venerdì 2 agosto 2013

nanodischi #7: giugno-luglio 2013



visto che a giugno me ne sono allegramente dimenticato, eccovi un'edizione doppia di nanodischi con un sacco di roba da sentire (o no) per dimenticare il caldo e far finta che quest'estate non sia mai successa.

kristoffer gildenlow - rust (2013)

finalmente, a 7 anni dalla sua dipartita dai pain of salvation, ecco arrivare il primo solista di kristoffer gildenlow, fratello di daniel e rimpianto bassista di una rimpianta formazione dei bei tempi che furono.
in questo disco kris dà vita a dei quadretti acustici molto intensi, vicini alle atmosfere che furono di brani quali "dedication" o "undertow", la parte propriamente triste e malinconica dei pain. gli arrangiamenti sono abbastanza vari e riescono a stemperare l'intensità del disco, interpretato da kris anche alla voce, con delle somiglianze invero estreme con lo stile di canto del fratello (tanto da farmi pensare all'inizio ad una collaborazione dello stesso daniel, ascoltate "overwinter" per credere). in ogni caso gran bel disco, non sperate vi lasci una gran voglia di vivere quando finisce.

these new puritans - field of reeds (2013)

mi riprometto di farne una recensione vera e propria ma mi serve ancora tempo, per ora vi segnalo quello che è senza dubbio alcuno uno dei dischi massimi di questo 2013, un'opera che oscilla tra (post)rock, classica da camera, ambient e pop e che in vari momenti ricorda la classe e le costruzioni del miglior david sylvian profumando anche di canterbury, di talk talk (quelli di laughing stock) e di post primi '90, tra i tortoise e i bark psychosis (co-produce proprio graham sutton).
già dai nomi avrete capito che non è roba facile facile da macchina: serve un divano, un buon impianto, del tempo e voglia di entrare in questo mondo tutto storto. se ci riuscite non credo proprio ve ne pentirete.

neil young - rust never sleeps (1979)

forse l'ultimo vero capolavoro di young, prima che gli anni 80 facciano il loro dovere e massacrino cultura, arte e musica mondiali.
le ballate sono crude e si fanno spazio nello stomaco per rimanerci, le scariche elettriche sono letali e lancinanti, sempre merito anche dei perfetti crazy horse che fanno da solito terreno per le corse del lunatico canadese.
my my hey hey è il perfetto simbolo del disco: rassegnata e depressiva nella veste acustica che apre il disco, straziante e marcissima in quella elettrica che lo chiude.

all pigs must die - nothing violates this nature (2013)

parlando di gente a cui piace venire e farci del male fisico, ecco tornare gli all pigs must die, side-project che vede nelle proprie fila anche il batteraio dei converge ben koller.
la loro idea è semplice: veniamo lì e vi diamo un sacco di botte, più o meno come hanno fatto (meglio) i converge dell'ultimo devastante all we love we leave behind ma con un accento più marcato sulle sonorità metal piuttosto che quelle "core" (che comunque non mancano). ottimo e straconsigliato per le code in tangenziale sotto il sole.

oliva - raise the curtain (2013)

il precedente "festival" mi aveva stupito per la ritrovata ispirazione del mio più grande mio mio amico obeso del mondo, olivone bello. questo disco no. è noioso, è trito e ritrito, le idee son sempre le stesse rigirate e rifrullate in altro modo ma nulla è aggiunto e nulla è tolto. in più ogni tanto l'idea di jon di suonare tutto da solo su molti pezzi, batteria compresa, gioca a suo sfavore privando i brani stessi di groove e tiro che avrebbe reso il tutto un po' meglio. peccato, occasione sprecata.

orphaned land - all is one (2013)

dopo due mastodonti come mabool e orwarrior ci si poteva aspettare che gli orphaned land cercassero di ritrovare un minimo di forma canzone. la mia speranza era che lo facessero in acustico o comunque spogliandosi in parte dei mille orpelli che adornavano (pienamente a ragione) i due dischi precedenti. purtroppo non è andata così: all is one è un disco sovrarrangiato, iperprodotto, ridondante e magniloquente; fin troppo. personalmente l'ho trovato stucchevole in più momenti, oltre ad avermi dato l'impressione di fare un sacco di scena ma avere poi poca sostanza, sempre a differenza dei due capolavori dei 10 anni scorsi. come per jon oliva, peccato, ci credevo molto.

philip h. anselmo & the illegals - walk through exits only (2013)

per chiudere "l'angolo della fetecchia", ecco a voi quello che è probabilmente il peggior disco del 2013 ad oggi, il tanto sventolato esordio solista di phil anselmo (che non sto a spiegarvi chi sia, se non lo sapete forse state leggendo il blog sbagliato).
metallaccio becero ed estremo, registrato col culo e suonato peggio, con filippo che ci sbraita sopra ma sembra svogliato, la sua voce non è né quella del cane bastonato dei down né del tamarro cocainomane incazzaterrimo dei pantera, è molle e sciapa. questo è decisamente un disco di cui potete fare a meno.

purson - the cirle and the blue door (2013)


ecco per concludere una bella sorpresa direttamente dall'amico lee dorrian: è la sua rise above a produrre e distribuire nel mondo questi purson, manica di fattoni inglesi che recupera le sonorità hard prog primigenie che furono di gente come black widow, high tide o anche i primi king crimson, unendolo a ventate psichedeliche e confezionando il tutto in un abito vintage che più vintage non si può con al timone la voce esoterica e stralunata di rosalie cunningham. questo merita proprio un po' di ascolti, soprattutto nel torpore dell'inferno che si sta abbattendo su di noi.

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