venerdì 4 settembre 2015

opeth, 'deliverance'



ricordo bene quando uscì 'deliverance'. era il 2002 e mi ero innamorato degli opeth grazie al precedente capolavoro 'blackwater park', indiscutibilmente una delle migliori cose che siano mai state create con la materia metal. era molto molto difficile per mikael bissare un disco così immenso e infatti non ci è mai più riuscito, anche se più avanti riuscirà a tornare su ottimi livelli ('ghost reveries' e 'pale communion').
dove fallisce 'deliverance'? innanzitutto è bene dire che il disco non fallisce del tutto, non lo si può definire assolutamente un brutto disco, il problema è che dopo due dischi profondamente immersi in un'atmosfera molto caratteristica, questo suona freddo e distaccato e non è una cosa che funziona con gli opeth. 'still life' era tutto avvolto in quella foschia rossastra demoniaca che nascondeva orribili presenze nella brughiera; ancora di più nel disco dopo, quando parte 'the leper affinity' si è lì, a blackwater park, immersi nella nebbia e nel freddo invernale, sono viaggi in posti unici che solo questi quattro svedesi potevano descrivere in musica. 

'deliverance' invece, tanto per cominciare, parte con uno dei due pezzi peggiori del disco: 'wreath' non è molto più che una serie di riff incollati uno dopo l'altro che, per quanto tutti belli, non riescono a raccontare una storia o ad evocare particolari immagini. e va ancora peggio con la chiusura del disco, la completamente inutile 'by the pain i see in others', un pezzo che il gruppo stesso ha totalmente dimenticato nelle scalette dei concerti. cosa tiene in piedi allora questo album? la parte centrale. in particolare il secondo ed il terzo pezzo: la title-track è l'unica canzone che riesce a sfruttare il distacco della produzione per creare un mostro cerebrale e contorto che gioca con l'ossessione per creare tensione, la rilascia in un break melodico da applausi per poi sguazzarci in un finale da strapparsi la faccia con un riff secco, meccanico e sincopato ripetuto per un paio di minuti di fila in chiusura, da manuale. 'a fair judgement' invece è una ballata che non ha molto da invidiare a 'face of melinda' o 'harvest' in quanto a intensità e questo già fa capire quanto valga il pezzo. qui la produzione di steven wilson si fa sentire più pesantemente, soprattutto nelle armonie vocali che arricchiscono la parte centrale, in generale questo è l'unico pezzo del disco (insieme al breve intermezzo 'for absent friends') che davvero resti dentro con un'atmosfera piovosa e pesante che non si dimentica in fretta.
'master's apprentices' è un giochino che diverte e funziona abbastanza bene ma non certo al livello dei due pezzi precedenti: fondamentalmente nella sua prima parte è un tributo ai morbid angel, ritmica lenta con tappeto di doppia cassa, riff asfissianti e voce più profonda che mai, prima di passare ad un'inaspettata (neanche troppo) parte melodica centrale con ancora dei bei cori ad opera di wilson. carina ma anche questa ormai dimenticata da anni.

i suoni in generale sono forse i più metal che il gruppo abbia mai avuto, trigger in primo piano, chitarre compresse e spazio secco; stupisce che una produzione di steven wilson prenda questa direzione ma del resto era il periodo di 'deadwing' quindi non si fa fatica a crederci. c'è da dire che come suoni puramente metal sono tra i migliori che si siano sentiti negli ultimi (più di dieci) anni.
forse quello che lascia più amaro in bocca di tutto è che di fatto 'deliverance' è il primo passo "indietro" degli opeth, almeno qualitativamente, e forse è questo che lo blocca un po'. ciononostante questo disco ha fatto esplodere il gruppo nel mondo ancora più di 'blackwater park', grazie anche a un tour pressoché infinito visto che si è poi legato a quello del successivo 'damnation', ovvero il disco che doveva rappresentare la parte melodica e prog degli opeth e invece finiva solo con l'annoiare a morte con pezzi scritti male, arrangiati circa e suonati peggio (l'entusiasmo della gente per un pestone come martin lopez mi rimane un enigma. dal vivo era mediocre alla meglio, su disco i suoni son sempre stati una schifezza e la tecnica era quella che era.). dopo gli svedesi si riprenderanno con l'ottimo 'ghost reveries' per poi crollare a picco col pessimo 'watershed', il loro punto più basso in assoluto insieme a 'damnation'. il titolo watershed tra l'altro sarebbe stato molto più adatto per questo disco, visto che dopo 'deliverance' gli opeth non sarebbero mai più stati gli stessi, nel bene o nel male.

in fin dei conti questo disco vale averlo per quei due pezzi più 'master's apprentices', parliamo comunque di quasi 35 minuti di ottima musica; se poi vi piacciono anche gli altri pezzi, viva viva. se non conoscete gli opeth lasciatelo stare e andate a ritroso da qui nella discografia.

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