domenica 16 settembre 2012

steven wilson, "grace for drowning"




non è facile parlare di questo disco. non è facile per nulla.
il modo più semplice per approcciarlo è partire dalle parole di wilson stesso: parafrasando, "non mi interessa essere il musicista più innovativo di sempre, ho 44 anni ed ho voglia di fare il cazzo che mi pare". ha detto circa così. ma ha fatto esattamente così.

perché quando un disco va a pescare dal passato per essere ruffiano si sente. i flower kings, i wolfmother, i beardfish, tutti gruppi fantastici che però hanno quell'aura di revival che li caratterizza profondamente. "grace for drowning" no e, per assurdo, è quello che pesca più a man bassa di tutti. in senso che tra quelli citati è l'unico che effettivamente abbia lo spirito e la libertà creativa ed artistica di dischi come "larks' tongues in aspic" o "three friends" o "köhntarkösz". questo perché wilson non va a rubare melodie o armonie ma suoni e approccio compositivo e di conseguenza lo spessore del disco lievita fino a livelli troppo alti per l'ascoltatore medio che quasi sicuramente troverà il tutto una pappardella dispersiva di cui non capirà una sega.

la verità è che "grace" è un'opera fortemente strutturata, pur nel suo essere divisa in due dischi dei quali wilson stesso consiglia l'ascolto separatamente. il percorso che compie, allontanandosi via via sempre più dai sentieri normalmente battuti dall'inglese, porta ad un punto di non ritorno in cui tradizione e modernità si fondono senza che l'ascoltatore se ne accorga.
basti ascolatre le prime tre canzoni: "grace for drowning" fa da intro col suo pianoforte solitario e le armonie di voce che sanno di "stupid dream", "sectarian" sembra uscita da "the incident" ma con un feeling tutto virato al kingcrimsonismo più novantiano, quello di "thrak" per dire, mentre "deform to form a star" è una ballata le cui melodie semplicemente sciolgono l'ascoltatore in un mare di armonie che quasi rimandano alle glorie di "the sky moves sideways", con tanto di pink floyd immancabili ma con un'arrangiamento perfetto che maschera le stranezze armoniche in cascate di melodia.

da qui in poi il fuoco del disco inizia a cambiare con "no part of me", con le sue melodie desolanti perfettamente affiancate da ritmiche elettroniche algide e distanti. "postcard" riporta all'esordio solista "insurgentes" ma con la sensibilità di un "lightbulb sun" prima di gettarsi nell'incubo di "remainder the black dog", nove minuti e mezzo di contorsioni dark in un abisso di fusion rock suonato col cuore e non solo col cervello. senza togliere il fatto che di cervello in questo disco ce n'è, e tanto.

e va ancora peggio col secondo cd (o vinile, che ovviamente consiglio, dalla tracklist lievemente diversa), il cui centro è un mostro di 23 minuti e passa chiamato "raider ii" ma... ci arriveremo.
intanto si passa per un'altra ouverture strumentale, la spettrale "belle de jour", dall'atmosfera che fa l'occhiolino a "blackwater park" a distanza, per poi finire nel singolo "index", robotica, aliena, lontana eppure tremendamente catchy col suo groove meccanico. "track one" può passare inosservata ad un primo ascolto ma rivela in realtà il pieno controllo di wilson sull'opera, portando a maturazione le intuizioni drone del disco precedente inserendole in un tessuto melodico straniante e melanconico, non così lontano da alcuni momenti di "storm corrosion". splendido il video di lasse hoile.
poi "raider ii" arriva e tutto finisce. tecnicamente ci si trova di fronte a qualcosa di incredibile: le dinamiche vengono gestite in maniera pazzesca, sia come esecuzione sia come registrazione, con un'attenzione incredibile alle escursioni di volume. il tutto serve poi per eseguire un brano che lentamente fluisce senza momenti di stanca, tra espolosioni 21thcenturyschioidman-iane (gli è piaciuto remixare il catalogo di fripp, si sente), derive ambientali e groove storti, al servizio di un'atmosfera tesa e buia come non si era mai sentito in un disco di wilson.
"well, that's something" si autocommenta steven col primo verso della conclusiva "like dust i have cleared from my eye". conclusiva in tutti i sensi: la tensione si scioglie in 4 minuti di dolce ballata seguiti da altrettanti di coda ambient che va a sfumare nel silenzio.

prima di chiudere, è significativo dare un'occhiata alla lista degli ospiti del disco: tony levin, pat mastellotto, trey gunn, dave stewart, nick beggs, steve hackett, theo travis, markus reuter, la london session orchestra. così, tanto per dire. ovviamente il tutto condito dalle commoventi intuizioni visuali di lasse hoile (assolutamente da cercare i video alle canzoni) che caratterizzano il disco in modo semplice ed efficace.

questo disco non cambierà la storia della musica e non lo vuole fare. è un disco che oscilla costantemente tra cervello e caos e non trova un equilibrio se non nel suo essere assolutamente libero. libero da una forma costrittiva, libero da una definizione oltre quella di semplice musica, libero nel prendere dal passato per descrivere un momento presente, trasformandosi così di fatto in un'opera atemporale ed "assoluta" del rock intelligente. ovviamente il tutto è il punto di arrivo di un percorso che è iniziato quasi 50 anni fa e che non si fermerà qui. di questo wilson ne è cosciente e presenta il disco con assoluta umiltà, senza nascondere però l'orgoglio nell'essere padre di cotanta creatura, come dimostrato dal recente tour.
se siete di quelli che "i dischi come una volta non li fanno più", dovete ascoltare questo disco. e anche se non lo siete, dovete farlo comunque.

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