martedì 13 gennaio 2026

green carnation, 'light of day, day of darkness'

 

 

alcuni album, nel bene o nel male, sono episodi unici e irripetibili, non solo per la “mera” prestazione e/o ispirazione dei musicisti ma anche per le circostanze che li hanno generati. penso a “the wall” o “sign ‘o’ the times”, certo, ma anche a “st.anger” o “cold lake”, come dicevo: nel bene o nel male.
“light of day, day of darkness” rientra a pieno in questa categoria: uscito nel 2001, il secondo album dei green carnation è la reazione di terje vik schei (tchort, fondatore della band) alla morte della giovane figlia e alla nascita di un nuovo figlio.

un attimo di storia per capire meglio il contesto.
tchort fonda la band nel 1990 con i fratelli botteri, poi però passa negli emperor e la band si scioglie, così i due fratelli si uniscono al batterista anders kobro per fondare gli …in the woods, portabandiera norvegesi di un metal psichedelico e floydiano.
nel 1999 il gruppo si riunisce e registra l’esordio “journey to the end of the night” senza un cantante stabile, una sorta di ponte dal mondo astratto degli …in the woods verso una musica che ritrova il metal, soprattutto doom ma con un approccio che non perde certo di vista il black.
poi di nuovo fuori i botteri e finalmente arriva kjetil nordhus, la meravigliosa voce che da qui in avanti sarà marchio di fabbrica della musica dei green carnation. si uniscono inoltre il bassista stein roger sordal (fondamentale per i tre album successivi) e il chitarrista bjørn harstad.

quale modo migliore di presentare la nuova band se non con una canzone unica, non divisa in parti e della durata di 60 minuti esatti?
di alcuni dischi si dice, a volte a sproposito, che siano dei viaggi. beh, un ascolto completo (e in cuffia) di “loddod" vi porterà in posti incredibili. dall’eterea introduzione al dolce cullarsi delle prime melodie fino ai momenti più duri, non c’è un momento del disco che non sia narrativo ed evocativo, con un velo cinematografico che però sa più di diapositive personali che non di un vero e proprio film.
dal disco successivo il gruppo si toglierà tutto il cuoio e le borchie ma qui ci sono ancora momenti di puro doom soffocante e scurissimo così come gelidi riff in puro black metal tremolo sostenuti dalla doppia cassa a elicottero, in pratica mancano solo vocalizzi estremi: non c’è growl né scream, mai stati tra i colori di nordhus che invece colora tutto con il suo profondo timbro baritonale, lontanissimo dagli acutazzi del metal classico e intriso di un’emotività che rapisce fin dal primo istante.
gli arrangiamenti sono curati e cangianti al punto giusto, si riescono ad usare gli archi in modo non (troppo) pacchiano e in pochi mirati momenti, due cori (uno di adulti, uno di bambini) non invadono mai la scena e vengono utilizzati solo in un paio di sezioni, spettacolare l’uso di sax e voce femminile nell’oasi onirica prima della ripresa finale e da citare anche il sapiente uso di tastiere e hammond da parte di endre kirkesola, produttore dell’intero album e arrangiatore di cori e archi.

progressive più per struttura che per contenuto delle sezioni, in “loddod” non troverete vertiginosi assolo, tempi dispari pazzi (è praticamente tutto in 4/4), armonie contorte da musica classica o aperture jazz, se dobbiamo dargli un genere diciamo che siamo attorno a un gothic-doom metal con venature black, molto molto nordico. 
le sezioni scorrono in maniera fluida con pochissimi cambi repentini e nessuno strumento spicca in particolare, se non (per ragioni puramente legate alla natura dello strumento) la monolitica batteria di anders kobro che trascina l’intera band nei momenti più metal.

non è un album che ha cambiato la storia della musica e non è privo di imperfezioni (principalmente un mix un po’ troppo plasticoso) ma “light of day, day of darkness” è un’opera eccezionale, picco creativo di una band che non tenterà mai di ripetersi in questo modo, come dimostrano i due dischi di hard rock settantiano che seguono.
disco emotivo come pochi altri, vi richiede attenzione per un’ora intera ma se riuscirete a connettervi con lui vi assicuro che non lo dimenticherete mai, un’esperienza da fare almeno una volta nella vita.



domenica 12 ottobre 2025

il fondo del barile #4: queensryche, 'dedicated to chaos'

 


quanto male può finire una storia?

noi che si ascolta il rocchenrol ne abbiamo sentite di ogni, vero? dovremmo essere abituati. eppure c’è qualcosa di veramente perverso nel modo in cui si è conclusa la vicenda dei queensryche. perché di fatto la storia del gruppo finisce dopo questo disco con l’abbandono di tate, quello che è successo dopo da entrambe le parti non ha niente a che vedere con il nome del gruppo. capiamoci.

ci arriveremo a suo tempo, per ora occupiamoci di ‘dedicated to chaos’, l’ultimo disco dei queensryche.


tate ne parla prima dell’uscita come un nuovo ‘empire’, che tiene conto dei suoni moderni e cerca di essere una raccolta di canzoni idealmente inseribile nello shuffle di qualsiasi dispositivo. un altro modo per dirla è “una raccolta di canzoni a cazzo di cane che vanno un po’ di qua e un po’ di là con qualche momento molto bello”.

cazzate a parte, quello che tate dice suona più come una giustificazione per un disco che, pur contenendo qualche gran momento, non ha né capo né coda.

l’iniziale ‘get started’ sembra una outtake di ‘q2k’ ed è tutto dire, la seguente ‘hot spot junkie’ suona invece come uno scarto di ‘tribe’. sempre di scarti stiamo parlando, per altro dai due dischi peggiori della discografia. ‘got it bad’ prosegue la linea con una semi-ballata con tremendi accenni psichedelici in un sitar totalmente fuori contesto e qualche chitarra al contrario messa lì tanto per, viene da ridere e dopo soli tre pezzi si vorrebbe togliere il cd e buttarlo dalla finestra ma la cosa peggiora. 

facciamo così, ridiamo insieme. in ‘drive’ il basso prende una linea che in sé non è nemmeno male, peccato che tate ci costruisce sopra una super produzione vocale con effetti e campionamenti da pop moderno per arrivare a un ritornello atroce con chitarrine alla u2 di sfondo. state ridendo? io un sacco. 

ovviamente non vogliamo privarci della special edition di una tale opera, per cui vi posso dire che ‘i believe’ è la stessa identica canzone di ‘drive’ ma non ha nemmeno la linea di basso figa. cioè in realtà ce l’ha perché questo, per assurdo, è il disco in cui potrete sentire meglio il basso di eddie jackson (sempre che l'abbia suonato davvero lui, non ci è dato saperlo), prominente nel mix in quasi tutti i pezzi, è la cosa migliore dell’album probabilmente. però per il resto il pezzo fa schifo. di ‘luvnu’ penso possa bastare il titolo, se volete farvi del male ascoltatela pure, invece ‘wot we do’ non è una bonus track, c’è della convinzione dietro a questo mostro che mette insieme linee funky rock con campionamenti da hip hop, effetti vocali e produzione vocale da alta classifica. purtroppo però in copertina c’è scritto “queensryche” e il risultato può farvi ridere o vomitare o vomitare dal ridere, vedete un po’ voi. ‘hard times’ è un’orrenda ballata con un ritornello che vorreste prendere a pugni.


basta, non mi va neanche di infierire, parliamo del poco di buono che c’è qua in mezzo, che fondamentalmente vuol dire due pezzi, ‘at the edge’ e ‘big noize’. la prima suona effettivamente come un pezzo dei queensryche, viene da pensare che arrivi dalle sessioni per ‘american soldier’, ha un bel riff, atmosfera scura e un bello sviluppo, per quanto la sovra-produzione vocale appesantisca troppe parti e nella parte centrale si perda in qualche cazzate di troppo. ‘big noize’, nonostante il titolo, è un altro pezzo che suona indiscutibilmente queensryche, anche se sempre di quelli moderni. ha qualche vaga ombra di ‘promised land’, un gran bel basso sempre davanti, una manciata di belle melodie vocali, qualche buon arrangiamento di chitarra e un bel ritornello.


con ‘addicted to chaos’ si tocca il fondo, anche i pezzi belli non valgono l’ascolto di tutta questa merda, qui è dove tate veramente perde di vista il confine tra se stesso e il progetto, porta in giro per l’america un tour cabaret con tanto di ballerine e mangiafuoco e infine cade per sua stessa mano quando il resto del gruppo decide di licenziare sua moglie e figlia, manager rispettivamente della band e del fan club, poiché sentono che ormai la band è una proprietà della famiglia tate. la cosa ovviamente degenera, al punto che durante uno degli ultimi concerti del gruppo tate e rockenfield si sputano addosso durante i pezzi, sceneggiate da bambini finché gli altri non decidono di allontanare tate dal gruppo.

ma ovviamente non si può allontanare geoff tate dai queensryche, nessuno può, la sua voce è unica e il suo contributo alla band, nel bene o nel male a seconda dei momenti, è mostruoso. ne seguono cause, un momento in cui addirittura esistono due queensryche che fanno dischi uno più brutto dell’altro: tate prosegue i suoi deliri, gli altri assumono un suo clone (todd la torre dai crimson glory, se non lo sapete lo scambierete per tate all’istante) e tornano a suonare ‘queen of the reich’ come se fosse il 1984 fino a quando anche rockenfield non dice basta e la torre si ritrova a sostituire pure lui, almeno su disco. scegliete voi chi vi fa più ridere ma di fatto nessuna delle due parti dovrebbe usare quel nome. non dovrebbero nemmeno volerlo, per logica.


e così la saga durata 30 anni di uno dei gruppi che ha saputo essere più intelligente, profondo e unico nella storia dell’heavy americano se non tutto, si conclude in farsa con gente che suona insieme da decenni a sputarsi addosso sul palco e un disco inutile quando non offensivo come ‘dedicated to chaos’. la storia dei queensryche avrebbe meritato ben altra fine.

domenica 5 ottobre 2025

queensryche, 'american soldier'

 


dopo il successo di ‘mindcrime 2’ e del seguente tour, in cui i queensryche suonavano per due ore e mezza eseguendo entrambi i capitoli nel concept per intero, l’ego di geoff tate è a livelli preoccupanti. per fortuna riesce a renderlo utile con un nuovo progetto chiamato ‘american soldier’, per il quale passa mesi a intervistare veterani, reduci e famiglie di soldati che non sono tornati, cercando di mettere insieme una figura che possa rappresentare la tragicità e complessità della figura del soldato negli anni 2000. un’altra grande fortuna è che lo stesso tate sia abbastanza ispirato da comporre una buona quantità di ottimo materiale che prende forma ne 12 pezzi di ‘american soldier’.


mike stone è di nuovo fuori dal gruppo, forse, sta di fatto che le chitarre qualcuno dice le abbia suonate tutte wilton, qualcun’altro che buona parte le abbia suonate ancora slater, di nuovo in produzione. importa poco, lo stato di salute del gruppo come insieme di amici è evidentemente pessimo ma il disco che ne esce è sorprendentemente buono, nonostante l’ennesima produzione discutibile e pessimo mix, di nuovo di kelly gray. le chitarre clippano quasi costantemente, la batteria è compressa oltre ogni dire e mixata a caso, la voce non molla un secondo l’overdrive.

se qua e là ci si perde un po’ nell’anonimato (‘sliver’ o ‘unafraid’, non certo il più grande inizio mai sentito), altrove si azzeccano dei pezzi da 100, come la strepitosa ‘hundred mile stare’, epica e profonda, fa pensare che tate abbia trovato finalmente il modo di raggiungere (quasi) l’intensità dei dischi storici. ‘at 30 thousand ft’ poteva tranquillamente stare su ‘mindcrime 2’, una ballata molto teatrale che nel ritornello si apre in un riff che ricorda da vicino gli anni d’oro dei ryche e si fa metal paranoico per l’assolo centrale mentre ‘a dead man’s words’ riprende alcune suggestioni mediorientali di ‘tribe’ per portarle nel deserto dell’aghanistan; è un altro buon pezzo con qualche bel riff e un clima asfissiante, anche se il testo non è certo un’opera d’arte.


purtroppo la seconda metà del disco crolla nettamente, con una manciata di canzoni che si dimenticano all’istante, due pessime ballate (‘remember me’, una vaccata strappalacrime da romanzo harmony, e ‘home again’, una schifezza sdolcinata in cui tate duetta con sua figlia, agghiacciante) e un solo pezzo degno di nota, il bel singolo ‘if i were king’ che riporta a quel poco di buono che c’era in ‘q2k’ ma riesce ad elaborarlo in modo molto più convincente con piglio epico e un gran bel ritornello.


in fin dei conti non è affatto male ‘american soldier’. quasi tutta la prima metà sta sopra la sufficienza, si potevano tagliare una ventina di minuti e renderlo molto più compatto ma tant’è, pur senza la baracconata del concept precedente riesce ad essere un disco coeso e con una sua personalità. che poi sia la personalità di geoff tate e non dei queensryche è tutta un’altra storia.

domenica 28 settembre 2025

queensryche, 'operation: mindcrime ii'

 


nessuno ne sentiva il bisogno, siamo onesti. i capolavori lasciamoli dove stanno, andare a rivangare il passato raramente è una buona idea. visto anche il periodo di ispirazione non certo florida in cui si trovavano i queensryche, i presupposti per un fallimento totale c’erano tutti. 

invece, a scapito delle previsioni e nonostante i tanti, tantissimi problemi e difetti del disco, ‘mindcrime 2’ è il miglior album dei queensryche senza chris degarmo. 

sempre se vogliamo chiamarlo un disco dei queensryche.

perché? semplice: wilton non ha suonato una nota in tutto il disco, le chitarre sono ad appannaggio di stone e del produttore jason slater, più qualche collaboratore di studio; il basso è suonato quasi interamente ancora da slater, con pochissime parti di jackson; rockenfield non si è neanche mai presentato in studio, metà delle batterie sono fatte da matt lucich, l’altra metà è un’orrenda drum machine. le composizioni sono tutte della coppia tate/slater e anche la voce di tate, per quanto ancora in forma, non è neanche lontanamente quella di una volta.


il concept è sfilacciato e vago, nikki esce di prigione, trova dr.x, lo uccide e poi pensa di suicidarsi, più o meno tutto qui, poco più di un pretesto per rimettere in campo i vecchi personaggi e imbastire un circo che ha più del musical che del disco, pieno di intermezzi e parti teatrali che spezzano il ritmo durante l’ascolto.


detta così sembra una merda, lo so. quello che ha del miracoloso però è la qualità delle composizioni, di cui almeno metà sono fantastiche. torna il metal come non si sentiva da ‘promised land’ ma è un metal lontano da quello di una volta, moderno, abrasivo e senza tutta la rifinitura di classe dell’originale; è metal, sì, ma non c’è la minima traccia dei riff indimenticabili di degarmo o dei suoi assoli, è un disco diverso e quel titolo non deve sviare.

’i’m american’ non può neanche sognarsi la cazzimma di ‘revolution calling’ ma non è una brutta apertura, aggressiva e trascinante nonostante l’orrenda drum machine, però è con la tripletta successiva che il livello si alza davvero.

‘one foot in hell’ ci riporta in strada con nikki con una bella strofa tesa e un ritornello tutto da cantare, il buon lavoro di chitarra di stone e slater la tiene in piedi anche se i riff non sono dei più originali. ‘hostage’ è una perla e uno dei momenti a toccare l’intensità del primo capitolo, un 6/8 disperato in cui chitarre pulite e distorte si intrecciano come ai vecchi tempi e tate regala un’interpretazione degna del suo nome, drammatica e profonda; è anche uno dei pochi pezzi in cui si sente il basso, non ci è dato sapere chi lo abbia suonato. è con ‘the hands’ però che si tocca l’apice del disco, un pezzo finalmente con dei riff degni del nome queensryche, bellissime melodie di voce e un’atmosfera davvero figlia del primo capitolo, complice anche la paracula citazione di ‘breaking the silence’ posta in apertura.


la parte centrale dell’album scende un po’ come intensità, con ‘speed of light’ che ruba il riff di ‘kashmir’ mentre ‘signs say go’ e ‘re-arrange you’ rialzano il tempo ma girano un po’ su se stesse, pezzi buoni ma non memorabili. ‘the chase’ all’epoca fece parlare molto la gente per il suo duetto tra due mostri come tate e ronnie james dio, che qui interpreta il dr.x durante il confronto con nikki; in realtà viste le premesse era lecito aspettarsi ben di più da un pezzo che dovrebbe essere anche un nodo cruciale nella trama del concept, è un altro pezzo veloce, condito da orchestrazioni cinematografiche di pessimo gusto in cui tutta l’attenzione è sul duello vocale, tanto che i riff di chitarra sono abbastanza inutili ma almeno le melodie reggono e la canzone si fa apprezzare.


‘murderer’ apre una seconda parte in cui la dimensione teatrale prende sempre più il sopravvento, lo fa però con un altro pezzo molto aggressivo con le durissime chitarre ad accompagnare un tate incazzato mentre nikki tiene dr.x con una pistola alla testa e parla con il fantasma di sister mary. la batteria finta è agghiacciante. ‘circles’ è un interludio assolutamente superfluo da ogni punto di vista, ‘if i could change it all’ una ballata sorprendentemente buona con una delle apparizioni più consistenti di pamela moore e un gran bel crescendo, purtroppo vanificato da un finale che definire “tamarro” sarebbe un eufemismo. ‘an intentional confrontation’ è poco più di un altro intermezzo con batteria finta, una scenetta da broadway che serve unicamente alla trama, ‘a junkie’s blues’ non si capisce bene cosa sia o perché sia lì, ‘fear city slide’ almeno ha qualche bel riff e un ritornello decente, poi la vicenda arriva a conclusione con quello che dovrebbe essere l’apice emotivo, la ballatona ‘all the promises’. ve la ricordate ‘eyes of a stranger’? ecco, lasciamola dove sta. qui ci si accontenta di una robetta che c’entra ben poco con il mood di ‘mindcrime’, quattro strofe messe insieme per far dialogare ancora nikki e sister mary prima della fine ma non ci sono melodie da ricordare, non ci sono chitarre indimenticabili, se c’è il basso nessuno se n’è accorto.


poteva andare molto peggio, non ci sono dubbi. poteva anche andare molto meglio, ad esempio lasciando il passato dove stava e magari producendo un nuovo concept con una nuova trama, tutto il peso sulle spalle dell’album si sarebbe alleggerito e ne avremmo goduto molto di più. se poi la tragica assenza di degarmo è un mattone da sola, l’assenza anche di tutto il resto della band diventa un tragicomico segno premonitore, oltre che un tremendo handicap per l’intero progetto.

luci e ombre per un disco che, in fin dei conti, risulta essere una delle cose migliori prodotte dai ryche senza degarmo, sarebbe stato ancora meglio se non si fosse preso responsabilità che gli competono fino a un certo punto.

domenica 21 settembre 2025

queensryche, 'tribe'

 


‘q2k’ è stato un fallimento totale ma il tour seguente ha mostrato un gruppo tutto sommato ancora in vita, con tate in una forma decente e la band ancora vogliosa di suonare sul serio, incluso kelly gray che nel bel live ‘live evolution’ risulta più inserito nel contesto dei queensryche. infatti subito dopo viene allontanato dalla band, pare per abuso di sostanze, mi piace pensare invece che l’abbiano fatto per il suo agghiacciante lavoro al mix di ‘q2k’.

gira voce, si dice che, pare, forse, qualcuno ha visto, qualcun’altro ha sentito che degarmo è tornato, manco fosse batman, per salvare il destino dei queensryche. è vero a metà, degarmo abbandona gli aerei per un attimo, collabora alla scrittura di quattro pezzi per il nuovo disco e su questi pezzi ci suona pure ma in realtà il nuovo chitarrista dei ryche è mike stone, che però quasi non suona sul disco. 


‘tribe’ arriva nel 2003, a quattro anni dal disastro ‘q2k’ con in mezzo un live e un paio di best of, più che giustificabili, e il disco solista di tate, molto meno giustificabile. è un passo deciso in avanti rispetto al suo predecessore, un po’ da tutti i punti di vista, pur restando ben lontano dalle glorie di un tempo. diciamo che il livello medio è più alto e non c’è roba offensiva, è anche vero però che pure i pezzi migliori non sono capolavori e che qui si chiude ufficialmente la grande tradizione di chiusure spettacolari, con ‘doin fine’ che risulta tra i pezzi peggiori del disco.

al contrario ‘open’, scritta con degarmo, è una gran bella apertura, si ritrova l’aggressività nelle chitarre, c’è un’atmosfera mistica molto tesa che si apre in un bel ritornello corale, bel pezzo. purtroppo si fa notare anche un altro mediocre lavoro di mix che spesso distorce sulle dinamiche più spinte.

‘desert dance’ è un altro dei “pezzi degarmo”, le chitarre tornano a graffiare e tate è scatenato, è un hard molto asciutto e ancora con toni mediorientali come ‘open’, trainato da un riff semplice ma efficace, per quanto smorzato dall’eccessiva compressione. segue il terzo pezzo con il vecchio amico, ‘falling behind’, ballata che sembra voler creare un ponte tra ‘promised land’ e ‘hear in the now frontier’; l’obiettivo è raggiunto, questo però vuol dire che il brano ha una bella strofa tesa e magnetica ma un ritornello piuttosto spompo e sempliciotto che smorza completamente il suo potenziale.

l’ultima canzone scritta con degarmo è ‘the art of life’, penultimo pezzo del disco in cui ancora si possono sentire nette suggestioni di ‘promised land’, una bella power ballad lenta e angosciante punteggiata dagli interventi di tate al sax che resta invece più indietro con la voce, tra i pezzi migliori del disco.


il resto è altalenante, ‘losing myself’ cerca con successo un ritornello leggero e solare ma ‘rhythm of hope’ o ‘blood’ sembrano non cercare nulla e trovare ancora meno. fa un po’ meglio ‘great divide’ con un buon ritornello ma nulla da raccontare ai nipoti mentre di tutt’altra pasta è ‘tribe’, pezzo scuro, nervoso e pesante che la voce di tate riesce a portare a livelli molto alti sia nella bella strofa percussiva che nello strano e apertissimo ritornello.


all’uscita la critica accolse bene ‘tribe’ vedendolo come un segno di rinascita. a quasi vent’anni dalla sua uscita potremmo dire che di tutti i dischi post-degarmo sembra il più sinceramente ispirato, almeno a livello di gruppo. la presenza del vecchio chitarrista non rivela tanto una voglia di ritorno al passato quanto un tentativo di ulteriore evoluzione e questo è solo un bene, purtroppo però quando c’è da tirare le somme i pezzi davvero belli di ‘tribe’ sono 3 o 4, troppo pochi perché si possa parlare di rinascita.

domenica 14 settembre 2025

queensryche, 'q2k'

 


di tutte le cattive idee che potevano venire a geoff tate e ai queensryche nel 1999, sostituire chris degarmo con kelly gray è probabilmente una delle peggiori. il chitarrista, amico di tate dai tempi dei myth, non solo è completamente anonimo come strumentista ma si allarga anche al mix del disco, invero una delle cose peggiori in uno dei capitoli più bui della storia del gruppo.

il suono è impastato, la batteria compressissima perde ogni dinamica, il basso è quasi irriconoscibile e la voce è sempre sempre sempre passata da un overdrive davvero fastidioso. suona un po’ tutto una merda.


a livello di composizione i queensryche sono evidentemente allo sbando, giustificato da tate come “sperimentazione” ma facilmente smascherabile già al primo pezzo, la sciapa ‘falling down’. restiamo in territori rock, con qualche leggera puntata nell’hard ma ‘q2k’ vorrebbe essere un disco radiofonico di canzoni semplici, purtroppo per i nostri amici c’è una linea neanche troppo sottile che divide il semplice dal banale.

per capire di cosa si parla basti ascoltare il meno peggio: ‘sacred ground’ ha qualche buono spunto melodico, ‘liquid sky’ delle armonie vocali che non sono male e nel mediocre piglio settantiano di ‘burning man’ si può almeno apprezzare un buon lavoro della sezione ritmica ma parliamo di briciole.

poi la sorpresa. ancora una volta, l’ultima, il pezzo che chiude l’album sembra scritto da un’altra band. ‘the right side of my mind’, gli unici 6 minuti che davvero vale la pena ascoltare di tutto ‘q2k’, una sorta di continuazione del discorso di ‘spool’, con un bellissimo ritornello e gli unici momenti di chitarra davvero validi di tutto il disco.


forse hanno avuto fretta di dimostrare di essere ancora vivi, magari con un po’ più di tempo sarebbero stati in grado di scrivere un altro paio di ‘right side of my mind’. chissà, è andata così e l’unico merito che si può dare a ‘q2k’, a parte la sua splendida chiusura, è di aver tenuto insieme il gruppo in un momento di crisi. visto com’è andata dopo, oggi qualcuno potrebbe chiedersi se ne valesse veramente la pena e non ci sarebbero moltissimi argomenti per dargli torto.

domenica 7 settembre 2025

nevermore, 'the obsidian conspiracy'

 



devono passare 5 anni prima che i nevermore tornino in studio per l’ultima volta. in questi 5 anni escono i dischi solisti di loomis e dane: il chitarrista annoia con un poco utile esercizio di stile chiamato ‘zero order phase’, va meglio a dane che lascia esplodere il suo lato più emozionale nel buon ‘praises to the war machine’, scritto e suonato insieme a peter wichers dei soilwork il quale porta un tocco svedese che non stona affatto con le melodie di dane; mancano i riff memorabili di loomis ma quelli mancano anche nel disco di loomis stesso per cui ‘praises’ come album ne esce decisamente meglio.

succede anche un live dei nevermore, il dvd e cd ‘the year of the voyager’, registrazione di un incendiario concerto a bochum in belgio che fa ben sperare sullo stato di salute del gruppo che snocciola classici uno dietro l’altro e devasta il pubblico per due ore.


grande attesa quindi per ‘the obsidian conspiracy’ che però arriva e si impone come disco meno interessante del gruppo dai tempi dell’esordio. sulla carta è tutto perfetto, andy sneap in regia di mix e il nuovo amico di dane peter wichers promosso a produttore dell’album. l’album vuole ritrovare l’equilibrio di ‘dead heart’, andando spesso a cercare la melodia efficace e mostrando un suono perfetto, tutto questo è evidente a partire dalla badilata in faccia di ‘termination proclamation’ ma c’è qualcos’altro, qualcosa non funziona. innanzitutto problemi in pre-produzione coi contrasti tra i membri (in genere dane-sheppard "contro" loomis-williams) che portano a una composizione frammentaria e con poca comunicazione, poi lo stesso intervento di wichers che vuole fortemente semplificare i brani, cosa che lo porta allo scontro aperto con loomis e all'abbandono del progetto prima della fine delle registrazioni.

inoltre dopo 25 anni la formula inizia a ripetersi: se questo si sentiva già in ‘this godless endeavour’ purtroppo però a ‘the obsidian conspiracy’ manca la verve di quel disco, suona come un mestiere senza ispirazione per gran parte della sua durata ed è un peccato anche per i momenti buoni che comunque non mancano. 

la già citata ‘termination proclamation’ non potrà competere con i classici del passato ma in 3 minuti soli riesce a mostrare una capacità di sintesi inaspettata e a distruggere comunque tutto sul suo breve cammino, ‘and the maiden spoke’ ha una strofa tritaossa che risolve purtroppo in un ritornello banalotto ma non brutto mentre la title-track posta in chiusura ne esce come il pezzo migliore del disco con una prestazione di gruppo incazzata e trascinante, seppur ancora una volta non paragonabile ai tempi d’oro.

ma per ogni pezzo buono ce ne sono almeno due che si dimenticano contestualmente all’ascolto: le banalità di ‘moonrise’ o ‘without morals’, ‘emptiness unobstructed’ che mostra la differenza tra “semplice” e “banale”, praticamente l’ombra di ‘the heart collector’, commento che si può copia-incollare per la tremenda ‘the blue marble and the new soul’; c’è qualche pezzo che va verso il dane solista ma non riesce a catturare in alcun modo, davvero troppa noia, si cerca una semplificazione alla ‘empire’ dei queensryche ma le canzoni non reggono e il progetto resta una buona idea con una realizzazione mediocre.


un disco che lascia l’amaro in bocca, soprattutto perché è l’addio di un gruppo che al suo apice ha saputo regalare musica di livello stellare con una disinvoltura che ha lasciato tutti a bocca aperta. seguirà un buon tour che si concluderà il 20 marzo 2011 con l’ultimo concerto dei nevermore, poi silenzio, dichiarazioni di litigi molto gravi che avrebbero compromesso le amicizie nel gruppo, un altro sciapo solista di loomis e poi il sipario che cala con la morte per infarto di warrel dane il 13 dicembre del 2017, in brasile dove stava registrando il suo secondo disco solista (il buon ‘shadow work’ pubblicato postumo nel ’18, un disco con forti rimandi a ‘politics of ecstasy’).

loomis, dopo un disco noioso col progetto ‘conquering dystopia’ e un altro sciapo solista (‘plains of oblivion’, poco meglio del primo), finisce a fare il gregario di lusso per gli arch enemy ormai alla frutta, williams partecipa al trascurabile progetto ashes of ares di matt barlow e gli altrettanto trascurabili ghost ship octavius (che rincorrono maldestramente il suono nevermore) mentre sheppard praticamente scompare, a causa anche della diagnosi del morbo di chron. della gloria che fu restano solo il ricordo e una manciata di dischi scolpiti nella storia dell’heavy metal ma quelli non ce li toglierà nessuno.