lunedì 1 settembre 2014

crosby, stills, nash & young, "csny 1974"




è difficile anche solo decidere da dove cominciare a parlare di questo disco. sono talmente tanti gli aspetti da considerare che è impossibile parlarne per poche righe per cui sappiatelo: questo articolo sarà lungo. se vi interessa mettetevi comodi e parliamone.

contesto: nel '74 gli stati uniti sono quasi in ginocchio grazie agli anni drammatici dell'amministrazione nixon, che proprio in questo periodo è massacrata dallo scandalo watergate che porterà il presidente a dimettersi il 9 agosto, nel periodo in cui crosby, stills, nash e young stanno girando gli stadi d'america. il sogno hippie è ormai tramontato da un pezzo e i grandi raduni non hanno più quasi nulla di quello spirito libero e giovane, mentre invece si entra in pieno nel periodo di rinascita dell'eroina che porterà a una lunga serie di tragiche morti.
veniamo ai nostri 4:
crosby, dopo il tour del '71 con gli altri tre, ha dato alle stampe il capolavoro if i could only remember my name, epitaffio di quell'epoca morente, per poi allearsi con nash in un tour acustico (da cui lo splendido another stoney evening) che porterà all'incisione del loro primo disco in duo e nel frattempo si fa di qualsiasi droga possibile; nash fa la stessa identica cosa, pubblica il buon (non eccelso) songs for beginners per poi unirsi a crosby nelle suddette gesta, anche se con un pochino di droga in meno; stills dei tre originali è sicuramente il più attivo: pubblica il bellissimo esordio e gli fa seguire il mediocre stephen stills 2 per poi riprendersi con l'enciclopedico manassas, sottovalutato compendio di tutta la musica americana fino ad allora.
neil young da parte sua dopo il tour di 4-way street esplode nelle classifiche con harvest per poi entrare nel suo periodo oscuro registrando time fades away (dal vivo, con anche crosby e nash) e tonight's the night (che però non vedrà la luce fino al '75) e proprio in mezzo al tour fa uscire on the beach, completando così quella che verrà definita la “ditch trilogy”.
proprio young e crosby sono quelli che meglio interpretano storicamente questo periodo, anche nel loro rifugiarsi pesantemente in droghe e alcol.

in mezzo a tutto questo, il quartetto si riunisce solo in sporadiche occasioni senza mai accennare ad una possibile reunion ufficiale, almeno fino al '73. come già detto, crosby e nash parteciparono alle registrazioni di time fades away di young, in senso che verso la fine del tour, quando neil era devastato da droga e tequila e il suo gruppo si stava sfasciando, i due colleghi si aggiunsero alle date finali del tour. dopo la fine del tour, le voci di una reunion iniziarono a circolare insistentemente, fino a quando fu confermato che i quattro erano alle hawaii a lavorare su nuovo materiale. tuttavia questo materiale non vedrà mai la luce (qualcosa si trova sul cofanetto csn del '91) e il progetto (chiamato temporaneamente human highway) verrà abbandonato. nel '74 entra in gioco elliot roberts, manager dei 4 che convince il gruppo a riunirsi vista l'estrema richiesta da parte del pubblico (che manda in cima alle classifiche l'inutile best of so far, che aveva però in copertina il bellissimo disegno di joni mitchell fatto proprio per i concerti del '74) e la possibilità di soddisfarlo in modo rivoluzionario: un tour di due mesi solo in enormi stati di baseball e football.
proprio l'anno prima bob dylan aveva fatto il suo grande ritorno sui palchi dopo un lunghissimo periodo e la richiesta di biglietti aveva battuto ogni record; buona parte del merito per l'organizzazione del tour andava a bill graham, leggendario promoter dei fillmore che aveva fatto suonare tutta la storia del rock nei suoi locali. con lui si organizza un mostro di 31 date in ogni parte degli u.s.a. che durerà poco più di due mesi.

in dichiarazioni successive, i musicisti hanno iniziato a riferirsi a questo come il “doom tour”. ci sono vari motivi per questo, vediamoli.
voi provate a immaginare di essere uno dei gruppi più famosi al mondo che torna a suonare per un tour solo negli stadi che costa milioni di dollari. nel 1974. non ci vuole molto a immaginare che lo sfarzo e la bella vita possano venire facili in una situazione del genere. in questo caso ciò si traduce in leggende che vogliono montagne di cocaina negli alberghi e nei camerini, buffet sconfinati di crostacei e tutto ciò che di più costoso si possa mangiare, donne, macchine e quant'altro. il degenero ci mise poco ad arrivare e a frammentare di nuovo quell'entità chiamata csny, almeno giù dal palco (soprattutto young alla lunga si dimostrò molto insofferente a questo consumismo galoppante) fino ad arrivare ai classici spostamenti separati e quant'altro derivi da degli ego troppo pompati.
sul palco però era un'altra storia. nonostante uno stato di forma non eccelso da parte di nessuno dei 4, i concerti erano un tripudio di jam, armonie, suoni e colori di ogni tipo, grazie anche all'apporto di musicisti straordinari come russell kunkel alla batteria, tim drummond al basso (già su harvest di young) e joe lala alle percussioni. di contro però c'era il fatto che i sistemi audio del '74 non erano proprio perfetti per concerti negli stadi e questo si traduceva in pessime spie sul palco ed un esagerato volume diretto dagli amplificatori che poteva rendere molto molto difficile cantare, soprattutto quanto si è pieni di coca fino alle orecchie.

questi sono tutti fattori di cui graham nash ha dovuto tenere conto nel suo compilare questo csny 1974 (sì, sono arrivato al disco! ce la possiamo fare.) a 40 anni di distanza da quel doom tour. lui è infatti l'artefice della compilation che oggi abbiamo tra le mani, minuzioso lavoro di copia e incolla tra le varie date registrate per poter dare l'idea al pubblico di oggi di cosa sia stato quel massacrante tour. e quando dico massacrante non lo dico a caso: per la prima serata a seattle il quartetto decise di fare contenti i fan e in più di quattro ore di concerto eseguirono in tutto 40 pezzi. capirono ben presto che non avrebbero potuto tenere quel ritmo per due mesi per cui subito la scaletta venne ridimensionata a sole circa tre ore. robetta, no? ma erano gli anni 70, si poteva fare e il pubblico apprezzava (a metà del set acustico qualcuno richiede pre-road downs e crosby gli risponde “tranquilli arriva, siamo qui ancora per un paio d'ore.” boato della folla.).

ogni show era diviso in tre parti: una prima elettrica, una acustica con spot solisti per ognuno e infine un'altra elettrica. la tripartizione viene ovviamente mantenuta anche per i tre cd del cofanetto, com'era stato anche per 4-way street, in più abbiamo in aggiunta un dvd con dei video inediti da un paio delle date che purtroppo però non raggiungono neanche l'ora di durata; almeno la qualità audio è buona, anche se quella video non eccelsa, ma del resto stiamo parlando di video recuperati di 40 anni... già tanta grazia che ci siano arrivati.

il primo set si apre giustamente con un pezzo a testa, suonati da tutta la band: love the one you're with è mutata in un funk rock sbraitato da uno stills fuori di sé (metà delle parole sono versi praticamente), wooden ships ha tutta la gloria epica che le spetta e tutto il calore sprigionato dalla penna di crosby, immigration man trova qui quella che è forse la sua miglior versione in assoluto col pop di nash reso energico e vibrante dalla band, poi young attacca il suo evergreen helpless e i toni si calano un attimo nella morbida coralità propria del quartetto. il resto del primo cd spazia tra i vari lavori solisti dei 4 per chiudere con un'eccelsa almost cut my hair, distorta e dilatata in jam universale. in mezzo spicca l'incredibile versione di on the beach di young, straziata dai sofferenti solo di chitarra e tirata a quasi 8 minuti, imperdibile.

ecco dunque arrivare il set acustico, aperto da stills con la sua change partners. ciò che è bellissimo qui (come sempre con questi 4) è come tutto il set si svolga con assoluta naturalezza e libertà: durante i vari brani solisti qualcuno può aggiungersi a fare i cori, oppure no; magari ci si siede al piano a fare leggeri fraseggi, o si raddoppia la chitarra, oppure si sta a guardare ed ascoltare. se mi è permessa un'osservazione (e anche se non mi è permessa), devo dire che comunque il set acustico non raggiunge i livelli di intensità dell'inarrivabile 4-way street. non che non sia bello, assolutamente no, solo che questo aspetto del gruppo ha già toccato un apice che per vari motivi non è sorpassabile (al contrario invece qui abbiamo un sacco di materiale elettrico che di là scarseggiava, pur nella sua qualità assoluta). questo per dire che sì, c'è the lee shore, quella gemma distante miglia e miglia persa in mezzo all'oceano, però è proposta in una versione allargata con basso e batteria e, per quanto bellissima, non ha il fascino profondo e commovente della versione del '71. notevoli invece le rielaborazioni di pezzi di young come only love can break your heart o mellow my mind, arricchite da preziosi momenti acappella a quattro voci. latita purtroppo crosby in questo set, pur protagonista di una guinevere sempre toccante e poetica, mentre young si sbizzarrisce tra inediti (hawaiian sunrise, love art blues, long may you run), classici (old man, only love can break your heart) e siparietti come goodbye dick, canzoncina di due strofe per voce e banjo scritta apposta per la dimissione di nixon, avvenuta proprio durante un concerto dei csny e annunciata con entusiasmo da nash al pubblico. già, e nash? l'inglese non manca di deliziarci con qualche chicca: l'allora inedita fieldworker è qui forse anche meglio dell'originale, our house è sempre il gioiellino che è, prison song è commovente nella sua drammaticità e di teach your children non sto neanche a dire, se permettete. stills da parte sua non si tira certo indietro e si ritaglia uno spazio per la sporca word game e la pianistica myth of sisyphus, non particolarmente adatta a questa sede, prima di tirare le fila di tutto il set concludendo con quel pezzo di storia della musica chiamato suite: judy blue eyes, 9 minuti di emozioni una dietro l'altra. menzione a parte la merita la cover a quattro voci di blackbird dei beatles. ora penso a delle parole per descrivervela, magari tra qualche anno le trovo, intanto ascoltatela e piangete.

arriviamo così all'ultimo set, il quale probabilmente è il migliore dei tre. dopo tutte le belle parole che ho speso per gli altri due, potete immaginare cosa intenda. solo a guardare i 10 pezzi che lo compongono c'è da prendersi un colpo, se a questo aggiungete che il feeling del concerto è al suo apice e l'elettricità sfrenata della conclusione porta tutti i pezzi ad un'enfasi incredibile ed un'energia irresistibile, potrete farvi un'idea del tutto. déjà vu parte sorniona e psichedelica, poi esplode in riffazzi intrecciati prima di ricalarsi nei meandri della psichedelia con la sua lunghissima parte centrale in cui troviamo un neil young particolarmente ispirato al pianoforte. my angel è una buona prova di versatilità da parte di stills mentre pre-road downs è l'immancabile rock 'n' roll di nash che scalda il pubblico (come se ce ne fosse bisogno, a questo punto siamo sulle due ore e mezza di roba ormai). ma ancora una volta è young a fare da mattatore con l'autobiografica don't be denied, arricchita dalle tre chitarre a disposizione, e una revolution blues massacrante che nel live trova la sua dimensione perfetta, proprio come on the beach sul primo disco. military madness è la marcia anti-guerra perfetta che sfocia nel coro “no more war” di tutto lo stadio; da notare come comunque la cosa suoni ben più studiata a tavolino e freddina di come sarebbe stata negli anni d'oro delle proteste. non che metta in discussione il crederci da parte di nash, quanto da parte del pubblico che nel '74 non viveva certo questi concerti come 5 anni prima poteva vivere woodstock. altri tempi, altra gente, ma long time gone rimane sempre la canzone della madonna che è, anche in questa versione non perfetta. e dopo l'ultimo inedito di young, pushed it over the end, molto in linea con i pezzi di times fades away, arriva la doppietta finale con l'inno nash-iano per eccellenza, quella chicago simbolo di tutti i protestanti capelstati dall'america dei ricchi e potenti e poi, tanto per rincarare la dose, arriva ohio a chiudere i giochi, in versione lenta e pesante, dilatata dagli assoli e cantata in simbiosi dai quattro sballati là sul palco.

ve l'avevo detto che sarebbe stata lunga. e vi dirò di più, non ho ancora finito. già, perché ci tengo a farvi sapere quanto sia bella la confezione, che a una copertina non certo originale abbina invece un booklet bellissimo, pieno zeppo di foto e con un bellissimo scritto di pete long, giornalista e scrittore americano, che vi spiegherà molto meglio e più approfonditamente di me come sono andate estattamente le cose. fidatevi, è roba da leggere assolutamente per capire il valore di questo disco. del quale, manco a dirlo, sconsiglio come la peste l'oscena versione cd singolo che si trova in giro. davvero, buttate via soldi, non vi servirà assolutamente a nulla, prendete il triplo e fate come me, il vostro best of da macchina ve lo masterizzate voi. esiste anche una versione triplo bluray con i tre dischi a 24bit/192Khz; il mio dubbio al riguardo è semplice: sono registrazioni recuperate, tagliate e remixate dal 1974, registrate in analogico, la fedeltà migliore che possiate desiderare la troverete col vinile, non col bluray, che mi pare un po' una cosa fatta per cavalcare l'onda senile di young e del suo pono (cavalca il pono!). certo, poi il cofanetto coi vinili vi costa più o meno come casa vostra, ma questa è un'altra storia.


spero che, almeno per chi mi ha seguito fin qui, sia chiaro il valore che attribuisco a questo live. era un tour non documentato di uno dei gruppi più famosi di sempre, era il primo tour in assoluto a svolgersi esclusivamente negli stadi, avveniva in un periodo critico per l'america tutta e lo rappresenta alla perfezione, oltre a contenere, a livello puramente musicale, alcune versioni veramente da strapparsi la faccia di canzoni epocali magari mai pubblicate live, il tutto immerso in un suono pressoché perfetto, dal mix intelligente e mastering non invasivo che mantiene intatte le dinamiche espresse dalla band. sarà anche un live del '74 ma per quanto mi riguarda non c'è nessun dubbio: questo è il disco dell'anno 2014, nessuno lo batterà, ve lo assicuro già adesso così come potevo dirvelo a maggio quando è stato annunciato. 
vorrei dirvi una cosa come "se ve lo perdete non avete capito un cazzo della vita" ma poi mi dicono che sono un nazista. allora mettiamola così: io, fossi in voi, non me lo perderei. ma, per fortuna, non sono in voi, quindi fate un po' come vi pare, io sarò qui ad ascoltarlo a ruota ancora per qualche anno credo.

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