giovedì 28 agosto 2014

neil young: the ditch trilogy





è il 1972. ad oggi neil young è un cantautore più famoso per la sua partecipazione al grande progetto crosby, stills, nash & young che per i suoi dischi. i quali però, per quanto siano solo tre, vedono già le ottime promesse dell'omonimo debutto (come il gioiello the last trip to tulsa) puntualmente esaudite dal successivo everybody knows this is nowhere, pietra miliare del country-rock e del rock tutto, fucina di classici senza tempo quali down by the river o cowgirl in the sand. che dire poi di after the gold rush, sunto perfetto della poetica ed estetica di tutto young: già vi si trovava dalle delicate ballate d'autore come birds o after the gold rush alle sfuriate elettriche come southern man e tutto imbevuto in un tessuto sonoro onirico e scazzato, su cui svetta la voce inconfondibile del canadese. che la si ami o la si odi, non si può non riconoscere che la sua particolare timbrica renda automaticamente qualsiasi cosa da lui cantata unica e personalissima. detta facile facile: non è meglio o peggio, è semplicemente diversa da qualsiasi altra e per questo non ce la si dimentica.



1.time fades away

è il '72 dicevo. esce harvest e neil young viene catapultato in cima alle classifiche grazie a heart of gold, gioiello di dinamiche e svacco pastorale che è ad oggi il suo unico singolo che abbia raggiunto il numero uno. grazie anche a heart of gold, harvest vende uno scatafanculiardo di copie e viene programmato un tour per portarlo in giro nel '73. durante le prove però qualcosa non va: danny whitten, chitarrista originale dei crazy horse che si sarebbe aggiunto agli stray gators per il tour, è fatto di eroina fino a non ricordarsi come si suona e young è costretto a licenziarlo dal gruppo. poco dopo viene ritrovato morto pieno di overdose e inizia a tremare tutto.
durante il tour neil vuole portare in giro canzoni inedite con l'idea di registrare un live come nuovo disco. però si trova anche molto poco a suo agio con la celebrità e la fama e si rifugia sempre più volentieri in alcol e droga; automaticamente la voce inizia a risentirne e l'atmosfera dei pezzi assume connotati molto grevi e minacciosi. inoltre si sviluppano delle tensioni col batterista kenny buttrey, già su harvest, il quale si sente mortificato dai continui commenti post-concerto di young, perennemente ubriaco di tequila, che lo sostituisce con johnny barbata, già con turtles, jefferson airplane e csny, nel bel mezzo del tour. in più, proprio grazie al suo amore per il nettare messicano, neil sviluppa un'infezione alle corde vocali, così, a dar man forte nelle ultime date, si aggiungono david crosby e graham nash con chitarra e le loro voci uniche.
peccato che il pubblico, accorso per sentire le ballate bucoliche di harvest, non apprezzi troppo i nuovi brani, scuri, sgraziati e violentemente elettrici.

time fades away è il risultato delle registrazioni durante questo tour e tutto quello che ho appena detto, che per logica dovrebbe penalizzarlo duramente, lo rende un capitolo unico nella sconfinata discografia del loner, tanto che lui stesso lo ritiene il suo disco peggiore e ad oggi non è mai stato ristampato ufficialmente in cd.
il primo capitolo della ditch trilogy non è certo di facile ascolto se si è abituati ai precedenti discografici di young: nei suoi otto episodi suona lercio, ruvido, nero profondo e violento, anche nei momenti più tranquilli la tensione è sempre palpabile e la precaria condizione dei musicisti rende tutto traballante e instabile. ecco, i musicisti: ben keith (autore di interventi sublimi) alla pedal steel e slide guitar, tim drummond (musicista pazzesco per duttilità e gusto, primo bianco nella band di james brown) al basso, jack nitzsche al piano (molto più convincente in questa veste che in quella di produttore) e, appunto johnny barbata alla batteria, già presente in tanti tanti album fondamentali di quei tempi.

la title-track che apre il disco esplode in un curioso mutante folk-punk feroce e velocissimo che parla del non andare da nessuna parte nella vita, subito contrastata dall'idillio del passato dorato nell'acustica journey through the past, la cui composizione risale al '71, nella quale la voce di young arriva a sembrare una supplica verso il tempo, sdraiata sugli accordi barcollanti del piano. ma yonder stands the sinner torna subito in territori aspri con la chitarra di crosby ad arricchire l'impatto del brano e un cantato rabbioso ed abbaiato. l.a. si presenta cattiva ma rivela poi un animo più che altro sconsolato nelle sue visioni metropolitane di un'apocalisse incombente.
discorso a parte per la toccante love in mind, ballata di soli due minuti anch'essa risalente al '71, in questo caso anche nella registrazione. il suo feeling però, ispirato dalla distanza forzata dai cari durante i tour, è perfettamente inserito nel concept del disco e risalta come un'oasi di bellezza tra lo sconforto di l.a. e la successiva don't be denied, ovvero uno dei due pezzi grossi di time fades away.
qui infatti la “vecchia” formula jam viene adattata all'umore grigio della musica (in futuro questa formula verrà perfezionata fino a powderfinger o cortez), mentre il testo parla di sogni rincorsi e del sudore che scorre per realizzarli, senza mai perdere di vista l'obiettivo. questo contrasto, unito alla voce distrutta di neil, crea un'atmosfera straniante, indescrivibile a parole. così come lo è l'intimità disarmante di the bridge, ballata profonda che non avrebbe sfigurato su gold rush.
come concludere in bellezza a questo punto? richiamando crosby e nash e sfoderando la disperata e durissima last dance, sferzata sull'alienazione della vita moderna, perfettamente dipinta in quel lunedì mattina con cui si apre il testo. poi sul palco parte la jam, le chitarre si intrecciano, poi tornano le voci ad incrociarsi e la melma prende definitivamente forma in una canzone da ascrivere negli annali del rock: così tanto sudore non si sente spesso.

il disco, tralasciando i commenti del suo autore, venne accolto bene dalla critica che apprezzò la volontà di rinnovarsi di young e anche i fan non sembrarono disprezzare ma nonostante ciò ancora oggi, a 41 anni dalla sua pubblicazione, time fades away non esiste in cd (sebbene sia abbastanza facile reperirlo ad un buon prezzo in vinile, scelta comunque consigliata) né ne è mai stata fatta una ristampa di alcun tipo (anche se c'è movimento in tal senso in previsione del secondo archive box che dovrebbe coprire il periodo 72-82, ovvero UN SACCO DI FIGATE che però non si sa se e quando uscirà, pur essendo stato promesso ormai da qualche anno).

a parte tutto questo, time fades away è stato l'ingresso di young nel tunnel degli anni 70 e il primo di una trilogia di dischi che esplorerà ogni possibile sfumatura del dolore umano.



2. tonight's the night

danny whitten è morto. carrie snodgress (l'attrice di cui parla a man needs a maid e con cui young stava) se n'è andata. ora anche bruce berry, amico e roadie di young, muore per overdose. il clima è estremamente cupo e l'ispirazione di neil arriva per questo a quello che è forse il suo picco massimo: tonight's the night, ovvero IL disco sul dolore umano.

dopo la disfatta del tour del '73, young decide di formare una band ibrida: chiama la sezione ritmica dei crazy horse e ci unisce nils lofgren al piano e ben keith alla steel guitar. una volta battezzato il gruppo come santa monica flyers, riunisce tutti agli studio instrument rentals di hollywood e fa cominciare il delirio. le cronache vogliono che facesse presentare i musicisti in studio nel tardo pomeriggio e, tutti insieme, iniziassero a farsi di tequila ed erba fino ad essere completamente sfatti e a pezzi. a quel punto, verso le 3 di notte, cominciavano a registrare i pezzi.
è evidente fin da qui come quest'album abbia rappresentato per il canadese un modo di esorcizzare quello che lo opprimeva, di staccarsi completamente da se stesso per poter analizzare ciò che non andava. “bruce berry was a working man, he used to load that econoline van” sono le prime parole che ci rivolge e l'intensità è subito alle stelle: la voce di young è distrutta, tremante, arrabbiata, rassegnata, sempre sull'orlo di spezzarsi, cosa che avverrà in molti momenti del disco. quello che infatti non bisogna fare con tonight's the night è andare a cercare la perfezione in un album che la rifugge esplicitamente. vuole suonare grezzo e genuino e questo è il modo migliore per farlo. tanto che la reprise si rifiuta di pubblicarlo e tira in lungo i tempi. l'album infatti, registrato nel tardo '73, non vede la luce fino al '75, quando ormai young ha già pubblicato il seguito on the beach ed ha già scritto altri due dischi. ma nel momento di scegliere cosa pubblicare, una sera con gli amici rimette su tonight's the night e il verdetto è univoco: deve assolutamente pubblicare quel materiale (sembra che rick danko dei the band sia stato uno dei più accaniti sostenitori).
e allora torniamo anche noi al disco. dopo la straziante apertura, la title track si evolve in un rock boogie sporco e trasandato con un suono d'insieme lercio ma intensissimo, così come lo è il blues ubriaco di speakin' out, il modo migliore per esprimere la non-voglia catatonica che porta a stare seduti sul divano a guardare la vita che va avanti.
torna poi il conflittuale rapporto di neil con la fama in world on a string, con suo incedere inarrestabile: puoi essere il più ricco e potente uomo al mondo ma non puoi scappare dal sentire o dal soffrire (“the world on a string doesn't mean a thing, it's only real in the way that i feel from day to day”). e poi arriva il primo apice del disco. potrei stare per ore a parlarvi di borrowed tune, della maestria con cui il testo si altalena tra speranza e disillusione, della toccante immagine di young solo in una stanza, talmente ubriaco da dover rubare una melodia degli stones, della semplicità disarmante dell'armonia... eppure tutto quello che riesco a pensare ogni volta che la sento è come faccia quella voce da sola ad esprimere tutto ciò che c'è di fragile nell'umanità, visto con gli occhi di un dolore tanto forte da rendere insensibili. indescrivibile.
a seguire troviamo quello che lì per lì può sembrare un semplice divertissement, ovvero come on baby let's go downtown. non fosse che questa canzone arriva dalla registrazione di un concerto dei crazy horse al fillmore east nel marzo del '70 (poi pubblicato per intero nella serie archives) ed è cantata proprio dal defunto danny whitten, un tributo sentito che riesce anche a spezzare per un attimo la drammaticità del disco.
per un attimo.
poi arriva mellow my mind e le nubi si fanno grigie come non mai. giro blues deviato, arrangiamento scarno ma pieno da cui escono poetica la steel di keith e sublimi gli appoggi di piano di lofgren sul ritornello. poi, su tutto, quella voce. quella voce che qui si spezza, si rompe, urla, stecca, sente e fa sentire, più che cantare. questo è uno dei momenti più intimi e personali che l'arte di young abbia mai toccato, non c'è divisione tra arte e realtà, tra artista e narratore, non c'è nessuna distanza: lui è lì e il dolore è reale quando chiede disperatamente di anestetizzargli la mente.

finisce così la prima facciata e la dose è già stata sufficiente a stendere chiunque.
forse proprio per questo si riparte con roll another number for the road, numero country che recupera le sonorità di harvest ma le travisa con l'alcol e l'erba, mostrando come quelli che erano tra i simboli della love generation si trasformino oggi in semplici mezzi di autodistruzione.
meglio allora andarsene veramente, lontano, dove ancora si può forse vivere una vita normale. albuquerque è una buona scelta, nonché probabilmente uno dei 3 pezzi più belli mai scritti da young. è un rock psichedelico che si culla nel sogno di un luogo in cui un uomo possa esistere senza le complicazioni della vita moderna e della fama, retto a prima vista dalla ritmica strascinata di molina ma in realtà costruito sui divini interventi di lap steel di keith e dal fraseggio morbido e rilassato di lofgren al piano. è un capolavoro nel capolavoro che dà il la a molti brani successivi quali cortez the killer. poi rischio seriamente di ripetermi, ma un uno-due così si è visto raramente nella vita: a seguire arriva new mama, pezzo che avrebbe potuto finire su un disco dei csny per le sue ricche e vibranti armonie vocali, immersa in un sogno probabilmente dettato dalla droga in cui per un secondo tutto il dolore si dissolve.
si ripiomba poi nella fogna col la lercia lookout joe, registrata live durante il tour da cui time fades away, recupera infatti quel feeling abrasivo e lurido, grazie anche al ritorno degli stray gators solo per quest'occasione.
e si va così a finire in quel punto di non ritorno che è tired eyes, il delirio di un disperato: nel testo si mischiano eventi reali (un massacro per droga a topanga canyon) insieme a dialoghi inventati con personaggi inesistenti e a suppliche divine nella speranza di resuscitare i morti e togliersi dalle spalle tutta quella sofferenza. l'andamento è mesto e profondo, monotono ma reso vivo dai continui fraseggi della superba band mentre young snocciola il suo testo delirante. (cazzata: tra le immagini di stragi per droga nel deserto di questo testo e la coincidenza di avere una canzone chiamata albuquerque... che qualcuno tra gli autori di breaking bad sia un fan?)

non si può quindi che ritrovarsi al punto di partenza, col reprise di tonight's the night a far ricominciare tutto il ciclo purificatore, dal dolore alla rabbia all'incoscienza al risveglio, un altro giorno, con ancora lo stesso dolore dentro e ancora la stessa voglia di annullare tutto ciò che si è, pur di non dover più sentire.



3. on the beach

come si diceva, la reprise “prende tempo” e lascia tonight's the night nel cassetto delle cose da fare. così neil si ritrova con un disco pronto che però non può pubblicare. la soluzione? ne scrive un altro.
nel tornare ad una formula più pulita, sia nella registrazione che nell'esecuzione, produzione ed arrangiamento, young realizza un opera ambigua e tremendamente affascinante. ambigua perché nel suo tendere ad uno spiccato isolazionismo (see the sky, revolution blues, ambulance blues), on the beach esprime sia la disillusione personale del cantautore che quella di tutta l'america allo sbando negli anni '70 che, dopo la sbornia di peace and love di fine '60, si ritrova sull'orlo del baratro con una guerra finita in tragedia e i conti da fare con la distruzione che ha portato, dall'economia statale alla condizione dei reduci che tornano a pezzi dal vietnam.
ancora una volta le droghe giocano un ruolo fondamentale, questa volta è il turno degli “honey slides”, una poltiglia di miele ed erba che movimenta le sessioni di registrazione, anche se forse “movimenta” non è il termine adatto.

walk on attacca su tutti i fronti: risponde ai lynyrd skynyrd, parla ai critici ed apre il disco con un mood alieno, incorniciato in modo perfetto nella splendida copertina dell'album, ma è see the sky about to rain, impeziosita dal wurlitzer di graham nash, a portarci veramente nell'atmosfera cupa e rassegnata del disco. eppure è impossibile non notare come questa volta il flusso sia molto meglio controllato e coeso, anche se non sempre sui livelli di intensità dell'illustre predecessore. in questo caso comunque lo è, recuperando questa vecchia composizione che si inserisce perfettamente nel disco, coi suoi cieli grigi che incombono.
la rabbia esplode e regna sovrana nell'epica revolution blues, ispirata agli avvenimenti legati a charles manson. raramente la cattiveria umana è stata espressa meglio: “remember your guard dog? well, i'm afraid that he's gone. it was such a drag to hear him whining all night long”. non c'è un attimo di tregua, non un secondo di umanità nel delirio malefico di un pazzo: “i see bloody fountains and ten million dune buggie comin' down the mountains. i hear that laurel canyon is full of famous stars, well i hate them worse than lepers and i'll kill them in their cars”. per quanto controverso possa essere l'argomento, non si può non riconoscere la perfetta riuscita di uno dei pezzi più incazzati e sbagliati mai scritti, cavalcato da una chitarra mostruosa.
for the turnstiles sembra alleggerire i toni, col suo arrangiamento di dobro e banjo. nasconde in realtà un testo fortemente pessimista nel quale ogni uomo, qualsiasi sia la sua professione, credo o conto in banca, è sul cammino verso una morte solitaria ed inevitabile.
in chiusura della prima facciata troviamo vampire blues, scagliata contro l'industria del petrolio e i danni che arreca alla terra. non è uno dei brani migliori del disco ma si fa apprezzare per il suo feeling live e jammato su un classico giro blues. un attimo di riposo prima che la seconda facciata mostri veramente di cosa è fatto on the beach.

è la title-track a riaprire i giochi e non ha nessuna intenzione di farlo in leggerezza. la depressione la domina per tutti i suoi 7 minuti di durata, una coltre grigia e spessa che copre ogni prospettiva, unita all'isolazione di cui si parlava all'inizio. “i need a crowd of people but i can't face them day to day” è la frase emblematica: nella sua semplicità incarna tutti gli aspetti e temi del disco. la monotonia degli accordi si trascina, rotta dall'inaspettata apertura di un “ritornello” inesistente e poi riportata subito in primo piano, come nel lancinante assolo di chitarra posto proprio in mezzo alle strofe. “now i'm living out here on the beach but those seagulls are still out of reach”: si torna a quella copertina desolata e desolante, alla pesantezza dell'essere, al bisogno e desiderio di scappare in un luogo che però non esiste. non c'è niente da salvare perché non c'è più niente, se non una delle canzoni più laceranti mai scritte.
motion picture è un gioco di specchi, neil guarda il televisore e il televisore gli risponde con storie di sogni e ricchezza mentre il suo unico desiderio è di sparire e tornare ad una vita più semplice, pur avendo già raggiunto quegli obiettivi che il mondo gli impone. la canzone è deliziosamente accompagnata alla chitarra acustica e percussioni “casuali” che lasciano sentire alla perfezione il bozzolo di sogni ed illusioni di questo momento.
ed eccoci qui. la fine della facciata, del disco e della trilogia, il momento in cui tutto assume senso: ambulance blues.
con buone probabilità si tratta del brano migliore di tutta la trilogia, sotto ogni punto di vista: il testo, al limite del flusso di coscienza, va dall'autobiografico nell'analizzare vittorie e sconfitte della vita (“back in the old folky days the air was magic when we played. the riverboat was rockin' in the rain”) al sociale, toccando argomenti come nixon (“i never knew a man could tell so many lies, he had a different story for every set of eyes”), il rapimento di patty hearst e tutto ciò che ne conseguì, senza dimenticare di dare una frecciatina ai critici ed un colpo di gomito ai compari crosby, stills e nash. questo sproloquio è accompagnato da chitarra acustica, percussioni, il basso di rick danko ed un violino indimenticabile (opera di rusty kershaw), autore di interventi melodici da pelle d'oca. la melodia della voce è invece liberamente ispirata a quella di needle of death di bert jansch, cantautore americano al quale young è molto affezionato. il risultato finale è annichilente, un brano perfetto in ogni suono, ogni sillaba, ogni nota; isolato ma con una finestra sul mondo che ogni tanto si può anche aprire, disperato ma anche rassegnato a questa condizione, in flusso libero ma con il controllo dei propri movimenti, un'altalena continua che diventa nuova condizione stabile da cui poter ricostruire il mondo, la vita e tutto il resto.


quello che succederà dopo questi tre dischi avrà del miracoloso: da questa condizione neil si risveglia nel migliore dei modi, riformando i crazy horse e ripartendo da zero con zuma, disco decisamente più solare contenente alcuni brani epocali come la già citata (più volte, non a caso) cortez the killer o danger bird, per poi proseguire con rust never sleeps e i disconi che gli stanno attorno. ascoltando questa ditch trilogy riesce difficile pensare che un uomo possa uscire da un baratro così profondo. la rabbia di time fades away, il dolore di tonight's the night e la rassegnazione desolata di on the beach sono un percorso umano che tutti conosciamo. neil young, senza quasi accorgersene (si parlò di trilogia solo a posteriori), l'ha espresso come nessun'altro è mai riuscito a fare nell'arte. la profondità dei temi trattati, l'inventiva strumentale dei musicisti coinvolti e soprattutto l'ispirazione che ha portato alla scrittura di questi brani sono esempi indiscutibilmente perfetti di espressione artistica pura e sincera, quella che non conosce distinzioni tra generi, solo il sentire e reagire di conseguenza. ciò che è alla base di ogni essere umano.

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