mercoledì 20 maggio 2015

faith no more, "sol invictus"


18 anni non son pochi per nessuno. nemmeno scott walker, che col suo ritmo di pubblicazione può fare invidia al ciclo delle ere del mondo, è mai arrivato a tanto. 
i faith no more invece non si son fatti problemi e, dopo una reunion che li ha portati in giro per il mondo, compreso un indimenticabile concerto qui a milano nel 2009, si decidono a dare un seguito a quel 'album of the year' che ci aveva lasciati con promesse di ulteriori evoluzioni mai intraprese.
nel frattempo è ovviamente successo di tutto, bordin con ozzy, gould e la sua carriera di produttore e fonico, roddy bottum e gli imperial teen, oltre le sue crociate per i diritti degli omosessuali. e, ovviamente, mike patton. da dove cominciare? facciamo così, non stiamo a dirli, tanto li sappiamo tutti; la sua mente malata l'ha portato in qualsiasi angolo musicale esistente, con risultati sì altalenanti ma che quando hanno colpito nel segno hanno saputo farsi ricordare (l'album con kaada, mondo cane e il bellissimo moonchild con zorn), senza dimenticare la sua attività con la ipecac records.
insomma di roba ne è successa e il rischio che i faith no more potessero aver perso quel loro suono unico era molto alto. per fortuna non è successo: 'sol invictus' è un disco della madonna che sembra potersi incastonare tranquillamente nella discografia del combo americano. 

il suono è effettivamente cambiato, andando a pescare liberamente da mondi ad oggi raramente toccati dal gruppo, come quello wave degli anni '80; ma del resto sappiamo bene che non ci sono mai stati due dischi uguali dei faith no more e 'sol invictus' non fa eccezione.
la base rimane quella che conosciamo, quel rock così assurdamente obliquo, sempre lì lì per diventare qualcos'altro ma senza mai realmente superare la linea: c'è del metal ma non è un disco metal, c'è del funk ma non è un disco funk, c'è la wave ma… vabè avete capito. c'era paura che patton comandasse fin troppo i giochi e portasse il tutto a suonare come un suo progetto: a tratti lo si sente prendere decisamente il comando ma l'apporto del gruppo non viene mai meno e il rischio è evitato in maniera estremamente intelligente. in più c'è da considerare che in tutto l'album dura 40 minuti netti, evitando così qualsiasi filler o pezzo inutile, è tutta una tirata dall'inizio alla fine che vi lascerà interdetti.

sì, perché almeno ai primi ascolti la dura cupezza del disco può lasciare spiazzati; pochi i momenti 'stupidi', molti di più quelli profondi e scuri, a partire dalle due perle assolute "separation anxiety" e soprattutto "matador", due pezzi che riportano le sorti del gruppo al top della scena: scrittura perfetta, groove strappafaccia e un'interpretazione strabordante da parte di tutti, due pezzi epici, storti, strani, paranoici ed animati da un'inquietudine instabile ed elettrica che non molla mai. 
il resto non è molto da meno: quando decidono di spingere se ne escono con bordate impazzite come "superhero" e "black friday", quando la mettono sull'atmosfera ti fondono con "sol invictus" e le melodie di "sunny side up" (che nasconde abilmente una struttura piena di cambi di tempo), quando si lasciano liberi scrivono un pezzo pazzesco come "cone of shame" (in cui è molto facile trovare la matrice di un sacco di canzoni dei pain of salvation, per dirne uno) o la creepy "rise of the fall", la quale mette bene in mostra le tastiere di roddy bottum, sempre presenti, spesso protagoniste delle canzoni.

insomma, il songwriting c'è, il gruppo assolutamente c'è, parliamo un po' dei suoni.
a livello di prese il tutto è fantastico, specialmente la sezione ritmica con la batteria spigolosa di bordin e il mostruoso basso sempre in primo piano di gould, anche produttore del tutto.
quello su cui si può discutere è un mastering a tratti un po' troppo spinto che lascia poco respiro, soprattutto nei momenti più tirati: la voce resta un po' dietro e l'effetto è a volte troppo schiacciato ma non parliamo di un omicidio (qualcuno ha detto toto?), l'album rimane godibile e, complice anche la ridotta durata, non arriva mai a stancare.
ovviamente non sarebbe una mia recensione se non mi lamentassi almeno di qualcosina: ragazzi, due paginette di booklet potevate metterle, bello il digipack ma senza testi, senza reali foto, giusto i credits (senza nemmeno dire chi suona cosa! va bene che dovrebbero insegnarlo alle elementari, però…) e l'artwork, per colori ed impatto abbastanza in linea con quello di 'album of the year'.

per concludere, c'erano un sacco di rischi riguardo questo disco ma i faith no more, in quanto gruppo tra i più intelligenti che il rock abbia mai visto, riescono ad evitarli in scioltezza dando alle stampe quello che è effettivamente il loro nuovo disco, perfettamente inseribile nel loro catalogo e, soprattutto, tremendamente godibile. cambierà la storia? no. cambia qualche prospettiva sul gruppo? no. cambia una giornata in meglio? sì.
dimenticatevi quello che vi aspettavate dal nuovo disco dei faith no more e inizierete ad apprezzare 'sol invictus'. quando ci riuscirete vi renderete conto che questo disco è tutto quello che vi aspettavate, forse anche un po' di più.

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