Visualizzazione post con etichetta jason slater. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta jason slater. Mostra tutti i post

domenica 12 ottobre 2025

il fondo del barile #4: queensryche, 'dedicated to chaos'

 


quanto male può finire una storia?

noi che si ascolta il rocchenrol ne abbiamo sentite di ogni, vero? dovremmo essere abituati. eppure c’è qualcosa di veramente perverso nel modo in cui si è conclusa la vicenda dei queensryche. perché di fatto la storia del gruppo finisce dopo questo disco con l’abbandono di tate, quello che è successo dopo da entrambe le parti non ha niente a che vedere con il nome del gruppo. capiamoci.

ci arriveremo a suo tempo, per ora occupiamoci di ‘dedicated to chaos’, l’ultimo disco dei queensryche.


tate ne parla prima dell’uscita come un nuovo ‘empire’, che tiene conto dei suoni moderni e cerca di essere una raccolta di canzoni idealmente inseribile nello shuffle di qualsiasi dispositivo. un altro modo per dirla è “una raccolta di canzoni a cazzo di cane che vanno un po’ di qua e un po’ di là con qualche momento molto bello”.

cazzate a parte, quello che tate dice suona più come una giustificazione per un disco che, pur contenendo qualche gran momento, non ha né capo né coda.

l’iniziale ‘get started’ sembra una outtake di ‘q2k’ ed è tutto dire, la seguente ‘hot spot junkie’ suona invece come uno scarto di ‘tribe’. sempre di scarti stiamo parlando, per altro dai due dischi peggiori della discografia. ‘got it bad’ prosegue la linea con una semi-ballata con tremendi accenni psichedelici in un sitar totalmente fuori contesto e qualche chitarra al contrario messa lì tanto per, viene da ridere e dopo soli tre pezzi si vorrebbe togliere il cd e buttarlo dalla finestra ma la cosa peggiora. 

facciamo così, ridiamo insieme. in ‘drive’ il basso prende una linea che in sé non è nemmeno male, peccato che tate ci costruisce sopra una super produzione vocale con effetti e campionamenti da pop moderno per arrivare a un ritornello atroce con chitarrine alla u2 di sfondo. state ridendo? io un sacco. 

ovviamente non vogliamo privarci della special edition di una tale opera, per cui vi posso dire che ‘i believe’ è la stessa identica canzone di ‘drive’ ma non ha nemmeno la linea di basso figa. cioè in realtà ce l’ha perché questo, per assurdo, è il disco in cui potrete sentire meglio il basso di eddie jackson (sempre che l'abbia suonato davvero lui, non ci è dato saperlo), prominente nel mix in quasi tutti i pezzi, è la cosa migliore dell’album probabilmente. però per il resto il pezzo fa schifo. di ‘luvnu’ penso possa bastare il titolo, se volete farvi del male ascoltatela pure, invece ‘wot we do’ non è una bonus track, c’è della convinzione dietro a questo mostro che mette insieme linee funky rock con campionamenti da hip hop, effetti vocali e produzione vocale da alta classifica. purtroppo però in copertina c’è scritto “queensryche” e il risultato può farvi ridere o vomitare o vomitare dal ridere, vedete un po’ voi. ‘hard times’ è un’orrenda ballata con un ritornello che vorreste prendere a pugni.


basta, non mi va neanche di infierire, parliamo del poco di buono che c’è qua in mezzo, che fondamentalmente vuol dire due pezzi, ‘at the edge’ e ‘big noize’. la prima suona effettivamente come un pezzo dei queensryche, viene da pensare che arrivi dalle sessioni per ‘american soldier’, ha un bel riff, atmosfera scura e un bello sviluppo, per quanto la sovra-produzione vocale appesantisca troppe parti e nella parte centrale si perda in qualche cazzate di troppo. ‘big noize’, nonostante il titolo, è un altro pezzo che suona indiscutibilmente queensryche, anche se sempre di quelli moderni. ha qualche vaga ombra di ‘promised land’, un gran bel basso sempre davanti, una manciata di belle melodie vocali, qualche buon arrangiamento di chitarra e un bel ritornello.


con ‘addicted to chaos’ si tocca il fondo, anche i pezzi belli non valgono l’ascolto di tutta questa merda, qui è dove tate veramente perde di vista il confine tra se stesso e il progetto, porta in giro per l’america un tour cabaret con tanto di ballerine e mangiafuoco e infine cade per sua stessa mano quando il resto del gruppo decide di licenziare sua moglie e figlia, manager rispettivamente della band e del fan club, poiché sentono che ormai la band è una proprietà della famiglia tate. la cosa ovviamente degenera, al punto che durante uno degli ultimi concerti del gruppo tate e rockenfield si sputano addosso durante i pezzi, sceneggiate da bambini finché gli altri non decidono di allontanare tate dal gruppo.

ma ovviamente non si può allontanare geoff tate dai queensryche, nessuno può, la sua voce è unica e il suo contributo alla band, nel bene o nel male a seconda dei momenti, è mostruoso. ne seguono cause, un momento in cui addirittura esistono due queensryche che fanno dischi uno più brutto dell’altro: tate prosegue i suoi deliri, gli altri assumono un suo clone (todd la torre dai crimson glory, se non lo sapete lo scambierete per tate all’istante) e tornano a suonare ‘queen of the reich’ come se fosse il 1984 fino a quando anche rockenfield non dice basta e la torre si ritrova a sostituire pure lui, almeno su disco. scegliete voi chi vi fa più ridere ma di fatto nessuna delle due parti dovrebbe usare quel nome. non dovrebbero nemmeno volerlo, per logica.


e così la saga durata 30 anni di uno dei gruppi che ha saputo essere più intelligente, profondo e unico nella storia dell’heavy americano se non tutto, si conclude in farsa con gente che suona insieme da decenni a sputarsi addosso sul palco e un disco inutile quando non offensivo come ‘dedicated to chaos’. la storia dei queensryche avrebbe meritato ben altra fine.

domenica 28 settembre 2025

queensryche, 'operation: mindcrime ii'

 


nessuno ne sentiva il bisogno, siamo onesti. i capolavori lasciamoli dove stanno, andare a rivangare il passato raramente è una buona idea. visto anche il periodo di ispirazione non certo florida in cui si trovavano i queensryche, i presupposti per un fallimento totale c’erano tutti. 

invece, a scapito delle previsioni e nonostante i tanti, tantissimi problemi e difetti del disco, ‘mindcrime 2’ è il miglior album dei queensryche senza chris degarmo. 

sempre se vogliamo chiamarlo un disco dei queensryche.

perché? semplice: wilton non ha suonato una nota in tutto il disco, le chitarre sono ad appannaggio di stone e del produttore jason slater, più qualche collaboratore di studio; il basso è suonato quasi interamente ancora da slater, con pochissime parti di jackson; rockenfield non si è neanche mai presentato in studio, metà delle batterie sono fatte da matt lucich, l’altra metà è un’orrenda drum machine. le composizioni sono tutte della coppia tate/slater e anche la voce di tate, per quanto ancora in forma, non è neanche lontanamente quella di una volta.


il concept è sfilacciato e vago, nikki esce di prigione, trova dr.x, lo uccide e poi pensa di suicidarsi, più o meno tutto qui, poco più di un pretesto per rimettere in campo i vecchi personaggi e imbastire un circo che ha più del musical che del disco, pieno di intermezzi e parti teatrali che spezzano il ritmo durante l’ascolto.


detta così sembra una merda, lo so. quello che ha del miracoloso però è la qualità delle composizioni, di cui almeno metà sono fantastiche. torna il metal come non si sentiva da ‘promised land’ ma è un metal lontano da quello di una volta, moderno, abrasivo e senza tutta la rifinitura di classe dell’originale; è metal, sì, ma non c’è la minima traccia dei riff indimenticabili di degarmo o dei suoi assoli, è un disco diverso e quel titolo non deve sviare.

’i’m american’ non può neanche sognarsi la cazzimma di ‘revolution calling’ ma non è una brutta apertura, aggressiva e trascinante nonostante l’orrenda drum machine, però è con la tripletta successiva che il livello si alza davvero.

‘one foot in hell’ ci riporta in strada con nikki con una bella strofa tesa e un ritornello tutto da cantare, il buon lavoro di chitarra di stone e slater la tiene in piedi anche se i riff non sono dei più originali. ‘hostage’ è una perla e uno dei momenti a toccare l’intensità del primo capitolo, un 6/8 disperato in cui chitarre pulite e distorte si intrecciano come ai vecchi tempi e tate regala un’interpretazione degna del suo nome, drammatica e profonda; è anche uno dei pochi pezzi in cui si sente il basso, non ci è dato sapere chi lo abbia suonato. è con ‘the hands’ però che si tocca l’apice del disco, un pezzo finalmente con dei riff degni del nome queensryche, bellissime melodie di voce e un’atmosfera davvero figlia del primo capitolo, complice anche la paracula citazione di ‘breaking the silence’ posta in apertura.


la parte centrale dell’album scende un po’ come intensità, con ‘speed of light’ che ruba il riff di ‘kashmir’ mentre ‘signs say go’ e ‘re-arrange you’ rialzano il tempo ma girano un po’ su se stesse, pezzi buoni ma non memorabili. ‘the chase’ all’epoca fece parlare molto la gente per il suo duetto tra due mostri come tate e ronnie james dio, che qui interpreta il dr.x durante il confronto con nikki; in realtà viste le premesse era lecito aspettarsi ben di più da un pezzo che dovrebbe essere anche un nodo cruciale nella trama del concept, è un altro pezzo veloce, condito da orchestrazioni cinematografiche di pessimo gusto in cui tutta l’attenzione è sul duello vocale, tanto che i riff di chitarra sono abbastanza inutili ma almeno le melodie reggono e la canzone si fa apprezzare.


‘murderer’ apre una seconda parte in cui la dimensione teatrale prende sempre più il sopravvento, lo fa però con un altro pezzo molto aggressivo con le durissime chitarre ad accompagnare un tate incazzato mentre nikki tiene dr.x con una pistola alla testa e parla con il fantasma di sister mary. la batteria finta è agghiacciante. ‘circles’ è un interludio assolutamente superfluo da ogni punto di vista, ‘if i could change it all’ una ballata sorprendentemente buona con una delle apparizioni più consistenti di pamela moore e un gran bel crescendo, purtroppo vanificato da un finale che definire “tamarro” sarebbe un eufemismo. ‘an intentional confrontation’ è poco più di un altro intermezzo con batteria finta, una scenetta da broadway che serve unicamente alla trama, ‘a junkie’s blues’ non si capisce bene cosa sia o perché sia lì, ‘fear city slide’ almeno ha qualche bel riff e un ritornello decente, poi la vicenda arriva a conclusione con quello che dovrebbe essere l’apice emotivo, la ballatona ‘all the promises’. ve la ricordate ‘eyes of a stranger’? ecco, lasciamola dove sta. qui ci si accontenta di una robetta che c’entra ben poco con il mood di ‘mindcrime’, quattro strofe messe insieme per far dialogare ancora nikki e sister mary prima della fine ma non ci sono melodie da ricordare, non ci sono chitarre indimenticabili, se c’è il basso nessuno se n’è accorto.


poteva andare molto peggio, non ci sono dubbi. poteva anche andare molto meglio, ad esempio lasciando il passato dove stava e magari producendo un nuovo concept con una nuova trama, tutto il peso sulle spalle dell’album si sarebbe alleggerito e ne avremmo goduto molto di più. se poi la tragica assenza di degarmo è un mattone da sola, l’assenza anche di tutto il resto della band diventa un tragicomico segno premonitore, oltre che un tremendo handicap per l’intero progetto.

luci e ombre per un disco che, in fin dei conti, risulta essere una delle cose migliori prodotte dai ryche senza degarmo, sarebbe stato ancora meglio se non si fosse preso responsabilità che gli competono fino a un certo punto.