giovedì 26 marzo 2026

neurosis, 'an undying love for a burning world'

 

certe cose non te le aspetti.
è difficile mantenere la propria strada di fronte a tutta la merda che succede nella vita, è altrettanto difficile restare uniti con quelli che ti circondano.
poi ti ricordi che i neurosis non sono mai stati un gruppo normale: la profondità con cui hanno sempre scritto, suonato e, soprattutto, vissuto la loro arte è qualcosa che va ben oltre il solito concetto di gruppo musicale, c’è alla base una filosofia, un modo di vivere.
anche per questo quando è successo il casino con scott kelly tutti abbiamo pensato che i neurosis fossero finiti per sempre, proprio per il loro livello filosofico e concettuale: come fai i conti con lo scoprire che un tuo “fratello” ti prendeva per il culo e si comportava quasi da criminale alle tue spalle?
ci hanno messo sette anni ma loro ci sono riusciti. non solo sono rimasti uniti ma hanno incluso un nuovo spirito affine, quell’aaron turner che fin dall’inizio degli isis tanto doveva alle idee e al suono dei neurosis e ora si trova a poter mettere quelle idee al servizio di un loro disco.
e che disco.

come dicevo, certe cose non te le aspetti. “honor found in decay” aveva un paio di bei pezzi ma viveva di maniera, “fires within fires” vagava un po’ nel nulla e alla fine risultava forse il loro disco meno riuscito in più di trent’anni; potremmo addirittura arrivare a dire che già “given to the rising”, per quanto bellissimo, non arrivasse alle vette di intensità dei dischi precedenti. 
“an undying love for a burning world” invece ci arriva. 
la chiave di lettura è sbattuta in faccia nei 50 secondi di introduzione fatti di urla atroci su cui si staglia la voce di steve von till (quanto ci è mancata):

 "the separation that burns our hearts

is the root of all our disease

we’ve forgotten how to live so we suffer
we’ve forgotten how to struggle so we suffer

we’ve forgotten how to die so we suffer
we’ve forgotten we are wild so we suffer

we exist in isolation so we suffer
the dissonance is deafening" 

rabbia, sofferenza, sangue e denti digrignati, questo è “undying love”, non un pugno nello stomaco ma il ribollire del sangue di fronte all’inevitabile, non una crisi esistenziale ma l’esistenza stessa.

la chitarra e la vociaccia marcia di turner si inseriscono nel tessuto sonoro come se fosse nella band da sempre, le infiltrazioni isis-iane sono sparse ovunque, talvolta alla base stessa dei brani (“in the waiting hours”); il suo latrato sfibrato e grezzo aggiunge drammaticità, se la sua voce da sola in un disco può stancare, l’alternanza con von till crea un dialogo continuo tra anime dannate e corpi che decadono.
tutti gli altri sono al 110%. non si erano mai sentiti così tanti synth in un disco dei neurosis, pad, arpeggiatori, loop, effetti dissonanti, la creatività di noah landis esplode e crea suoni che spostano il baricentro della musica, suoni sempre così fottutamente fisici, materiali, tangibili. il suo apporto in un brano come “blind”, uno degli apici dell’album, è alla base del brano stesso tanto quanto i grandiosi riff di chitarra. la sezione ritmica è devastante come sempre, pur soffrendo purtroppo da uno dei pochi difetti di “undying love”: a proposito di inevitabile, la prematura scomparsa di steve albini fa sì che questo sia il primo disco dei neurosis da 27 anni ad essere registrato e mixato da qualcun’altro (nello specifico scott evans, già coi sumac, von till solista, i thrice e vari altri). intendiamoci, hanno fatto un ottimo lavoro, i suoni sono potenti e definiti al punto giusto, purtroppo però albini era su un altro livello proprio, soprattutto sulla batteria e le chitarre che qui suonano più simili a un disco degli isis che dei neurosis.

si potrebbe parlare di ogni pezzo ma più ascolto il disco più mi sembra un’unica suite in otto parti che inizia con una rabbia che credo non si sentisse dai tempi di “through silver in blood” per poi iniziare a viaggiare in tutti i luoghi dell’anima che più fanno male. “seething and scattered” va citata, il turbine di voci iniziale, poi quell’abisso psichedelico-tribale nero come il buio e una ripresa finale che ti strappa la pelle. che dire poi di “last light”, che coi suoi 17 minuti è il brano più lungo mai pubblicato dal gruppo. si potrebbe dire che è un po’ un sunto del disco ma la sua drammaticità strutturale e i cambi lenti ma inesorabili puntano ancora più in là, come a dire “adesso chiudiamo ma ne abbiamo ancora da dire”.
e se davvero ne hanno ancora e se è ancora a questo livello, che la leggenda dei neurosis possa continuare all’infinito perché qui ne abbiamo un bisogno disperato.

martedì 13 gennaio 2026

green carnation, 'light of day, day of darkness'

 

 

alcuni album, nel bene o nel male, sono episodi unici e irripetibili, non solo per la “mera” prestazione e/o ispirazione dei musicisti ma anche per le circostanze che li hanno generati. penso a “the wall” o “sign ‘o’ the times”, certo, ma anche a “st.anger” o “cold lake”, come dicevo: nel bene o nel male.
“light of day, day of darkness” rientra a pieno in questa categoria: uscito nel 2001, il secondo album dei green carnation è la reazione di terje vik schei (tchort, fondatore della band) alla morte della giovane figlia e alla nascita di un nuovo figlio.

un attimo di storia per capire meglio il contesto.
tchort fonda la band nel 1990 con i fratelli botteri, poi però passa negli emperor e la band si scioglie, così i due fratelli si uniscono al batterista anders kobro per fondare gli …in the woods, portabandiera norvegesi di un metal psichedelico e floydiano.
nel 1999 il gruppo si riunisce e registra l’esordio “journey to the end of the night” senza un cantante stabile, una sorta di ponte dal mondo astratto degli …in the woods verso una musica che ritrova il metal, soprattutto doom ma con un approccio che non perde certo di vista il black.
poi di nuovo fuori i botteri e finalmente arriva kjetil nordhus, la meravigliosa voce che da qui in avanti sarà marchio di fabbrica della musica dei green carnation. si uniscono inoltre il bassista stein roger sordal (fondamentale per i tre album successivi) e il chitarrista bjørn harstad.

quale modo migliore di presentare la nuova band se non con una canzone unica, non divisa in parti e della durata di 60 minuti esatti?
di alcuni dischi si dice, a volte a sproposito, che siano dei viaggi. beh, un ascolto completo (e in cuffia) di “loddod" vi porterà in posti incredibili. dall’eterea introduzione al dolce cullarsi delle prime melodie fino ai momenti più duri, non c’è un momento del disco che non sia narrativo ed evocativo, con un velo cinematografico che però sa più di diapositive personali che non di un vero e proprio film.
dal disco successivo il gruppo si toglierà tutto il cuoio e le borchie ma qui ci sono ancora momenti di puro doom soffocante e scurissimo così come gelidi riff in puro black metal tremolo sostenuti dalla doppia cassa a elicottero, in pratica mancano solo vocalizzi estremi: non c’è growl né scream, mai stati tra i colori di nordhus che invece colora tutto con il suo profondo timbro baritonale, lontanissimo dagli acutazzi del metal classico e intriso di un’emotività che rapisce fin dal primo istante.
gli arrangiamenti sono curati e cangianti al punto giusto, si riescono ad usare gli archi in modo non (troppo) pacchiano e in pochi mirati momenti, due cori (uno di adulti, uno di bambini) non invadono mai la scena e vengono utilizzati solo in un paio di sezioni, spettacolare l’uso di sax e voce femminile nell’oasi onirica prima della ripresa finale e da citare anche il sapiente uso di tastiere e hammond da parte di endre kirkesola, produttore dell’intero album e arrangiatore di cori e archi.

progressive più per struttura che per contenuto delle sezioni, in “loddod” non troverete vertiginosi assolo, tempi dispari pazzi (è praticamente tutto in 4/4), armonie contorte da musica classica o aperture jazz, se dobbiamo dargli un genere diciamo che siamo attorno a un gothic-doom metal con venature black, molto molto nordico. 
le sezioni scorrono in maniera fluida con pochissimi cambi repentini e nessuno strumento spicca in particolare, se non (per ragioni puramente legate alla natura dello strumento) la monolitica batteria di anders kobro che trascina l’intera band nei momenti più metal.

non è un album che ha cambiato la storia della musica e non è privo di imperfezioni (principalmente un mix un po’ troppo plasticoso) ma “light of day, day of darkness” è un’opera eccezionale, picco creativo di una band che non tenterà mai di ripetersi in questo modo, come dimostrano i due dischi di hard rock settantiano che seguono.
disco emotivo come pochi altri, vi richiede attenzione per un’ora intera ma se riuscirete a connettervi con lui vi assicuro che non lo dimenticherete mai, un’esperienza da fare almeno una volta nella vita.