martedì 8 ottobre 2013

fates warning, "darkness in a different light"



vi ricordate quel tempo in cui alcuni gruppi metal avevano capito che potevano usare il cervello per fare la loro musica preferita? parliamo degli anni tra il 1986 e il '92-'93 circa e quei gruppi americani avrebbero cambiato la faccia del metal per sempre. 
la triade che viene sempre (e giustamente) citata in questi casi è quella formata da queensryche, dream theater e fates warning, anche se a mio parere più che i dream andrebbero ricordati gruppi come i grandiosi crimson glory o più "semplicemente" i sempiterni savatage del capolavoro gutter ballet, se non addirittura i vicious rumors di dischi come welcome to the ball.
ma non divaghiamo troppo. ryche, dream e fates warning si diceva. vediamo un attimo dove sono oggi questi gruppi:

  • i queensryche si sono resi protagonisti di una delle più grosse pagliacciate mai viste nel metal, la cacciata di geoff, le due formazioni che si contendono il nome, todd la torre che ci dimostra che sì, la clonazione umana è possibile, dischi inutili e riciclati come "queensryche" o "frequency unknown", roba che anche a chiamarla "disco" bisogna sforzarsi.
  • i dream theater sono quasi 10 anni che non riescono a fare un disco decente e dopo l'analità di black clouds si son gettati anche loro nella buffonata con la dipartita di portnoy, l'ingresso di mangini e un disco totalmente anonimo, per non parlare della nuova oscenità disneyana pubblicata proprio in questi giorni.
  • i fates warning spaccano il culo.

seriamente. come sempre: poca scena, tanta sostanza e tanta voglia di non rifare mai lo stesso album, anche se questo drakness è probabilmente il loro disco più revival di sempre.
sì perché nel 2013, dopo l'esperienza osi che ci ha regalato due dischi immensi (i primi due) e dopo il buon progetto arch/matheos, in verità una reunion dei primi fates warning, jim matheos torna a tuffarsi in pieno nel metallo e lo fa come al solito con un'intelligenza davvero invidiabile.

il punto di partenza è da ricercare in dischi come perfect symmetry, no exit o il capolavoro parallels, quelli che ancora erano indiscutibilmente metal. oggi la band, con il ritrovato frank aresti alla seconda chitarra e bobby jarzombek a sostituire il defezionario mark zonder, rilegge proprio quelle sonorità alla luce di un suono moderno e algido e dell'esperienza fatta negli anni, deflagrando in partenza con una "one thousand fires" che non lascia alcun dubbio sullo stato di forma del gruppo.
ray alder è invecchiato e gli acuti di eleventh hour o ivory gates sono una memoria lontana ma quello che è rimasto è il suo inconfondibile gusto melodico e il pathos con cui interpreta ogni canzone (e l'intermezzo falling è lì a dimostrare tutto questo). jarzombek è meno "ingegnere" di zonder ma decisamente più pesante come tocco e questo disco è perfetto per lui e il suo doppio pedale mai domo.

a mio parere i momenti di massima intensità si trovano nel singolo firefly, dal ritornello catchy che riporta ad alcuni momenti di fwx, nella bellissima o chloroform, attraversata da una sottile linea lisergica che profuma di osi lontano un miglio e soprattutto in lighthouse, apice del disco con la sua psichedelia tesa come una corda e pronta e trascinare nell'oscurità di un pezzo scritto in maniera incredibile ed arrangiato in modo stupendo. (da notare la totale assenza di tastiere e synth in tutto il disco, cosa che non succedeva da inside out probabilmente)

ci sono poi i ma, che ovviamente arrivano puntuali.
il più grosso e clamoroso è il plagio inaccettabile che si svolge nell'intro di into the black, palesemente rubata di forza da the drapery falls degli opeth. davvero non capisco il perché di questa scelta, mi ha fatto incazzare non poco, nonostante il pezzo si sviluppi poi in maniera eccezionale e risolva in un altro ritornello strappamutande da applausi. vabè.
simile è la critica che viene da fare a i am, a tratti davvero troppo troppo tool per passare inosservata.
e già che siam qui a cagare il cazzo, diciamolo: and yet it moves, che chiude il disco coi suoi 14 minuti, non è still remains. nemmeno lontanamente. non che sia un brutto pezzo ma, come anche wish su fwx, fa pensare ai tempi in cui i dischi dei fates warning si chiudevano con perle assolute come the road goes on, part XII, ivory gate of dreams o la già citata still remains. parliamo di capolavori veri e propri con cui questa nuova arrivata fa un po' fatica a confrontarsi e alla fine sa un po' di paraculata: è il pezzo lungo alla fine del disco.

ma tutto ciò non intacca assolutamente il valore di questo lavoro. e non è valore dovuto solo al fatto che loro sono gli unici ad aver mantenuto la dignità e l'integrità. c'è indubbiamente anche quello ma di base stiamo parlando di un discone che può insegnare a frotte di ragazzini come si fa a suonare prog metal moderno, intelligente ed inaspettatamente orecchiabile, e scusate se è poco per un gruppo di 50enni con più di 30 anni di carriera alle spalle.
forse oltre ai ragazzini di cui sopra, anche i colleghi di un tempo dovrebbero chiedere consiglio a matheos e amici per i loro prossimi dischi, si sa mai che una vaga parvenza di dignità e onestà la si riesca a recuperare.

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