitarra e durante la carriera suona con personaggi come oliver nelson, george russell, coleman hawkins e joachim kühn, oltre a scrivere anche arrangiamenti orchestrali per placido domingo.
completa il gruppo rune carlsson, eclettico batterista svedese che negli anni è passato dal dixieland al jazz moderno di bobo stenson, oltre a collaborazioni con il bassista e poeta americano red mitchell e con l'hammondista progressive svedese bo hansson.

con questa formazione, la notte del 5 dicembre 1965, nella sede della warsaw philarmonic viene registrato “astigmatic”, personale capolavoro del pianista polacco nonché uno tra i massimi apici del jazz europeo. in questo disco infatti tutti gli elementi della poetica di komeda convergono in tre composizioni perfettamente equilibrate fra complesse strutture, vasti spazi modali, lirismo eurocolto e improvvisazione jazzistica.

il tema del brano che da il titolo all'album è un lungo crescendo, fortemente strutturato nei suoi cambi di tempo improvvisi. già solo nel tema si possono ritrovare quasi tutti gli elementi che contraddistinguono lo stile di komeda: la struttura è netta ma si adatta alle necessità narrative della musica (come una colonna sonora si adatta alle immagini) e l'interplay del gruppo evita di farla suonare rigida; lo swing è evidente nel beat esplicito della batteria, fatto anche di semplici colpi in quarti che rimandano ad una ritmicità ancestrale e primitiva, il tocco del piano è più morbido rispetto ai canoni afroamericani, filtrato anche dagli studi classici del pianista, eppure il suo modo di suonare è assolutamente jazzistico nel punteggiare e commentare continuamente gli eventi sonori. risalta subito anche la vena lirica del polacco: le melodie del tema riescono ad essere emozionalmente coinvolgenti e piacevoli all'ascolto, cosa non comune al jazz sperimentale degli anni '60.
komeda è un regista musicale, il risultato che ottiene è un suono fortemente collettivo in cui ogni individuo ha spazio e modo per esprimere la propria sensibilità e questo diventa ancora più evidente quando iniziano gli assoli. quello di piano riesce a far convergere nell'improvvisazione tutti gli elementi finora citati, strutturazione, elasticità swing, linguaggio vario e fantasioso (parker, chopin, bill evans). difficile confondere questa musica con quella americana, la mancanza di colori blues fa sì che non si sbilanci mai e l'atmosfera, aiutata anche dall'ottima registrazione, ricorda più la musica da camera europea dove ogni strumento ha una sua voce e spazio ben definiti all'interno dell'organico.

l'assolo di stanko alla tromba nasce da un momento aperto e aritmico con frasi leggere e dal suono tondo, andando lentamente assieme alla ritmica a riprendere il tempo ossessivo del tema e spostandosi su un linguaggio e suono più taglienti e marcati, non lontani dall'idea sonora del miles davis anni '60. quando la tromba resta da sola con il contrabbasso, la poeticità del momento anticipa di un paio d'anni le idee che porteranno herbie hancock alla registrazione di “maiden voyage”; in questi momenti di alleggerimento dell'impasto, risalta la continuità del lavoro di komeda con le colonne sonore da lui composte: anche questa è musica altamente immaginifica e descrittiva che fa largo uso anche di escursioni dinamiche per raccontare una storia.
l'influenza della musica di coltrane si fa sentire durante il solo di namysłowski, sia per il fraseggio del sassofonista, sia per l'accompagnamento torrenziale della ritmica che poi si dissolve lasciando l'altista da solo a dipingere note sul silenzio; il linguaggio alterna esplosioni coloristiche a raffiche di note che ricordano da vicino gli sheet of sound, anche se l'atmosfera musicale è molto lontana da quella di coltrane. da qui si passa senza soluzione di continuità all'assolo di lenz al contrabbasso: il silenzio lasciato dal sax di namysłowski va presto riempiendosi della melodicità percussiva del tedesco, il quale gioca con tutto il registro dello strumento prima di riprendere il tempo martellante del tema.
le percussioni di carlsson arrivano al solo per ultime, come da tradizione jazz; il suo linguaggio è fatto di classici riferimenti jazz (max roach, joe morello) tanto quanto di influenze moderne, quelle che a metà anni '60 stavano esplodendo grazie al lavoro di elvin jones e tony williams. carlsson non usa i cicli ritmici come jones ma il suo suono è grosso e pieno in modo molto simile all'americano, soprattutto per quanto riguarda la grancassa; di contro alcuni momenti di fraseggio stretto, rapide raffiche di colpi, rivelano una sensibilità vicina a quella di tony williams, senza comunque mai perdere in personalità.

i due brani che completano l'album, “kattorna” e “svantetic”, si muovono sulle stesse coordinate, accentuando ognuno alcuni aspetti dell'originale suono di komeda.
“kattorna” si basa su un motivo già comparso nella colonna sonora dell'omonimo film girato da hening carlsen e lo rielabora alla maniera del jazz modale degli anni '60, con una ritmica marcata e trainante a sorreggere il suggestivo impianto melodico esplorato poi dai musicisti durante i soli. tra questi spicca quello di stanko, durante il quale il trombettista lavora di chiaroscuri dinamici, inserendo fini colorismi e mantenendo un serrato interplay con carlsson. komeda da parte sua si produce in un assolo sublime fatto di accordi dissonanti che mantengono alta la tensione melodico-armonica, salvo risolvere inaspettatamente in attimi di lirismo poetico.
“svantetic” è il brano che chiude l'album, dedicato a svante foerster, poeta svedese e grande amico di komeda. anche qui troviamo un tema che va formandosi, giocando con momenti aritmici e larghi su una melodia ascendente prima di assestarsi su uno swing instabile quanto funzionale al brano. durante gli assoli è da notare come ai cambi di modo corrispondano reazioni non solo da parte del solista di turno ma dell'intero gruppo, continui crescendo che sono sia stimolo che conseguenza dei solisti, meccanismo vicino a quello di “ascension” di coltrane, sebbene molto diverso per risultato finale. invece l'impalcatura armonica modale ricorda le sonorità delle composizioni di wayne shorter di quel periodo, basate su blocchi modali che davano grande libertà sia al solista che alla ritmica nell'accompagnamento. in questo brano è possibile notare in maniera evidente quella che nel tempo è stata definita come “forma ad arco”: già all'interno del tema si trova un'esposizione, un climax ed una risoluzione finale; ancora una volta si nota come il lavoro di komeda nella musica da film abbia influenzato il suo metodo di composizione jazz.

“astigmatic” è un disco che centra in pieno un obiettivo, quello di dar prova della vitalità e creatività del jazz europeo. in esso i canoni del jazz afroamericano vengono sfruttati per lavorare su materiali che di americano non hanno nulla ma prendono invece dalla tradizione sia eurocolta (il tocco morbido, l'afflato cameristico) che folk (le melodie legate ad una sensibilità dell'est-europa), oltre ad aggiungere la peculiare capacità di komeda di creare delle vere e proprie ambientazioni sonore per i brani, capacità derivante dalla sua lunga esperienza nel campo delle colonne sonore. per questi motivi è un disco epocale ed emblematico di un certo modo di fare jazz in europa.


domenica 15 gennaio 2017

pain of salvation, 'in the passing light of day'



sembra, pare, dicono, voci di corridoio, mormorii sul fatto che sarebbero tornati i pain of salvation. dice che han fatto un disco ispirato che suona come i pain of salvation veri, quelli di 10-15 anni fa. un disco ispirato dalla disgrazia che ha colpito daniel nel 2014, constringendolo per mesi in un letto di ospedale con un buco nella schiena che gli scopriva la spina dorsale che un batterio gli stava divorando dall’interno. non c’è dubbio che le premesse per un drammone come quelli dei bei tempi ci siano tutte ma poi alla fine il disco è davvero come si dice?
non avete idea della gioia che provo nel dare questa risposta: sì cazzo. sono tornati i pain of salvation, non quelli un po’ spampanati di ‘scarsick’, non gli esperimenti lo-fi e le cazzatine dei ‘road salt’ né lammèrda che ci è stata propinata con ‘falling home’, è ritornato il gruppo che ha cambiato il progressive metal a cavallo del 2000 con una formula unica, una coesione di gruppo incredibile e soprattutto l’ispirazione per canzoni fenomenali. certo, per quelli come me che al sentire il nome del gruppo pensano subito alla formazione gildenlow-gildenlow-hallgren-hermansson-langell c’è lo scoglio da superare della nuova band, poiché di quelli là è rimasto solo daniel, il quale questa volta cambia decisamente le carte in tavola: al posto della normale scritta “all music and lyrics by daniel gildenlow” troviamo un’inedita condivisione dei credits con il nuovo chitarrista-cantanteunuco ragnar zolberg oltre al ritorno di un produttore esterno (daniel bergstrand), cosa che non si vedeva da ‘remedy lane’, come a voler cancellare l’amaro in bocca dell’aver assistito all’uscita di due dischi che potevano essere accreditati come ‘daniel gildenlow band’ visto che il cantante se li è scritti e registrati in casa suonando buona parte degli strumenti.
‘in the passing light of day’ ha in sé un pochino di tutti i dischi del passato e in questo è abbastanza paraculo: ci sono momenti saturi di suono che riportano a ‘the perfect element’ (‘angels of broken things’), arrangiamenti d’archi che profumano di ‘be’ (‘on a tuesday’), c’è l’epicità che sorprendeva in ‘scarsick’ (‘if this is the end’ e ‘the passing light of day’), non mancano momenti più terreni alla ‘road salt’ (’silent gold’ e ’the taming of a beast’) e ci sono addirittura melodie che riportano a ‘one hour by the concrete lake’ (‘full throttle tribe’). non sempre il disco convince nei riff di chitarra, soprattutto quando sono troppo meccanici (‘reasons’, l’unico pezzo che si poteva evitare) o presi di peso da ‘nothing’ dei meshuggah, una scelta azzardata fatta forse per dare un tocco ‘moderno’ che però risulta fuori contesto e copiata. (oltre che ormai abusata, è un disco di 15 anni fa, facciamocene una ragione) 
ottimo invece il profilo melodico, compatto ma dinamico e sottolineato dalle classiche armonie vocali oblique; non sembra completamente ripresa la voce di daniel che qua e là suona un po’ sottotono ma questo non pesa sulle canzoni. le parti più alte vengono ora eseguite da zolberg col suo tono altissimo e strizzato, anche un po’ stucchevole a dirla tutta ma non è grave.
il mix è finalmente ad ottimi livelli, i suoni hanno tutti molto carattere e si incastrano alla perfezione in un tessuto asciutto e molto frontale che funziona bene sia per le parti più metal (forse più presenti che mai) che per quelle più melodiche e leggere.
il disco ha un flusso trascinante, profondo e sinceramente ispirato per cui lasciarsi andare e dimenticare le imperfezioni vuol dire godersi un bel viaggio; a questo riguardo consiglio l’edizione digibook del cd con un booklet espanso di 48 pagine in cui gildenlow spiega dettagliatamente (fin troppo) l’orribile vicenda che ha generato il disco, leggere la storia aiuterà moltissimo ad apprezzare l’album.

ma quindi alla fine? allora, se non conoscete il gruppo potreste anche partire da qui, io consiglierei comunque di partire dai grandi dischi di allora, sia ‘the perfect element’ o ‘remedy lane’. se siete già fan di quel gruppo allora la scelta sta a voi: crogiolarvi nella paraculaggine di daniel gildenlow e godervi un nuovo capitolo degno di avere quel nome in copertina oppure passare oltre. io sono felice di averci sbattuto la testa, bentornati.

martedì 10 gennaio 2017

sting, '57th & 9th'



io a gordon sumner ci voglio bene. quando ero piiiicolo piccolo piccolo impazzivo per ‘nothing like the sun’, negli anni ho scoperto gli altri suoi dischi e nel frattempo è cresciuto il fanatismo totale per i police, per quanto strafamosi comunque sottovalutati.
ammetto di averlo un po’ perso con il filotto di dischi per liuto, di natale, con l’orchestra… etc etc. il primo era una bella idea, al secondo aveva già scassato il cazzo ed erano un po’ di anni che aspettavo un ritorno di sting in forma pop, quindi ho accolto con molta gioia l’annuncio di questo disco. che però poi fallisce praticamente su tutti i fronti.

a sting del pop evidentemente non gliene frega più una fava, le canzoni vogliono essere semplici ma sembrano invece scritte in 5 minuti mentre gordoncello si gode la sua tenuta mastodontica in toscana. c’è una sottile linea che divide ciò che è semplice da ciò che è banale, ‘57th adn 9th’ non ci si avvicina nemmeno, è banale in ogni secondo:
gli arrangiamenti “scarni e rock” fanno suonare il tutto sottoprodotto, sembrano pezzi provati due volte e via, non c’è nulla di specifico, nemmeno la batteria di colaiuta che un tempo sfronzolava con classe immane sulla splendida ‘seven days’, è tutto genericamente “pop”, piatto e senza reali dinamiche. 

i ritornelli, quando almeno sembrano tali, non funzionano, fanno anzi sembrare pezzi (già brutti) come ‘i can’t stop thinking about you’ come pubblicità della vigorsol degli anni ’90, ti vedi proprio i ggggiovani col loro skate che masticano felicemente.
il poco che si salva sono un paio di pezzi acustici nella seconda metà, senza essere brutti sono solo inutili, mentre è tremenda la scelta di dividere il disco praticamente a metà, coi pezzi più energici nella prima parte e un blocco di ballate nella seconda.
menzione d’onore per ‘inshallah’, uno dei pezzi più brutti mai scritti da sting, mezzo plagio della stupenda ‘desert rose’ senza neanche un decimo della carica di quel pezzo.

delusione pressoché totale, un’opportunità completamente mancata da un artista che sì, non ha più nulla da dimostrare, ma poteva benissimo fare a meno di dare alle stampe un disco inutile di cui tutti ci saremo dimenticati entro un paio di mesi.

provaci ancora, gordon. 

domenica 11 dicembre 2016

2016: dischi dell'anno (stavolta davvero)



molti articoli di fine anno del 2016 stanno essendo più dei necrologi che delle classifiche. come dargli torto, è stato indiscutibilmente un anno di merda ma qui ai distant zombie warning ci piace pensare più a quelli che sono ancora in piedi, per cui niente sviolinate, in memoriam o tributi vari. piuttosto, daje con la solita svangata di dischi, in nessun ordine particolare a parte il primo.




la palma quest’anno se la piglia il trio norvegese, tornato ai massimissimi livelli appena prima di perdere (sigh) (se n’è andato, non è morto) l’incredibile batterista kenneth kapstad. ‘here be monsters’ mostra un gruppo pienamente consapevole al servizio di una scrittura intelligente e sempre obliqua, difficilmente categorizzabile. il groove inarrestabile della sezione ritmica traina melodie sognanti che creano scenari sonori affascinanti e profondi, il tutto coadiuvato da un mix preciso e rifinito che mantiene però la dimensione live e da un mastering perfetto che non va mai ad intaccare le dinamiche create dai tre. 




l’impronunciabile esperimento live/studio degli ulver riesce quasi perfettamente e ci regala un altro tassello inaspettato della discografia dei lupi. una serie di (circa) improvvisazioni eseguite durante un breve tour europeo nel 2015 (con tappa memorabile al bloom di mezzago) sono state registrate e poi lavorate in studio: editing, sovraincisioni ed effetti danno vita agli strani quadretti che si susseguono senza sosta in una galleria astratta e spaziale, marcata dal tono malinconico e profondo che caratterizza da sempre gli ulver. un altro centro, decisamente.




e chi se lo aspettava. ‘croz’ era carino, sì, ma non certo memorabile. la svolta sonora di crosby negli ultimi 30 anni non sembrava portare in questa direzione, invece poi ti arriva un bassista inglese che sfida il baffo a scrivere e registrare un disco in due settimane e ne esce il regalo più bello che david ci abbia fatto da tanto, tanto tempo. la dimensione è acustica, intima e ravvicinata, pochissimi riverberi, un sacco di chitarra e la voce di croz in primo piano, vissuta, a volte fragile, a volte semplicemente e teneramente vecchia. il regalo è una serie di canzoni emozionanti che ci restituiscono un sopravvissuto della musica a livelli ancora alitssimi, rispetto ed applausi.



wadada leo smith - america’s national parks

personaggio interessante leo smith. alfiere della aacm negli anni ’70, poi convertito alla religione rastafariana aggiungendo wadada al nome, è sempre andato a scandagliare quei luoghi misteriosi del jazz che si annidano in mezzo ai silenzi, blocchi sonori che fluttuano nel nulla, caratterizzati da scelte timbriche e dinamiche molto precise, possibili grazie alla sua tecnica perfetta alla tromba. qui rende tributo in un doppio disco alla storia dei grandi parchi nazionali americani, ispirandosi agli eventi che hanno segnato ognuno di questi piuttosto che cercare di dipingerli in musica. due dischi, poco più di un’ora e mezza di musica in cui perdersi completamente, un’immersione totale che vi lascerà affascinati e soddisfatti.




di metal "nuovo" da queste parti non se ne ascolta più molto. gli schammasch mi hanno costretto ad un’eccezione perché il loro ‘triangle’ è un’opera davvero riuscita, pur essendo marcata dall’ambiziosità del metal “””avanguardista”””. le virgolette sono d’obbligo perché le basi da cui si muove ‘triangle’ sono le stesse del capolavoro ‘bergtatt’ degli ulver e parliamo di 22 anni fa, ma va bene così. gli svizzeri riescono a vincere mantenendo un senso della misura che a quasi tutti i loro colleghi sfugge: nonostante il disco sia triplo, ogni cd dura mezzora e le differenze fra le tre parti sono sensibili, dando l’idea di tre movimenti distinti che non annoiano mai, mischiando black, psichedelia e shoegaze con una spiccata attitudine melodica ed atmosferica.



david bowie - blackstar

altro discone che non mi aspettavo, giusto prima di lasciarci bowie ci dona una perla oscura che mostra ancora voglia di evoluzione. non sono mai stato suo fan per cui non sto ad inoltrarmi troppo, quello che mi è piaciuto davvero tanto di ‘blackstar’ è la fantasia negli arrangiamenti, sempre trascinanti ed azzeccati, oltre che dati in mano a un manipolo di musicisti pazzeschi (ben monder e mark guiliana su tutti). nella sua durata contenuta, ‘blackstar’ riesce a non avere mai cali ma almeno tre picchi con “sue (or in a season of crime)”, “girl loves me” e soprattutto la strepitosa title-track, scura e marcescente.


fates warning - theories of flight

loro di colpi non ne hanno praticamente mai sbagliati. quando erano dei ragazzini metallari incarnavano perfettamente spirito e sonorità dell’heavy americano degli anni’80, da quando hanno preso la svolta prog con ‘parallels’ di dischi brutti non ne hanno mai fatti e ‘theories of flight’ non fa eccezione, superando anche il suo predecessore per scrittura, arrangiamento e suoni, tutto un pochino meno smaccatamente metal e più avvolgente, sempre con la melodicità unica ed inconfondibile di ray alder. inaffondabili.



kula shaker - k2.0

il ritorno di crispian mills per il ventesimo anniversario di ‘k’ è probabilmente il miglior disco del gruppo dal ’99. ‘k 2.0’ riesce a coniugare lo spirito spudoratamente sixties dei primi dischi con la maggior morbidezza ed elaborazione di quelli della reunion e lo fa con una serie di canzoni divertenti e con un gran tiro, sempre venate delle influenze orientali e indiane che sono marchio di fabbrica dei kula shaker. ‘death of democracy’, ‘here come my demons’, ’33 crows’ sono tutti pezzi ottimi e ‘infinite sun’ con ‘mountain lifter’ sono la ciliegina sulla torta, due pezzi incredibili in cui la verve del gruppo risulta ancora come nuova.



metallica - hardwired… to self-destruct

abbiamo dovuto aspettare quasi vent’anni ma finalmente ecco un nuovo disco bello dei metallica. quando menano convincono come non succedeva da ‘…and justice for all’, quando rallentano i tempi sono rocciosi e rotolanti come succedeva nel sottovalutatissimo (capre) ‘load’ o nel sottovalutato (cani) ‘reload’, due dischi la cui dinamicità si era persa nel piattume sterile di ‘death magnetic’, senza nemmeno parlare del "quasi-disco" 'st.anger'. ‘am i savage’ e ‘dream no more’ sono probabilmente le migliori canzoni dei metallica da anni, ben accompagnate da ‘hardwired’, ‘moth into flame’, ‘atlas, rise!’ o ‘spit out the bone’, bravi, ben tornati, era anche ora cazzo.



king crimson - radical action (to unseat the hold of monkey mind)

è un live, non è proprio giusto che stia qui. il problema è che è un live mostruoso e propone anche i primi brani inediti a nome king crimson dal 2003 per cui sticazzi, fripp ha tutto il diritto di stare qui. il lavoro di riarrangiamento dei grandi classici è impressionante così come lo è l’ingranaggio mostruoso incarnato da gavin harrison, pat mastellotto e bill rieflin, tre batteristi perfettamente complementari, base ideale per gli svolazzi di mel collins ai fiati. lascia a bocca aperta l’intensità vocale di jakko jakszyk, da brividi le sue interpretazioni di ‘epitaph’, ‘the letters’ e ‘starless’. il tuttto sotto l’occhio supervisore, serio e severo, di un eroe dell’umanità chiamato robert fripp. chi era alle serate agli arcimboldi a novembre capisce bene cosa voglio dire.

menzione speciale per il devastante 'know how to carry a whip' dei corrections house, ancora meglio dell'esordio.
veniamo ora alle sòle, alle delusioni o, più in generale, ai dischi brutti, che quest’anno non sono mancati.
la delusione più grande penso mi sia arrivata dai katatonia, ‘the fall of hearts’ gira in tondo e non risolve nulla, accartocciandosi su un suono standard senza canzoni che possano supportarlo. quasi allo stesso modo falliscono gli opeth, con un ‘sorceress’ che più che progredire stagna in un manierismo settantiano che risulta stantio e poco ispirato.
che dire poi del da me tanto atteso ritorno di sting alla musica pop? ‘57th and 9th’ delude pressoché su tutti i fronti, manca la classe nella scrittura, manca la grinta, manca di incisività in produzione, mancano le canzoni. praticamente quando si arriva alla fine del disco ci si chiede se si abbia effettivamente ascoltato qualcosa o se fosse solo un ronzio di sottofondo.
steven wilson continua a grattare il fondo, dopo un inutile quanto discutibile ‘best of’ solista ci propina un ep di scarti dai due dischi precedenti, interessante quanto un porno con gigi marzullo. i tortoise si sono un po’ smollati in ‘the catastrophist’, non brutto ma altalenante e non molto incisivo, i meshuggah riscaldano la solita minestra, almeno questa volta lo fanno tutti insieme live in studio ma il risultato è comunque mediocre e noioso. il grande ritorno degli in the woods è una palla al cazzo pretenziosa e vecchia di vent’anni in un genere che già allora aveva finito le cose da dire.
ah sì poi in mezzo è uscito un disco chiamato ‘figgatta de blanc’. è vergognoso che certa gente si permetta di pubblicare degli abbozzi di canzonette che già in partenza fanno schifo, è una presa per il culo ma non di quelle buone, di quelle che rubano soldi alla gente e basta. 


un anno tra alti e bassi, troppe delusioni e qualche sorpresa ma va bene così, quando i metallica fanno un bel disco è abbastanza. per me si chiude comunque in positivo, tra gli altri ho visto due volte i king crimson e tre volte neurosis e kula shaker oltre a blind idiot god, motorpsycho, neil young, green carnation, dave liebman, i toto e i sunn O))) in un labirinto, non sarò certo io a lamentarmi per una volta.

lunedì 31 ottobre 2016

nanodischi: l'isola deserta



di recente qualcuno mi ha fatto notare che parlo spesso di capolavori e mi ha chiesto quali siano i 10 dischi che mi porterei sulla proverbiale isola deserta. ne è scaturito un ragionamento che è durato circa una settimana la cui conclusione è che questi 10 dischi cambierebbero almeno una volta all’anno a seconda del giorno ma, facendo una media, potrei arrivare a queste dieci opere, senza ordine particolare.



king crimson - in the court of the crimson king

senza ordine particolare ma questo è il primo. ero in seconda media, papà ha detto “se trovi questo cd prendilo” e io l’ho preso. in faccia, l’ho preso. al primo ascolto di ‘21th century schizoid man’ il mio cervellino dodicenne è esploso e da allora non si è più ricomposto. dopo quasi vent’anni d’amore, ancora oggi riesco a scoprire ad ogni ascolto particolari nuovi, sfumature, più vado in profondità con lo studio più mi accorgo di quanto questo disco sia semplicemente perfetto, da ogni punto di vista lo si guardi. oltre all'essere la prima opera di un genere compiuto (progressive) è anche la migliore in quel genere, qualcosa di cui ben pochi dischi si possono vantare.



herbie hancock - maiden voyage

replico poi con una “new” entry, ‘maiden voyage’ è arrivato sull’isola non più di tre anni fa ma non ha mai avuto la minima intenzione di andarsene. l’apporoccio aperto di hancock all’armonia e composizione, i suoi voicing sul piano, la poesia del timbro di freddie hubbard e la forza fisica del suono di george coleman. ovviamente c’è poi LA sezione ritmica, tony williams e ron carter, che si produce in una vera lezione di apertura mentale, spingendo l’interazione a livelli impensabili senza mai far calare il tiro liquido che traina l’intero album. poi se devo finire su un'isola deserta almeno un disco che parli di mare direi che ci vuole, no?


genesis - foxtrot

sarà un po’ scontato ma a me ‘foxtrot’ fa sentire a casa. in generale il suono genesis (i genesis esistevano con peter gabriel, quello che è successo dopo non mi riguarda) riesce sempre ad emozionarmi ma le canzoni di ‘foxtrot’ hanno una marcia in più, qui tutto giunge al compimento promesso da ‘nursery cryme’. ‘supper’s ready’ è ovviamente l’apice ma il disco non ha punti deboli e mi va di ricordare una perla che troppo spesso passa inosservata, ovvero ‘can-utility and the coastliner’, dall’incedere tra il sognante e il drammatico trainato da hackett e collins.



rush - exit: stage left

più passa il tempo e più faccio fatica a trovare un mio artista o gruppo “preferito” ma dovessi trovarne uno per forza, probabilmente direi i rush. musicalmente, liricamente e umanamente i rush sono sempre stati davanti a chiunque altro, la loro forza è semplicemente il loro modo di essere. ‘exit: stage left’ è come li ho conosciuti ed è, a parte il personale fattore emotivo, uno dei picchi nella loro discografia: un live che riassume le prime due fasi del gruppo, ogni pezzo qui presente è nella sua versione migliore.



prince - sign o’ the times

qui devo scavare ancora di più perché questo l’ho scoperto che di anni ne avevo undici, credo. che dire, lui era un genio che rimpiangeremo per sempre, il disco è uno dei suoi capolavori, potevo benissimo scegliere ‘purple rain’ o ‘parade’ ma questo è doppio, dura di più e c’è più prince, mi sembra una motivazione validissima per sceglierlo. poi, a pensarci bene, probabilmente qui il suono prince è al suo massimo compimento, in equilibrio fra weirdness, genio ed erotomania.



toto - iv

ecco un disco che, per quanto ricordo, conosco praticamente da quando sono nato. non mi viene in mente un periodo della vita in cui non ascoltassi ‘iv’, dalle elementari a oggi. qualsiasi dei primi 4 dischi dei toto sarebbe andato bene per questa lista ma ‘iv’ ha quel qualcosa in più, vuoi i suoni perfetti, la stratificazione impressionante di livelli sonori, lo stato di forma assoluto di ognuno dei membri o forse semplicemente le canzoni, da ‘rosanna’ ad ‘africa’ è una parata di gemme immortali.



queensryche - operation: mindcrime

sono quasi stato tentato di lasciare fuori ‘mindcrime’ dalla lsita ma sarebbe stato un gesto politico: oggi questo gruppo non esiste più e al suo posto c’è una pagliacciata da quattro soldi, i ryche senza tate fanno ridere, tate senza i ryche… lasciamo perdere che è meglio. torniamo piuttosto nelle vicende di nikki, sister mary e il dr.x, animate da un metal intelligente, profondo e ispirato che ha lasciato un profondo solco nella storia del genere. lo si può anche chiamare prog-metal volendo ma la trovo una definizione fuorviante, meglio semplicemente ‘queensryche’. hanno massacrato presente e futuro, per fortuna non riusciranno a toglierci questa pietra miliare.



today is the day - sadness will prevail

come lasciare fuori il “buon” steve austin? ‘sadness’ è un’opera d’arte nera, soffocante, agghiacciante, lacerante, cattiva. tutto ciò che è estremo è contenuto qui dentro, due ore e mezza di atrocità, urla, rumore, grind, death, psichedelia marcescente e coltelli nella carne. probabilmente il disco più estremo che abbia mai sentito, mi cambiò la vita quando uscì e ancora oggi mi rapisce ad ogni ascolto. l’ascolto della sola ‘never answer the phone’ può farvi capire di cosa sto parlando: 



led zeppelin - remasters

come per i toto, qualunque dei primi 4 dischi del gruppo poteva andare bene. vi dirò di più, qualunque dei primi 5 dischi, più le bbc sessions, invece sono così stronzo che ho scelto un best of. perché? perché è l’unica uscita ufficiale degli zeppelin che abbia più o meno tutto in un album solo, non ci sono altre opere che contengano sia ‘black dog’ che ‘kashmir’, ‘immigrant song’ e ‘achilles last stand’ e se devo avere un solo disco dei led zeppelin con me voglio che ci sia su più roba possibile.




crosby, stills, nash & young - 4-way street


non poteva mancare ovviamente una rappresentanza dei quattro hippie fattoni. questo compensa anche il fatto che non ho più spazio per mettere un neil young qualsiasi (’tonight’s the night’, ‘gold rush’ o ‘live rust’). l’indecisione è stata anche fra questo live e il grandioso cofanetto ‘csn’ del ’91 ma qui c’è più neil. devo dire qualcosa di quello che è uno dei 4-5 migliori live di sempre? no. qui c’è la miglior versione di ‘the lee shore’, c’è il cantautorato terreno di stills, gli svolazzi di crosby (una ‘triad’ da lacrime), le morbide melodie di nash e lo scazzo di young, prima che tutti e 4 esplodano nel secondo disco elettrico. 

mercoledì 26 ottobre 2016

david crosby, 'lighthouse'



un faro è una luce. nella sua semplicità, è un qualcosa di filosoficamente complicato e profondo, qualcosa in grado di guidare l’esistenza di un individuo al riparo da una tempesta, e david crosby di tempeste ne ha viste tante. ha vissuto la prima insieme ai byrds, poi ci son stati 46 anni di tempeste con stills e nash, per non parlare di quelle con young, poi la morte di christine hinton, l’alcol, la droga; a unire tutti questi punti dal ’68 a oggi sono sempre state due cose: la musica e il mare. il mare come casa, come riparo, come fuga, il mare come amico, il mare in ‘wooden ships’, in ‘shadow captain’, il porticciolo in ‘guinnevere’, il mare libero ed assoluto di ‘lee shore’. oceano e musica per crosby sono stati la salvezza ed ora che il mayan, la sua storica barca, è stato venduto a una cifra esorbitante, rimane la musica.

ci sarebbe forse da stupirsi per la bellezza di questo disco. un po’ perché il precedente ‘croz’ lasciava l’amaro in bocca, altalenando pezzi bellissimi a pezzi veramente brutti, un po’ perché qualsiasi suo disco dopo il capolavoro (assoluto, indiscutibile, eterno) ‘if i could only remember my name’ ha sempre avuto dei difetti, dalla scrittura non sempre a fuoco ad esecuzioni molto manieristiche. 
ora che il baffo è completamente bianco dopo 75 anni david torna con un disco quasi interamente acustico, senza percussioni e che suona incredibilmente moderno.
se è vero che l’estetica della sua musica non si è certo rivoluzionata, l’intervento di michael league, leader, bassista e produttore degli straripanti snarky puppy, dona un tocco cristallino e moderno all’album, dando verve a composizioni a due o quattro mani che già funzionano dalla prima all’ultima. sua inoltre l'idea di 'sfidare' david a registrare il disco in un paio di settimane, ottenendo così un effetto spontaneo e intenso.
i testi sono come sempre curatissimi e mai banali nel parlare di tutto quello che anima da sempre le parole di crosby: emozioni, musica e vita vissuta, ora che di invettive politiche non sembra più avere molta voglia. liricamente e musicalmente c’è un abbandono di quella coralità multiforme che animava ‘if i could only remember my name’, dalla moltitudine di ospiti ai proclami di massa di ‘what are their names’, per un ritorno alla dimensione individuale; chiusura o intima ricerca? molto probabilmente un po’ di entrambe.
la strumentazione come dicevo è ridotta all’osso e gira attorno alla voce e alla chitarra di david, l’intelligenza di league è proprio qui: attorno aggiunge seconde chitarre (12 corde, hammertone, pochissime elettriche), il basso subdolo e armonie vocali come se piovesse, talvolta un pochino plasticose ma va bene così. cory henry (snarky puppy e una marea di collaborazioni tra cui michael mcdonald e springsteen) colora di hammond qualche pezzo, facendosi notare per l’elettricità che infonde in ‘what makes it so’ mentre bill laurance (sempre snarky puppy) aggiunge delicati appoggi di piano in due brani. di base però sono proprio le canzoni a vincere, le aperture ariose di ‘drive out to the desert’, le tracce fortemente csn di ‘look in their eyes’, la fragile ma profonda emotività di 'the us below’, le fotografie di ‘paint a picture’, la grinta di ’the city’, ogni momento è un quadretto a sé e ognuno funziona sia da solo che nell’insieme, 40 minuti di disco che trovano apice nella finale ‘by the light of common day’: il faro ritorna, david parla dell’ispirazione, di come la cercasse nella droga prima di rendersi conto di averla dentro di sé senza bisogno di rovinarsi la vita. le parole sono sincere e autentiche e si snodano sulla bellissima musica scritta da becca stevens (anche ai cori), cantante americana già collaboratrice di brad mehldau e degli stessi snarky puppy.


stupisce ‘lighthouse’ per la sua profondità e per la sua bellezza anche se forse, dopo 50 anni di carriera, non dovremmo più stupirci del fatto che crosby sappia scrivere grande musica. stupisce più che ritorni così in forma dopo anni un po’ in letargo, così come stupisce la collaborazione con league e la modernità di questo disco. in tutto questo però è esattamente come ti aspetti un disco acustico di david crosby: aperto, armonie ricercate, accordature aperte e la voce di un vecchio che tra crack, ero, coca, canne, prigione e malattie sessuali è un miracolo che stia in piedi, figurarsi che scriva buona musica, la suoni bene e la canti da dio.

domenica 28 agosto 2016

talk talk, 'spirit of eden'/'laughing stock'



il termine “avanguardia” viene spesso usato a sproposito. l’assurdo è che un’avanguardia non è di fatto definibile nel momento in cui nasce ma solo a posteriori, quando e se si rivela effettivamente come tale: deve aver segnato una strada che poi altri abbiano percorso, se no è solo un vicolo cieco.
credo che nessuno al mondo avrebbe mai pensato di affibiare questo termine alla musica dei talk talk fino al 1988 e da allora son dovuti passare almeno 10 anni prima che quei due dischi, ‘spirit of eden’ e 'laughing stock’, rivelassero i mille flussi che da loro si erano creati.
un gruppo synth-pop con singoli di successo come ‘such a shame’ o ‘it’s my life’ si reinventa in una sorta di art-pop raffinatissimo con ‘the colour of spring’ per poi esplodere in una creatività straripante e contemplativa allo stesso tempo in un finale di carriera che ha ben pochi eguali nella storia della musica “leggera”.
i due dischi vivono ognuno la sua vita ma sono comunque molto vicini per approccio e impianto compositivo. in comune hanno un senso di pace, uno sguardo fisso sull’orizzonte malinconico ma positivo e la capacità di guardare al futuro con una naturalezza che lascia a bocca aperta, oltre all'utilizzo musicale del silenzio, col quale la musica interagisce in vari modi.

‘spirit of eden’ è il primo, 1988. ufficialmente i talk talk sono mark hollis (voce, piano, hammond e chitarra), paul webb (basso) e lee harris (batteria) ma di fatto tim friese-greene è il loro george martin e anche più: al disco contribuisce con harmonium, piano, organo e chitarra oltre alla composizione e registrazione di tutti i brani con hollis e alla produzione.
la scrittura dei pezzi sfrutta la metodologia zappiana: ore di materiale improvvisato vengono editate dai due in studio e sopra vengono scritte melodie ed arrangiamenti per gli ospiti (in totale suonano 16 musicisti e un coro sull’album). la prima facciata del disco si svolge come una suite, nonostante siano distinte tre tracce come tre movimenti mentre i tre brani della seconda facciata hanno identità un poco più distinte.
la prima cosa che salta all’orecchio è l’uso strabiliante che il gruppo fa delle dinamiche: da vuoti quasi totali si passa ad esplosioni di luce inaspettate che travolgono l’ascoltatore, un trucco che da qui i mogwai hanno imparato molto bene. generalmente l’atmosfera è distesa, con grande respiro ed elegantemente punteggiata dagli interventi di fiati onirici che ricordano il david sylvian più poetico di ‘secrets of the beehive’ (e non verranno dimenticati dagli ulver di ‘shadows of the sun’). sopra alle tessiture sonore fluttua la voce di harris, drammatica, espressiva, profondamente umana nell’essere fragile e quasi persa in questo mare di suoni, un cantante troppo spesso ingiustamente dimenticato o sottovalutato (per certi versi anticipa la poetica alienata di thom yorke, incluso l’uso espressivo di una faccia… particolare).
nel procedere del disco ci si trova ad ascoltare la rarefazione dei sigur ros, la dilatazione cristallina dei bark psychosis, la classicità dei godspeed you black emperor, le chitarre jangle dello shoegaze. praticamente tutto quello che negli anni successivi è stato etichettato come “post” nel rock è partito o da qui o da ‘spiderland’ degli slint (che è sì successivo ma arriva da una strada completamente diversa (l’hardcore, i fugazi) ed esplora quindi le conseguenze più marce e disturbanti di questo suono).
i brani della seconda facciata, come già detto, sono più distinti e tornano un po’ in direzione di una forma più definita, pur mantenendo la sospensione ed il respiro della suite. ‘i believe in you’ fu anche pubblicata come singolo in un edit di meno di 4 minuti per il quale fu girato persino un video abbastanza fallimentare, come a ribadire che questi sono album da assimilare in toto e non certo riproducibili alla radio. il pezzo è effettivamente il più “canzone” del disco e ricorda da vicino alcuni momenti di ‘the colour of spring’ prima del fade out che accompagna nella conclusiva ‘wealth’, ballata profondamente spirituale per voce, piano e hammond che poggia morbida sul silenzio, uno dei grandi protagonisti del disco. qui il silenzio viene usato in molti modi, dal contrasto dinamico con le esplosioni alle drammatiche sospensioni delle cadenze, da linee melodiche interrotte ai respiri di hollis tra una frase e l'altra, il silenzio è uno strumento come gli altri nelle mani del gruppo ed è sotteso ad ogni momento della loro musica.

impossibile ed insensato riprodurre un disco del genere dal vivo e infatti non ci fu nessun concerto di supporto. anzi, non ci fu proprio più nessun concerto visto che da qui alla fine i talk talk furono un progetto da studio di hollis e friese-greene: da giovani canzonettari trascinatori di folle a raffinati ed eleganti topi di studio, quanti altri gruppi hanno fatto una cosa del genere?

‘laughing stock’ arriva invece nel ’91 e da un lato conferma la strada intrapresa con ‘spirit of eden’ ma dall’altro ne offre una lettura diversa, un pelo meno rarefatta e a tratti più meccanica, lambendo territori che verranno poi ampiamente esplorati da gruppi come tortoise o portishead. 
in generale il disco torna ad una maggiore ritmicità, almeno più costante e fa meno uso dei chiaroscuri dinamici estremi che caratterizzavano ‘spirit of eden’, oltre a puntare di più sulle singole composizioni come finestre su punti diversi di un panorama, senza il formato suite. questo non vuole certo dire che sia un disco disomogeneo ma risulta più definito ed un poco meno aperto del suo predecessore. ritroviamo le improvvisazioni editate e la folla di ospiti (in tutto questa volta 17 musicisti), resta l’espressività unica di hollis che appare più perso, distante, a tratti quasi rassegnato, rimane il silenzio di fondo a dare una profondità pazzesca al suono.
se l'inizio quieto e dimesso di 'myrrhman' non sorprende è solo perché c'è già stato 'spirit of eden' ma questo non toglie niente all'incredibile poesia del pezzo che gioca con armonie oblique e interventi lunari di fiati e archi. ‘ascension day’ è l’episodio più movimentato e percussivo, con un finale che alza al massimo dinamica e pathos dopo che la tensione si è accumulata per l’intero brano, magistrale. il finale di ‘taphead’ è invece ossessivo e sottopelle come lo sarà il trip-hop, pur non facendo uso di elettronica. la conclusiva ‘runeii’, l’ultima canzone dei talk talk, è la logica conseguenza di ‘wealth’, ancora più dilatato, con la voce di hollis complementata ora dalla chitarra, ora dal piano e un commovente hammond che va e viene il vento.
se c’è meno da dire su questo album è solo perché la vera rivoluzione era già stata fatta da ‘spirit of eden’, ‘laughing stock’ ne riprende il modus operandi e lo esplora per variazioni sonore. troviamo molti momenti marcatamente malinconici e desolanti che anticipano quello che faranno i low e gli altri definiti ‘slo-core’. un sacco di definizioni, un sacco di gruppi e ognuno di loro ha esplorato un aspetto del suono dei talk talk ma loro avevano già tutto questo, assimilato, controllato e perfettamente focalizzato.
lo stesso fatto che si siano usati così tanti nomi per definire la musica del gruppo fa capire quanto questa sia difficile da inquadrare o descrivere. ha dei precedenti, in alcuni momenti si può  pensare alla scuola di canterbury di fine ’60, al già citato sylvian, alle atmosfere di jon hassell o a certi album dell’aacm di chicago; si potrebbe addirittura tirare in ballo l’idea del third stream, se solo gli ingredienti del suono talk talk non fossero così tanti: la teoria del third stream lo voleva a metà tra jazz e classica, qui ci sono anche almeno il rock e il pop e tutto è mischiato con tale maestria e naturalezza che non lo si sente mai sbilanciato in alcun modo, è una musica totale e libera.

dopo questo disco il gruppo si scioglie e ognuno va per la sua strada: harris e webb si ritrovano negli ottimi o’rang coi quali incidono due dischi che proseguono il discorso iniziato tramite improvvisazioni editate su cui poi sovraincidono voci e strumenti vari (molto consigliato il primo, ‘herd of instinct’); friese-greene si è dato a una poco interessante carriera solista come heligoland, pubblicando un paio di dischi purtroppo dimenticabili. mark hollis invece si è ritirato dalla musica per stare con la famiglia, ha pubblicato solamente un disco solista omonimo nel ’98 che offre una versione più “cantautoriale” degli ultimi talk talk, molto piacevole e ovviamente ben fatto.


avanguardia è una parola difficile, soprattutto in tempi in cui mode e suoni cambiano ad una velocità insostenibile. l’arte e la creatività però trascendono tutto questo e si piazzano su un piano superiore, quello della libera espressione e del sentire umano e i talk talk sono stati esattamente questo, un’esplosione inaspettata di creatività, intelligenza ed espressività. il suono con cui hanno materializzato tutto questo è andato poi a fare scuola, è stato dissezionato, è stato etichettato ma di fatto quello che i talk talk hanno creato non è rock, non è post-rock, non è pop, non è jazz, non è classica, è una sola cosa: arte. non capirlo e volerla inquadrare è uno sbaglio e un’offesa nei suoi confronti.