martedì 22 agosto 2017

steven wilson, 'to the bone'



abbondano le contraddizioni in ‘to the bone’, quinto album solista di steven wilson, dopo il deludente e forzato ‘hand.cannot.erase.’. saltiamo le presentazioni che tanto non servono più, la prima contraddizione sta già nel titolo, il quale dovrebbe riferirsi ad una ricerca di essenzialità, un andare al nucleo dell’arte di wilson; di questo non c’è invece nessun parallelo nella musica, sovrarrangiata, super-prodotta, dalla scrittura rifinita ed elaborata.
un’altra contraddizione è come wilson stesso ha presentato il disco, parlando di un album pop e pubblicando il singolo di ‘permanating’ come anticipazione. non è un disco pop, lo è in alcuni momenti e non è nulla che non abbiate già sentito in un disco dei blackfield o su ‘stupid dream’. ‘permanating’ è un pezzo pop mediocre che gioca con citazioni palesi e cassa in quattro ma alla fine gira su se stesso e risulta anche fuori luogo nell’economia del disco.

‘to the bone’ quindi. essenzialità. curioso notare allora come su 11 canzoni almeno 4 potessero essere lasciate fuori: una a scelta fra la title-track e ‘nowhere now’ (due rimaneggiamenti del suono di ‘stupid dream’, gradevoli quanto inutili), l’agghiacciante ‘pariah’ (forse il peggior pezzo mai scritto da wilson, di una banalità e prevedibilità sconfortanti), ‘the same asylum as before’ e ‘blank tapes’. ma potrebbero stare in questo elenco anche ‘detonation’, inutile rigurgito prog posticcio e freddo, quanto ‘song of unborn’, pacchiana, pesante e retorica.
cosa si salva dunque in tutto questo? ‘refuge’, che mette in bella mostra l’influenza dei talk talk di ‘the colour of spring’ o ‘spirit of eden’, ‘people who eat darkness’, un bel pezzo scuro e tirato e ’song of i’, fantasiosa nell’arrangiamento e riuscita nell’atmosfera. 
ma anche qui si trova un problema, simile a quello di ‘the raven that refused to sing’: come in quel disco si potevano individuare chiaramente le influenze sparse in giro, si può fare altrettanto qui. a partire dall’autocitazionismo dei primi due pezzi, abbiamo nomiato i talk talk per ‘refuge’, poi c’è la citazione degli abba in ‘permanating’, poi la riuscita ‘song of i’ non tenta nemmeno di camuffare l’influenza del primo peter gabriel solista, l’alone teatrale di kate bush aleggia su vari brani, la malinconia dei primi due dischi dei tears for fears fa capolino dalle strofe più scure… è un po’ un ‘indovina chi’ musicale, anche nei suoi momenti migliori.

è meglio del suo predecessore ma proprio di poco, è un disco che non ha un focus chiaro e alla fine dell'ascolto risulta confuso e senza una direzione precisa. certo, suona in maniera pazzesca, mix e mastering sono di una limpidezza e dinamica impressionanti, su questo non si può discutere, così come sulla padronanza tecnica dei musicisti coinvolti (il suono di batteria di jeremy stacey spazza via ogni memoria di minnemann all’istante). resta l’antica questione relativa a tutta la carriera solista di wilson: chiama dei mostri a suonare e poi si ostina a cantare lui stesso, la cui voce mina pesantemente alcuni brani di ‘to the bone’ (il momento peggiore è il ridicolo falsetto in ‘the same asylum as before’) e risulta monotona e pesante. il fatto che la controparte femminile ninet tayeb abbia lo stesso identico problema timbrico (pesantezza e monotonia) non aiuta affatto le canzoni.

il problema del disco non è che è un disco pop, è che non lo è, ci si butta in qualche momento ma poi resta nella safe zone wilsoniana, non osa, non offre nulla che non abbiate già sentito se conoscete la sua discografia. in più i momenti più pop coincidono con quelli mento riusciti del disco, mostrando come la melodicità dell’inglese abbia oggi dei problemi a evolversi e adattarsi. probabilmente voleva fare un disco ibrido, proprio come il citato 'the colour of spring' o 'melt' di peter gabriel, non si capisce bene se gli sia mancata l'ispirazione o se semplicemente non gli sia riuscito il disco.

non è una stroncatura come per il disco precedente, purtroppo comunque bocciato. alla prossima steven, forse.

mercoledì 5 luglio 2017

prince, "sign 'o' the times"



ci sono vari motivi per cui ‘sign o the times’ è un disco “perfetto”; io non posso fare a meno di pensare che il maggiore di questi, oltre all’ovvio fatto che prince era un genio, sia il suo derivare da ben tre progetti abbandonati. in pratica è un best of di tre dischi falliti di cui uno doppio e uno triplo: ‘dream factory’(doppio), ‘camille’ e ‘crystal ball’ (il triplo, che non ha nulla a che vedere con il triplo ‘crystal ball’ pubblicato nel ’98).

la storia è la seguente: dopo il capolavoro ‘parade’, prince inizia a lavorare a un nuovo album che avrebbe visto un coinvolgimento più marcato dei revolution e questo disco si sarebbe chiamato ‘dream factory’; esistono tre configurazioni conosciute di questo disco che vanno dalle 11 alle 19 tracce. 
a quel punto però litigi e disaccordi portarono allo scioglimento dei revolution, lasciando prince da solo con la nuova musica. lui decise per il momento di scrivere altre canzoni per un altro album e si mise a giocare in studio con i nastri delle voci, effettandoli e accelerandoli, creandosi così un alter ego di nome camille. tutto il disco sarebbe stato cantato in questa maniera e quando venne presentato alla casa discografica, prince comunicò che sarebbe dovuto essere pubblicato con il nome camille, escludendo qualsiasi connessione con prince. la mossa parve ovviamente troppo azzardata alla warner che rimandò a casa prince con un nulla di fatto. 
avendo nel cassetto più di tre ore di musica pronta, la mossa seguente ed ovvia fu di mettere tutto insieme in un nuovo progetto chiamato ‘crystal ball’. questa volta l’unica obiezione dell’etichetta fu sulla durata del disco, costringendo prince a ridurlo da un triplo a un doppio. la scrematura di tutto questo materiale, oltre all’eliminazione di ogni apporto dei revolution e la ri-registrazione in solo dei pezzi, portò alla configurazione finale di ‘sign o the times’.
tutta questa storia è facilmente riscontrabile nell’eterogeneità dei brani del disco; il miracolo del suono unico ed inconfondibile di prince in questo caso sta nel riuscire a far suonare tutto questo in maniera coesa e compatta, pur portando l’ascoltatore in giro per un universo musicale sterminato.

il brano che dà il titolo al disco è una sorta di risposta al rap: beat ripetitivo e marcato (trainato dai caratteristici suoni della linn lm-1), lungo testo semi-parlato che tratta di ingiustizie sociali, arrangiamento scarno ed asciutto; poi però a differenza del rap arriva quella chitarra e allora non è più un pezzo rap, pop o rock, è un pezzo di prince. ‘housequake’ è uno dei pezzi di ‘camille’, un funk aggressivo e un po’ paranoico, trainato dalla vocina accelerata di camille che gioca a fare james brown. per restare in tema di radici afroamericane, ‘slow love’ e ‘adore’ potrebbero arrivare dal soul più morbido degli anni ’60, ‘the cross’ ha una sensibilità gospel nel crescere prima di esplodere in un hard rock da stadio, ‘it’s gonna be a beautiful night’ (unico brano con i revolution, registrato live a parigi nell’agosto dell’86) è un baccanale festoso che dura quasi dieci minuti e ricorda alcuni momenti dei funkadelic. 
la controparte bianca a tutto questo è rappresentata da momenti surreali che hanno una deliziosa vena psichedelica; non troverete delay assurdi o effetti dall’iperspazio ma in ‘starfish and coffee’ è impossibile non sentire profumo di beatles, sia nella musica che nel testo. ‘the ballad of dorothy parker’ (uno dei momenti più alti) è una storia fumosa da tarda notte che però non scade mai nello zozzo, parlando di stanze violente e uno strano bagno nella schiuma. ‘play in the sunshine’ cita apertamente droghe e alcol, gigioneggia con un arrangiamento pieno e sgargiante tutto good vibration per poi buttarsi in un break con doppia cassa , raddoppiare il tempo, citare filastrocche e chiudere con un finale dilatato e sghembo. 
e poi certo, c’è la sessualità spinta di ‘it’ (“i wanna do it baby all the time”), la devozione verso la fisicità di ’hot thing’ (o meglio hot thaaaaaang) ma anche la dolcezza di ‘if i was your girlfriend’, con la sua curiosa inversione di ruoli, e la storia di umanità in ‘i could never take the place of your man’, sostenuta da un pezzo energico quanto melodico che si stempera in una jam goduriosa prima del finale.

come già detto, il disco è un prodotto solista di prince, registrato dalla fida susan rogers in vari studi tra minneapolis e los angeles. la sua maestria strumentale gli permette di dare vita ai quadretti che progetta, riuscendo a dare groove persino all’onnipresente linn lm-1, la drum machine il cui suono ha marchiato a fuoco tutta la produzione ottantiana di prince. il risultato è un frullatore musicale in cui rock, pop, black music, psichedelia e hard si fondono e diventano qualcos’altro, qualcosa di non etichettabile se non come musica. la visione e l’estetica sono assolutamente anni ’80, non potrebbe essere altrimenti, ma la trasversalità dello stile di prince pone il tutto su un piano atemporale, legato al suo periodo forse solo dal suono della già citata linn drum. 

difficile dire quale sia il miglior disco di prince, ognuno ha il suo preferito (io probabilmente opterei per ‘parade’). di sicuro ‘sign o the times’ è quello che più di tutti è in grado di esporre tutti i punti di forza di un artista nel suo periodo d’oro: ci sono le idee, c’è il metodo, c’è la tecnica e ci sono le canzoni. e soprattutto c’è un genio al timone.

lunedì 26 giugno 2017

alice in chains, 'alice in chains'



‘alice in chains’ uscì nel 1995, a tre anni di distanza dall’esplosione di ‘dirt’, ed è in molti modi avvicinabile concettualmente a ‘in utero’ dei nirvana: rispetto al disco precedente la produzione è sporca e ruvida, i pezzi sono più ostici e l’approccio del gruppo è credo e live. dove però ‘in utero’ appesantiva il suono dei nirvana, ‘alice in chains’ depura la band di seattle dalla superproduzione di ‘dirt’ ed esalta il versante marcio e putrescente degli alice in chains mantenendoli però costantemente su binari rock, molto meno metal di ciò che è successo prima e dopo.
il profilo melodico dell’album approfondisce la parte malsana e grigio-verdastra del gruppo, quella che deriva da pezzi come ‘dirt’, ‘would?’ o ‘love, hate, love’, facendo ampio uso di armonie vocali dissonanti ed oblique. è stato detto da qualcuno che questo tipo di arrangiamento sarebbe stato obbligato dalle pessime condizioni in cui versava layne staley: l’uso di fitti layer di voci coprirebbe le sue mancanze. che questo sia vero o meno importa davvero poco, il risultato è così strabiliante che se anche fosse andata così sarebbe un caso di problema fortunato. non c’è dubbio sul fatto che staley fosse quasi un relitto in quel periodo, talmente perso nei meandri dell’eroina da far saltare due tour (quello già programmato di ‘jar of flies’ prima, quello del disco in questione poi). se questo abbia o meno fatto del male anche al disco… parliamone. in un disco angosciante, disperato, marcio e duro, il fatto che i testi deliranti siano cantati da un eroinomane a fine corsa non è forse così fuori luogo.

‘alice in chains’ è un disco che mette a disagio l’ascoltatore e fa ben poco per farsi amare. a partire dal mix acido e abrasivo, sadicamente sbilanciato sulle medie, passando per il suono di batteria quasi lo-fi ed arrivando ai riff neri e appiccicosi di cantrell su cui vengono forzate le linee vocali, c’è ben poco di accomodante qui dentro. nonostante ciò, è difficile non far cadere la mascella quando dopo il martellamento di riff e strofa di ‘grind’ si apre il ritornello in maggiore, luminoso e confortante, prima di gettare tutto di nuovo nel baratro. va ancora peggio con ‘brush away’: il pezzo si presenta con un arpeggio liquido che sembra fare l’occhiolino a ‘facelift’, poi arrivano le voci con una nenia paranoica e lontana, poi il ritornello si inasprisce e fa cedere ogni aspettativa, è un pezzo squisitamente figlio degli anni ’90 che colpisce in pieno stomaco.
non amo parlare di un disco pezzo per pezzo ma non si può non parlare un attimo della seguente ‘sludge factory’. almeno come titolo è sicuramente il brano più rappresentativo del disco, musicalmente poi è probabilmente il migliore: come in ‘grind’ si alternano strofe cupe e dure a un ritornello aperto e melodico, qui però il riffing è ancora più pesante, la ritmica lenta e asfissiante, la voce quasi trasandata e il finale è un gioiello di paranoia novantiana. se cambiaste i suoni con una produzione moderna e compressa trovereste la matrice di tutto quello che il gruppo ha poi fatto con william duvall.
questi tre brani danno l’impronta a quasi tutto il resto del disco, ad esclusione giusto delle due ballate ‘heaven beside you’ e ‘shame in you’, con la prima a svettare grazie ad un’illusoria pace che, dopo il ritornello, viene lacerata da bordate elettriche strazianti. da citare almeno anche ‘again’, dura e spigolosa, con il sublime contrasto del bridge fra chitarre marce e urlate e un ‘doo-doo’ in falsetto appiccicato sopra, e ‘god am’, dal ritornello disperato contrapposto alla strofa rigida e matematica.
chiude il tutto ‘over now’, asciutta e distante prima di sciogliersi in un finale liquido e malinconico, gli ultimi secondi della storia classica degli alice in chains.

layne impiegherà ancora 7 anni prima di riuscire ad autodistruggersi definitivamente (trovato il 5 aprile del 2002 sul divano davanti alla tv statica, davanti a lui le pipette per il crack e un montagnola di coca, pare pesasse 39 kg). da lì in avanti sarà una storia diversa, prima i solisti di cantrell, poi la reunion con duvall e il nuovo suono.

‘dirt’ rimane probabilmente il miglior punto di partenza e il simbolo del suono degli alice in chains ma ‘alice in chains’ è l’apice della loro poetica e la rappresentazione più fedele della loro arte, un tassello imprescindibile del rock degli anni ’90.

venerdì 16 giugno 2017

krzysztof komeda quintet, "astigmatic"




krzysztof komeda, nato krzysztof trzciński il 27 aprile del 1931, è stato non solo uno dei più grandi pianisti del jazz polacco ma anche uno dei migliori esempi di come il jazz possa rielaborare materiali diversi da quelli americani per intrecciarsi con le tradizioni locali di tutti i paesi del mondo.

il suo percorso iniziò ad ostrów wielkopolski dove frequentò il ginnasio, prima di spostarsi a poznań dove studiò per diventare un otorinolaringoiatra. proprio la professione medica che intraprende sarà ciò che lo porterà ad adottare un nome d'arte per la sua carriera musicale, poiché all'epoca il jazz non era ben visto dal regime sovietico e questa sua passione avrebbe potuto compromettere la sua posizione di medico.
incontro fondamentale fu quello con witold kujawski, famoso contrabbassista che portò komeda a cracovia facendogli scoprire il fermento che il jazz viveva, sebbene di nascosto, nella città polacca. in questo periodo komeda suona dalla musica leggera al be-bop al dixieland, assimilando i vari linguaggi dei diversi stili, prima di formare il komeda sextet con, tra gli altri, il sassofonista jan ptaszyn wróblewski e il vibrafonista jerzy milian. a questo periodo risale l'esibizione (e relativa registrazione del concerto) al primo jazz festival di sopot, da qui inizia un percorso di crescita e maturazione artistica inesorabile, che porterà komeda ad esplorare le vie più moderne ed evolute del jazz oltre che a lanciarlo nel mondo del cinema come compositore di colonne sonore: la sua lunga collaborazione con roman polanski dura per dieci anni, dal 1958 al 1968. in questo tempo il pianista scrive le colonne sonore di film come “knife in the water”, il corto muto “two men and a wardrobe”, “cul-de-sac” e il famosissimo “rosemary's baby”, accrescendo così la sua fama e stima da parte del mondo jazz.

verso la metà degli anni '60, komeda forma un nuovo quintetto con musicisti che sono tra i più importanti jazzisti europei: tomasz stańko alla tromba, zbigniew namysłowski al sax alto, rune carlsson alla batteria e günter lenz al basso, oltre ovviamente allo stesso komeda al piano.
namysłowski ha iniziato a studiare musica suonando il violoncello e il pianoforte, col quale avrà le prime esperienze jazz prima di passare al trombone e infine al sax alto. ha sempre fatto un punto di forza delle sue radici polacche, portando nel fraseggio melodie tipiche della sua terra.
stanko, anch'egli polacco, si distingue per una ricerca timbrica che lo ha portato negli anni a fare esperienze fra le più disparate, dalla collaborazione con la globe unity orchestra ai dischi di jazz moderno per la ecm, passando per un suggestivo album registrato in solitudine in parte nel taj mahal e in parte nelle caverne di karla in cui dà prova di un controllo timbrico e coloristico impressionante.
günter lenz, bassista tedesco, all'epoca era già stato con il quintetto di albert mangelsdorff; passa al basso nel '59 dopo aver studiato chitarra e durante la carriera suona con personaggi come oliver nelson, george russell, coleman hawkins e joachim kühn, oltre a scrivere anche arrangiamenti orchestrali per placido domingo.
completa il gruppo rune carlsson, eclettico batterista svedese che negli anni è passato dal dixieland al jazz moderno di bobo stenson, oltre a collaborazioni con il bassista e poeta americano red mitchell e con l'hammondista progressive svedese bo hansson.

con questa formazione, la notte del 5 dicembre 1965, nella sede della warsaw philarmonic viene registrato “astigmatic”, personale capolavoro del pianista polacco nonché uno tra i massimi apici del jazz europeo. in questo disco infatti tutti gli elementi della poetica di komeda convergono in tre composizioni perfettamente equilibrate fra complesse strutture, vasti spazi modali, lirismo eurocolto e improvvisazione jazzistica.

il tema del brano che da il titolo all'album è un lungo crescendo, fortemente strutturato nei suoi cambi di tempo improvvisi. già solo nel tema si possono ritrovare quasi tutti gli elementi che contraddistinguono lo stile di komeda: la struttura è netta ma si adatta alle necessità narrative della musica (come una colonna sonora si adatta alle immagini) e l'interplay del gruppo evita di farla suonare rigida; lo swing è evidente nel beat esplicito della batteria, fatto anche di semplici colpi in quarti che rimandano ad una ritmicità ancestrale e primitiva, il tocco del piano è più morbido rispetto ai canoni afroamericani, filtrato anche dagli studi classici del pianista, eppure il suo modo di suonare è assolutamente jazzistico nel punteggiare e commentare continuamente gli eventi sonori. risalta subito anche la vena lirica del polacco: le melodie del tema riescono ad essere emozionalmente coinvolgenti e piacevoli all'ascolto, cosa non comune al jazz sperimentale degli anni '60.
komeda è un regista musicale, il risultato che ottiene è un suono fortemente collettivo in cui ogni individuo ha spazio e modo per esprimere la propria sensibilità e questo diventa ancora più evidente quando iniziano gli assoli. quello di piano riesce a far convergere nell'improvvisazione tutti gli elementi finora citati, strutturazione, elasticità swing, linguaggio vario e fantasioso (parker, chopin, bill evans). difficile confondere questa musica con quella americana, la mancanza di colori blues fa sì che non si sbilanci mai e l'atmosfera, aiutata anche dall'ottima registrazione, ricorda più la musica da camera europea dove ogni strumento ha una sua voce e spazio ben definiti all'interno dell'organico.

l'assolo di stanko alla tromba nasce da un momento aperto e aritmico con frasi leggere e dal suono tondo, andando lentamente assieme alla ritmica a riprendere il tempo ossessivo del tema e spostandosi su un linguaggio e suono più taglienti e marcati, non lontani dall'idea sonora del miles davis anni '60. quando la tromba resta da sola con il contrabbasso, la poeticità del momento anticipa di un paio d'anni le idee che porteranno herbie hancock alla registrazione di “maiden voyage”; in questi momenti di alleggerimento dell'impasto, risalta la continuità del lavoro di komeda con le colonne sonore da lui composte: anche questa è musica altamente immaginifica e descrittiva che fa largo uso anche di escursioni dinamiche per raccontare una storia.
l'influenza della musica di coltrane si fa sentire durante il solo di namysłowski, sia per il fraseggio del sassofonista, sia per l'accompagnamento torrenziale della ritmica che poi si dissolve lasciando l'altista da solo a dipingere note sul silenzio; il linguaggio alterna esplosioni coloristiche a raffiche di note che ricordano da vicino gli sheet of sound, anche se l'atmosfera musicale è molto lontana da quella di coltrane. da qui si passa senza soluzione di continuità all'assolo di lenz al contrabbasso: il silenzio lasciato dal sax di namysłowski va presto riempiendosi della melodicità percussiva del tedesco, il quale gioca con tutto il registro dello strumento prima di riprendere il tempo martellante del tema.
le percussioni di carlsson arrivano al solo per ultime, come da tradizione jazz; il suo linguaggio è fatto di classici riferimenti jazz (max roach, joe morello) tanto quanto di influenze moderne, quelle che a metà anni '60 stavano esplodendo grazie al lavoro di elvin jones e tony williams. carlsson non usa i cicli ritmici come jones ma il suo suono è grosso e pieno in modo molto simile all'americano, soprattutto per quanto riguarda la grancassa; di contro alcuni momenti di fraseggio stretto, rapide raffiche di colpi, rivelano una sensibilità vicina a quella di tony williams, senza comunque mai perdere in personalità.

i due brani che completano l'album, “kattorna” e “svantetic”, si muovono sulle stesse coordinate, accentuando ognuno alcuni aspetti dell'originale suono di komeda.
“kattorna” si basa su un motivo già comparso nella colonna sonora dell'omonimo film girato da hening carlsen e lo rielabora alla maniera del jazz modale degli anni '60, con una ritmica marcata e trainante a sorreggere il suggestivo impianto melodico esplorato poi dai musicisti durante i soli. tra questi spicca quello di stanko, durante il quale il trombettista lavora di chiaroscuri dinamici, inserendo fini colorismi e mantenendo un serrato interplay con carlsson. komeda da parte sua si produce in un assolo sublime fatto di accordi dissonanti che mantengono alta la tensione melodico-armonica, salvo risolvere inaspettatamente in attimi di lirismo poetico.
“svantetic” è il brano che chiude l'album, dedicato a svante foerster, poeta svedese e grande amico di komeda. anche qui troviamo un tema che va formandosi, giocando con momenti aritmici e larghi su una melodia ascendente prima di assestarsi su uno swing instabile quanto funzionale al brano. durante gli assoli è da notare come ai cambi di modo corrispondano reazioni non solo da parte del solista di turno ma dell'intero gruppo, continui crescendo che sono sia stimolo che conseguenza dei solisti, meccanismo vicino a quello di “ascension” di coltrane, sebbene molto diverso per risultato finale. invece l'impalcatura armonica modale ricorda le sonorità delle composizioni di wayne shorter di quel periodo, basate su blocchi modali che davano grande libertà sia al solista che alla ritmica nell'accompagnamento. in questo brano è possibile notare in maniera evidente quella che nel tempo è stata definita come “forma ad arco”: già all'interno del tema si trova un'esposizione, un climax ed una risoluzione finale; ancora una volta si nota come il lavoro di komeda nella musica da film abbia influenzato il suo metodo di composizione jazz.

“astigmatic” è un disco che centra in pieno un obiettivo, quello di dar prova della vitalità e creatività del jazz europeo. in esso i canoni del jazz afroamericano vengono sfruttati per lavorare su materiali che di americano non hanno nulla ma prendono invece dalla tradizione sia eurocolta (il tocco morbido, l'afflato cameristico) che folk (le melodie legate ad una sensibilità dell'est-europa), oltre ad aggiungere la peculiare capacità di komeda di creare delle vere e proprie ambientazioni sonore per i brani, capacità derivante dalla sua lunga esperienza nel campo delle colonne sonore. per questi motivi è un disco epocale ed emblematico di un certo modo di fare jazz in europa.


domenica 15 gennaio 2017

pain of salvation, 'in the passing light of day'



sembra, pare, dicono, voci di corridoio, mormorii sul fatto che sarebbero tornati i pain of salvation. dice che han fatto un disco ispirato che suona come i pain of salvation veri, quelli di 10-15 anni fa. un disco ispirato dalla disgrazia che ha colpito daniel nel 2014, constringendolo per mesi in un letto di ospedale con un buco nella schiena che gli scopriva la spina dorsale che un batterio gli stava divorando dall’interno. non c’è dubbio che le premesse per un drammone come quelli dei bei tempi ci siano tutte ma poi alla fine il disco è davvero come si dice?
non avete idea della gioia che provo nel dare questa risposta: sì cazzo. sono tornati i pain of salvation, non quelli un po’ spampanati di ‘scarsick’, non gli esperimenti lo-fi e le cazzatine dei ‘road salt’ né lammèrda che ci è stata propinata con ‘falling home’, è ritornato il gruppo che ha cambiato il progressive metal a cavallo del 2000 con una formula unica, una coesione di gruppo incredibile e soprattutto l’ispirazione per canzoni fenomenali. certo, per quelli come me che al sentire il nome del gruppo pensano subito alla formazione gildenlow-gildenlow-hallgren-hermansson-langell c’è lo scoglio da superare della nuova band, poiché di quelli là è rimasto solo daniel, il quale questa volta cambia decisamente le carte in tavola: al posto della normale scritta “all music and lyrics by daniel gildenlow” troviamo un’inedita condivisione dei credits con il nuovo chitarrista-cantanteunuco ragnar zolberg oltre al ritorno di un produttore esterno (daniel bergstrand), cosa che non si vedeva da ‘remedy lane’, come a voler cancellare l’amaro in bocca dell’aver assistito all’uscita di due dischi che potevano essere accreditati come ‘daniel gildenlow band’ visto che il cantante se li è scritti e registrati in casa suonando buona parte degli strumenti.
‘in the passing light of day’ ha in sé un pochino di tutti i dischi del passato e in questo è abbastanza paraculo: ci sono momenti saturi di suono che riportano a ‘the perfect element’ (‘angels of broken things’), arrangiamenti d’archi che profumano di ‘be’ (‘on a tuesday’), c’è l’epicità che sorprendeva in ‘scarsick’ (‘if this is the end’ e ‘the passing light of day’), non mancano momenti più terreni alla ‘road salt’ (’silent gold’ e ’the taming of a beast’) e ci sono addirittura melodie che riportano a ‘one hour by the concrete lake’ (‘full throttle tribe’). non sempre il disco convince nei riff di chitarra, soprattutto quando sono troppo meccanici (‘reasons’, l’unico pezzo che si poteva evitare) o presi di peso da ‘nothing’ dei meshuggah, una scelta azzardata fatta forse per dare un tocco ‘moderno’ che però risulta fuori contesto e copiata. (oltre che ormai abusata, è un disco di 15 anni fa, facciamocene una ragione) 
ottimo invece il profilo melodico, compatto ma dinamico e sottolineato dalle classiche armonie vocali oblique; non sembra completamente ripresa la voce di daniel che qua e là suona un po’ sottotono ma questo non pesa sulle canzoni. le parti più alte vengono ora eseguite da zolberg col suo tono altissimo e strizzato, anche un po’ stucchevole a dirla tutta ma non è grave.
il mix è finalmente ad ottimi livelli, i suoni hanno tutti molto carattere e si incastrano alla perfezione in un tessuto asciutto e molto frontale che funziona bene sia per le parti più metal (forse più presenti che mai) che per quelle più melodiche e leggere.
il disco ha un flusso trascinante, profondo e sinceramente ispirato per cui lasciarsi andare e dimenticare le imperfezioni vuol dire godersi un bel viaggio; a questo riguardo consiglio l’edizione digibook del cd con un booklet espanso di 48 pagine in cui gildenlow spiega dettagliatamente (fin troppo) l’orribile vicenda che ha generato il disco, leggere la storia aiuterà moltissimo ad apprezzare l’album.

ma quindi alla fine? allora, se non conoscete il gruppo potreste anche partire da qui, io consiglierei comunque di partire dai grandi dischi di allora, sia ‘the perfect element’ o ‘remedy lane’. se siete già fan di quel gruppo allora la scelta sta a voi: crogiolarvi nella paraculaggine di daniel gildenlow e godervi un nuovo capitolo degno di avere quel nome in copertina oppure passare oltre. io sono felice di averci sbattuto la testa, bentornati.

martedì 10 gennaio 2017

sting, '57th & 9th'



io a gordon sumner ci voglio bene. quando ero piiiicolo piccolo piccolo impazzivo per ‘nothing like the sun’, negli anni ho scoperto gli altri suoi dischi e nel frattempo è cresciuto il fanatismo totale per i police, per quanto strafamosi comunque sottovalutati.
ammetto di averlo un po’ perso con il filotto di dischi per liuto, di natale, con l’orchestra… etc etc. il primo era una bella idea, al secondo aveva già scassato il cazzo ed erano un po’ di anni che aspettavo un ritorno di sting in forma pop, quindi ho accolto con molta gioia l’annuncio di questo disco. che però poi fallisce praticamente su tutti i fronti.

a sting del pop evidentemente non gliene frega più una fava, le canzoni vogliono essere semplici ma sembrano invece scritte in 5 minuti mentre gordoncello si gode la sua tenuta mastodontica in toscana. c’è una sottile linea che divide ciò che è semplice da ciò che è banale, ‘57th adn 9th’ non ci si avvicina nemmeno, è banale in ogni secondo:
gli arrangiamenti “scarni e rock” fanno suonare il tutto sottoprodotto, sembrano pezzi provati due volte e via, non c’è nulla di specifico, nemmeno la batteria di colaiuta che un tempo sfronzolava con classe immane sulla splendida ‘seven days’, è tutto genericamente “pop”, piatto e senza reali dinamiche. 

i ritornelli, quando almeno sembrano tali, non funzionano, fanno anzi sembrare pezzi (già brutti) come ‘i can’t stop thinking about you’ come pubblicità della vigorsol degli anni ’90, ti vedi proprio i ggggiovani col loro skate che masticano felicemente.
il poco che si salva sono un paio di pezzi acustici nella seconda metà, senza essere brutti sono solo inutili, mentre è tremenda la scelta di dividere il disco praticamente a metà, coi pezzi più energici nella prima parte e un blocco di ballate nella seconda.
menzione d’onore per ‘inshallah’, uno dei pezzi più brutti mai scritti da sting, mezzo plagio della stupenda ‘desert rose’ senza neanche un decimo della carica di quel pezzo.

delusione pressoché totale, un’opportunità completamente mancata da un artista che sì, non ha più nulla da dimostrare, ma poteva benissimo fare a meno di dare alle stampe un disco inutile di cui tutti ci saremo dimenticati entro un paio di mesi.

provaci ancora, gordon. 

domenica 11 dicembre 2016

2016: dischi dell'anno (stavolta davvero)



molti articoli di fine anno del 2016 stanno essendo più dei necrologi che delle classifiche. come dargli torto, è stato indiscutibilmente un anno di merda ma qui ai distant zombie warning ci piace pensare più a quelli che sono ancora in piedi, per cui niente sviolinate, in memoriam o tributi vari. piuttosto, daje con la solita svangata di dischi, in nessun ordine particolare a parte il primo.




la palma quest’anno se la piglia il trio norvegese, tornato ai massimissimi livelli appena prima di perdere (sigh) (se n’è andato, non è morto) l’incredibile batterista kenneth kapstad. ‘here be monsters’ mostra un gruppo pienamente consapevole al servizio di una scrittura intelligente e sempre obliqua, difficilmente categorizzabile. il groove inarrestabile della sezione ritmica traina melodie sognanti che creano scenari sonori affascinanti e profondi, il tutto coadiuvato da un mix preciso e rifinito che mantiene però la dimensione live e da un mastering perfetto che non va mai ad intaccare le dinamiche create dai tre. 




l’impronunciabile esperimento live/studio degli ulver riesce quasi perfettamente e ci regala un altro tassello inaspettato della discografia dei lupi. una serie di (circa) improvvisazioni eseguite durante un breve tour europeo nel 2015 (con tappa memorabile al bloom di mezzago) sono state registrate e poi lavorate in studio: editing, sovraincisioni ed effetti danno vita agli strani quadretti che si susseguono senza sosta in una galleria astratta e spaziale, marcata dal tono malinconico e profondo che caratterizza da sempre gli ulver. un altro centro, decisamente.




e chi se lo aspettava. ‘croz’ era carino, sì, ma non certo memorabile. la svolta sonora di crosby negli ultimi 30 anni non sembrava portare in questa direzione, invece poi ti arriva un bassista inglese che sfida il baffo a scrivere e registrare un disco in due settimane e ne esce il regalo più bello che david ci abbia fatto da tanto, tanto tempo. la dimensione è acustica, intima e ravvicinata, pochissimi riverberi, un sacco di chitarra e la voce di croz in primo piano, vissuta, a volte fragile, a volte semplicemente e teneramente vecchia. il regalo è una serie di canzoni emozionanti che ci restituiscono un sopravvissuto della musica a livelli ancora alitssimi, rispetto ed applausi.



wadada leo smith - america’s national parks

personaggio interessante leo smith. alfiere della aacm negli anni ’70, poi convertito alla religione rastafariana aggiungendo wadada al nome, è sempre andato a scandagliare quei luoghi misteriosi del jazz che si annidano in mezzo ai silenzi, blocchi sonori che fluttuano nel nulla, caratterizzati da scelte timbriche e dinamiche molto precise, possibili grazie alla sua tecnica perfetta alla tromba. qui rende tributo in un doppio disco alla storia dei grandi parchi nazionali americani, ispirandosi agli eventi che hanno segnato ognuno di questi piuttosto che cercare di dipingerli in musica. due dischi, poco più di un’ora e mezza di musica in cui perdersi completamente, un’immersione totale che vi lascerà affascinati e soddisfatti.




di metal "nuovo" da queste parti non se ne ascolta più molto. gli schammasch mi hanno costretto ad un’eccezione perché il loro ‘triangle’ è un’opera davvero riuscita, pur essendo marcata dall’ambiziosità del metal “””avanguardista”””. le virgolette sono d’obbligo perché le basi da cui si muove ‘triangle’ sono le stesse del capolavoro ‘bergtatt’ degli ulver e parliamo di 22 anni fa, ma va bene così. gli svizzeri riescono a vincere mantenendo un senso della misura che a quasi tutti i loro colleghi sfugge: nonostante il disco sia triplo, ogni cd dura mezzora e le differenze fra le tre parti sono sensibili, dando l’idea di tre movimenti distinti che non annoiano mai, mischiando black, psichedelia e shoegaze con una spiccata attitudine melodica ed atmosferica.



david bowie - blackstar

altro discone che non mi aspettavo, giusto prima di lasciarci bowie ci dona una perla oscura che mostra ancora voglia di evoluzione. non sono mai stato suo fan per cui non sto ad inoltrarmi troppo, quello che mi è piaciuto davvero tanto di ‘blackstar’ è la fantasia negli arrangiamenti, sempre trascinanti ed azzeccati, oltre che dati in mano a un manipolo di musicisti pazzeschi (ben monder e mark guiliana su tutti). nella sua durata contenuta, ‘blackstar’ riesce a non avere mai cali ma almeno tre picchi con “sue (or in a season of crime)”, “girl loves me” e soprattutto la strepitosa title-track, scura e marcescente.


fates warning - theories of flight

loro di colpi non ne hanno praticamente mai sbagliati. quando erano dei ragazzini metallari incarnavano perfettamente spirito e sonorità dell’heavy americano degli anni’80, da quando hanno preso la svolta prog con ‘parallels’ di dischi brutti non ne hanno mai fatti e ‘theories of flight’ non fa eccezione, superando anche il suo predecessore per scrittura, arrangiamento e suoni, tutto un pochino meno smaccatamente metal e più avvolgente, sempre con la melodicità unica ed inconfondibile di ray alder. inaffondabili.



kula shaker - k2.0

il ritorno di crispian mills per il ventesimo anniversario di ‘k’ è probabilmente il miglior disco del gruppo dal ’99. ‘k 2.0’ riesce a coniugare lo spirito spudoratamente sixties dei primi dischi con la maggior morbidezza ed elaborazione di quelli della reunion e lo fa con una serie di canzoni divertenti e con un gran tiro, sempre venate delle influenze orientali e indiane che sono marchio di fabbrica dei kula shaker. ‘death of democracy’, ‘here come my demons’, ’33 crows’ sono tutti pezzi ottimi e ‘infinite sun’ con ‘mountain lifter’ sono la ciliegina sulla torta, due pezzi incredibili in cui la verve del gruppo risulta ancora come nuova.



metallica - hardwired… to self-destruct

abbiamo dovuto aspettare quasi vent’anni ma finalmente ecco un nuovo disco bello dei metallica. quando menano convincono come non succedeva da ‘…and justice for all’, quando rallentano i tempi sono rocciosi e rotolanti come succedeva nel sottovalutatissimo (capre) ‘load’ o nel sottovalutato (cani) ‘reload’, due dischi la cui dinamicità si era persa nel piattume sterile di ‘death magnetic’, senza nemmeno parlare del "quasi-disco" 'st.anger'. ‘am i savage’ e ‘dream no more’ sono probabilmente le migliori canzoni dei metallica da anni, ben accompagnate da ‘hardwired’, ‘moth into flame’, ‘atlas, rise!’ o ‘spit out the bone’, bravi, ben tornati, era anche ora cazzo.



king crimson - radical action (to unseat the hold of monkey mind)

è un live, non è proprio giusto che stia qui. il problema è che è un live mostruoso e propone anche i primi brani inediti a nome king crimson dal 2003 per cui sticazzi, fripp ha tutto il diritto di stare qui. il lavoro di riarrangiamento dei grandi classici è impressionante così come lo è l’ingranaggio mostruoso incarnato da gavin harrison, pat mastellotto e bill rieflin, tre batteristi perfettamente complementari, base ideale per gli svolazzi di mel collins ai fiati. lascia a bocca aperta l’intensità vocale di jakko jakszyk, da brividi le sue interpretazioni di ‘epitaph’, ‘the letters’ e ‘starless’. il tuttto sotto l’occhio supervisore, serio e severo, di un eroe dell’umanità chiamato robert fripp. chi era alle serate agli arcimboldi a novembre capisce bene cosa voglio dire.

menzione speciale per il devastante 'know how to carry a whip' dei corrections house, ancora meglio dell'esordio.
veniamo ora alle sòle, alle delusioni o, più in generale, ai dischi brutti, che quest’anno non sono mancati.
la delusione più grande penso mi sia arrivata dai katatonia, ‘the fall of hearts’ gira in tondo e non risolve nulla, accartocciandosi su un suono standard senza canzoni che possano supportarlo. quasi allo stesso modo falliscono gli opeth, con un ‘sorceress’ che più che progredire stagna in un manierismo settantiano che risulta stantio e poco ispirato.
che dire poi del da me tanto atteso ritorno di sting alla musica pop? ‘57th and 9th’ delude pressoché su tutti i fronti, manca la classe nella scrittura, manca la grinta, manca di incisività in produzione, mancano le canzoni. praticamente quando si arriva alla fine del disco ci si chiede se si abbia effettivamente ascoltato qualcosa o se fosse solo un ronzio di sottofondo.
steven wilson continua a grattare il fondo, dopo un inutile quanto discutibile ‘best of’ solista ci propina un ep di scarti dai due dischi precedenti, interessante quanto un porno con gigi marzullo. i tortoise si sono un po’ smollati in ‘the catastrophist’, non brutto ma altalenante e non molto incisivo, i meshuggah riscaldano la solita minestra, almeno questa volta lo fanno tutti insieme live in studio ma il risultato è comunque mediocre e noioso. il grande ritorno degli in the woods è una palla al cazzo pretenziosa e vecchia di vent’anni in un genere che già allora aveva finito le cose da dire.
ah sì poi in mezzo è uscito un disco chiamato ‘figgatta de blanc’. è vergognoso che certa gente si permetta di pubblicare degli abbozzi di canzonette che già in partenza fanno schifo, è una presa per il culo ma non di quelle buone, di quelle che rubano soldi alla gente e basta. 


un anno tra alti e bassi, troppe delusioni e qualche sorpresa ma va bene così, quando i metallica fanno un bel disco è abbastanza. per me si chiude comunque in positivo, tra gli altri ho visto due volte i king crimson e tre volte neurosis e kula shaker oltre a blind idiot god, motorpsycho, neil young, green carnation, dave liebman, i toto e i sunn O))) in un labirinto, non sarò certo io a lamentarmi per una volta.