domenica 19 dicembre 2021

billie eilish, 'happier than ever'


non dev’essere facile essere billie eilish. a parte le ovvie battute su quanti soldi abbia oggi, è evidente che la cantautrice statunitense non è a proprio agio né con se stessa, né con la fama e questo ‘happier than ever’ è un’inquietante finestra sull’interiorità tormentata di una ragazza alle prese con stadi esauriti, stalker attorno a casa e aspettative gigantesche sulle spalle.


dopo il successo mondiale dell’album d’esordio, eilish tenta una strada un po’ diversa, puntando molto di più sull’aspetto cantautorale dei brani e mantenendo gli arrangiamenti un po’ più compassati e, mediamente, più sobri. 

‘happier than ever’ ha l’aria del disco di passaggio: i momenti dance/dubstep (‘oxytocin’, ‘nda’) sono ancora fantastici ma risultano quasi fuori contesto in un album che vuole suonare più organico, a partire dalle varie ballad in cui la voce di billie gioca con toni soul d’annata o con inflessioni da crooner. 

i momenti migliori del disco sono quelli che sanno giocare con questa dicotomia: ‘goldwing’, ad esempio, inizia con un corale di holst ispirato ad antichi testi indiani, poi si getta in una scarna danza scazzata con tanto di ‘na na na’ per ritornello; l’apertura con ‘getting older’ è affascinante, in bilico tra synth elaborati, melodie beatlesiane e cadenze da cantautorato seventies, un contrasto mantenuto anche nella bella ‘i didn’t change my number’ in cui un beat ossessivo si incastra con un organetto vintage per fare da base alle melodie di eilish, prima che un synth marcio divori la canzone nel finale.


se si può muovere una critica è che il disco si adagia un po’ troppo su ritmi morbidi, risultando a tratti un po’ pesante nonostante la qualità delle composizioni non cali quasi mai. di certo quando dopo la desolante ‘my future’ deflagra il party depravato di ‘oxytocin’ la voglia di muovere il culo trova uno sfogo degno di nota con un pezzo semplicemente perfetto, sulla scia di altri pezzi da 90 come ‘bury a friend’.

‘halley’s comet’ sembra quasi costruita sul giro armonico di ‘can’t help falling in love’ di elvis e ha un po’ di quell’epicità soffusa a sostenerla, è una delle belle ballate che si addensano un po’ troppo nella seconda metà del disco: questa, ’lost cause’, la spettrale e inquietante ’not my responsibility’ (in cui i fantasmi prendono la forma concreta di uno spoken word spietato), ‘everybody dies’, tutte belle canzoni ma forse la tracklist poteva essere bilanciata meglio, qualche taglio avrebbe giovato.

per fortuna sul finale ci si riprende con le bordate di suono digitale di ’nda’ e il pop urbano e sleazy di ‘therefore i am’ ma la vera sorpresa è ‘happier than ever’, prima ballata desolante, poi esplosione rock assordante inedita nel repertorio della giovane eilish, un momento di intensità notevole e uno degli apici del disco, appena prima che la delicata ‘male fantasy’ chiuda con una chitarra acustica e un’altra ottima prova di billie alla voce. sperando che lo stile sussurrato del canto non si trasformi da peculiarità a prigione, è sicuramente apprezzabile una buona crescita nelle capacità di interpretazione di eilish.


‘happier than ever’, pur essendo un tantino logorroico a tratti, è la riprova della capacità di billie eilish di scrivere bellissime melodie, unita alle idee di arrangiamento di finneas e alle sue capacità digitali formano una squadra che, vista anche l’età, continua a promettere grandi cose ma nel frattempo porta a casa risultati eccellenti. 

lunedì 13 dicembre 2021

portrayal of guilt, 'christfucker'


ormai è da qualche anno che tengo d’occhio i portrayal of guilt, trio texano che ha già raggiunto ottimi risultati con ‘let pain be your guide’ del 2018 o ‘we are always alone’ di gennaio 2021.

due dischi in un anno quindi, visto che ora tornano con ‘christfucker’, un album ancora più maturo e ancora più devastante che mette in luce un ventaglio di influenze inaspettato e una creatività inedita per il progetto. se infatti in passato il gruppo stava in equilibrio tra hardcore, grind e momenti screamo, qui il buio si fa impenetrabile un po’ alla maniera dei full of hell e allo stesso modo si frullano grind, black, hardcore, industrial ed echi “post” desolanti, portando spesso (e volentieri) la mente ai capolavori dei today is the day.

è un disco senza compromessi che, pur non cambiando le carte in tavola per nessuno dei generi citati, si fa notare per un’intensità fuori dal normale e per un lavoro di chitarra decisamente più fantasioso e creativo della media dei gruppi estremi. volendo trovare un difetto bisogna dire che il mix non è dei migliori e un lavoro più curato (soprattutto sulla batteria) avrebbe fatto rendere ancora di più i brani; poi intendiamoci, non è musica che deve suonare cristallina e pop per cui il suo sporco (sporchissimo) lavoro lo fa eccome, forse però si poteva fare ancora di più, ecco.


c’è una vena breach che anima pezzi come ‘fall from grace’ o ‘dirge’, la quale in soli due minuti e mezzo riesce a travolgere sia a livello fisico che psicologico, soprattutto nel finale che strizza entrambi gli occhi a steve austin.

le derive noise di ‘bed of ash’ risultano molto più genuine e disturbanti di buona parte del materiale passato del gruppo, un incubo deforme e nero come il vuoto, mentre ‘the crucifixion’ sembra tirare una linea dai rites of spring fino ai giorni screamo della band, iniettando i brandelli di hardcore con una cattiveria tutta metal, un po’ come riuscivano a fare i migliori zao ma andando infine a schiantarsi contro una destrutturazione totale.

sul finale arriva ‘…where the suffering never ends’ che nei suoi tre minuti e quaranta tenta una scombinata forma canzone, obliterata dal crescendo di distorsione e feedback che la tronca brutalmente nel finale, prima che ‘possession’ riassuma in modo perfetto l’intero disco con dinamiche drammatiche e un break centrale pesanterrimo che finisce col chiudere il disco ringhiando e sbavando.


non è un disco rivoluzionario ‘christfucker’, già dal (bellissimo) titolo. eppure riesce a distinguersi dalla media per una sincerità di fondo, una genuina voglia di disturbare e destabilizzare l’ascoltatore in vari modi che, pur non essendo certo nuovi, riescono ogni volta ad arrivare dritti sulle ginocchia dell’ascoltatore per tutti i 28 minuti del disco.

in mezzo a tante sceneggiate e pagliacciate, i portrayal of guilt si distinguono dal branco per intensità, riferimenti e capacità di colpire sui denti, bravi bravi e ancora bravi.

giovedì 18 novembre 2021

the knife, 'silent shout'


i miracoli, si sa, possono capitare. il problema talvolta sta nel saperli vedere e riconoscere, anche dove non ce li si aspetta.

karin e olof dreijer, cresciuti insieme nel nome della musica, hanno 25 e 20 anni quando nel 2001 pubblicano il primo disco, ‘the knife’, mostrando già una creatività fuori dagli schemi ma anche ingenuità nella costruzione dei brani che risultano un po’ come dei bozzetti preparativi. 

nonostante questo, le idee dei due fratelli, l’inventiva timbrica di olof e (soprattutto) l’inimitabile carattere della voce di karin mostrano come il duo sia una fucina di idee e potenziale ancora inespresso: va infatti molto meglio con ‘deep cuts’, una festa revival synth-pop, techno e big beat che spopola nelle piste di tutta europa, grazie soprattutto all’incredibile singolo ‘heartbeats’ che apriva il disco.

poi, il miracolo. nel 2006 i the knife escono con ’silent shout’ e tutto il mondo musicale si accorge di loro. non solo tutti ne parlano ma tutti ne parlano come un capolavoro destinato a marchiare un periodo musicale in cui il revival onanistico sembra aver preso il controllo del pianeta.


il miracolo di ‘silent shout’ è multiforme e si presenta con varie facce. la prima e più evidente sta nella capacità del duo di rielaborare completamente il materiale d’ispirazione: gli elementi non sono poi così cambiati, synth-pop, techno, texture ambient e noise, tutto questo però è ridotto a semplice input di partenza per essere rielaborato e fuso con il resto nell’estetica del gruppo che qui finalmente trova focus e sfogo.

il secondo punto da analizzare riguarda la crescita della musica elettronica dalla fine degli anni ’80 a oggi. fin dall’inizio la voce ha giocato un suo ruolo, con sample, manipolazioni e tracce create ad hoc; l’estetica che si è venuta a creare nei primi anni ’90 però è di fatto rimasta pressoché invariata, proponendo raramente un uso alternativo della voce e ancor più raramente un uso funzionale (e funzionante), si può pensare a certi daft punk che però non hanno mai caricato la voce di reali contenuti. in ‘silent shout’ la voce di karin diventa parte integrante delle texture, viene effettata con pitch-shfter, distorsione, exciter e modulazioni tra le più disparate, a volte per esaltare determinati tratti del suo timbro (‘na na na’, ‘the captain’), altre volte per renderlo mostruoso ed irriconoscibile (‘silent shout’) ma sempre con lo sguardo sull’insieme dei brani.


altri due punti fondamentali riguardano le canzoni stesse.

innanzitutto è da rimarcare come i dreijer riempiano di contenuti i propri pezzi e testi. di elettronica che parla di serate a ibiza, estati infinite, amori effimeri e the rhythm is magic ne abbiamo sentita tanta. anzi, ne abbiamo sentita veramente troppa. i testi di ‘silent shout’ vanno dalle oscurità ambigue della title-track (secondo alcune interpretazioni parla di un cambio di sesso, per altri è ispirata alla serie di fumetti ‘black hole’ in cui una malattia ha effetti diversi su varie persone in un gruppo di amici) alla toccante e desolante descrizione della devastazione psicologica da alzheimer (‘marble house’), dall’ambientalismo di ‘we share our mothers health’ alla violenza domestica di ‘one hit’ e ‘na na na’ al precario equilibrio di ‘like a pen’ tra sessualità e performance artistica, presentando un ventaglio di riflessioni, invettive silenziose e analisi sempre profonde e dal tocco sarcastico.

come ultimo punto ci tengo ad evidenziare come le canzoni abbiano sempre uno spiccato senso narrativo che evita abilmente la trappola dei “bozzetti sonori”: hanno sempre un inizio, uno svolgimento ed una fine ben chiari e la loro singola caratterizzazione porta il disco verso una forma decisamente più pop che elettronica, nonostante la musica dica il contrario.


se tutto questo non dovesse bastare, ci sono le canzoni.

‘silent shout’ da sola basterebbe per ricordare il disco, la perfezione messa in forma sintetica ed architettata minuziosamente in ogni dettaglio. lascia meravigliati la semplicità dell’idea: un basso ripetuto all’infinito, pochi elementi ritmici ma con una forza primitiva, un arpeggiatore inarrestabile in continua evoluzione e la desolante interpretazione vocale di karin, sfigurata ai limiti della mostruosità. un crescendo che lascia senza fiato e viene istantaneamente riconosciuto dal mondo come una delle migliori canzoni elettroniche mai composte.

sarebbe un errore pensare che il resto sia da meno: gli intrecci melo-ritmici di ‘neverland’ (la più vicina ai suoni di ‘deep cuts’), ‘we share our mothers health’ o ‘like a pen’ si concretizzano in danze aliene che vi impediranno fisicamente di stare fermi mentre karin muta timbro e intensità per ogni pezzo, il fascino nordico per la dilatazione fa di ‘the captain’, ‘na na na’ e ‘from off to on’ delle gemme lirico-ambientali che avvolgono e incantano (rappresentando perfettamente in ‘from off to on’ il torpore dell’alienazione da tv). l’intensità di ‘marble house’ poi è al limite del sostenibile, amplificata da un arrangiamento scurissimo e oppressivo che gioca anche con tocchi glitch attorno alla toccante melodia delle voci (ospite jay-jay johanson a cantare con karin).


discorso a parte dovuto per altri due brani fuori scala come ‘forest families’ e ‘one hit’. la prima si riavvicina timbricamente alla title-track con un arpeggiatore impazzito che quasi da solo trascina la parte strumentale mentre karin, in una delle sue interpretazioni più “pulite”, racconta una storia complessa fatta di contrasti tra città e boschi, tra bambini e adulti, tra maschi e femmine senza mai cadere nella retorica e mettendo in fila una serie di melodie indimenticabili. ‘one hit’ invece colpisce duro e si prende gioco dell’ascoltatore casuale che si lascerà sicuramente trasportare dal divertentissimo ritmo in terzine e dalla grottesca interpretazione vocale, ritrovandosi a cantare a squarciagola ‘how how how how, hoo hoo hoo hoo’ senza rendersi conto che il testo è un agghiacciante riflessione sulla violenza famigliare contro le donne dai toni velenosamente sarcastici, un contrasto forzato che per concetto ricorda i migliori depeche mode.

‘still light’ chiude il disco nel nome della rarefazione, con un testo che può raccontare di un risveglio da coma, di un tentativo di suicidio o della desolazione dell’inverno nordico, lasciando ancora una volta un messaggio fatto di contrasti e contraddizioni, di veglia e sonno, di gelo e calore umano.


sono tanti i motivi per cui ‘silent shout’ è un miracolo e criticamente si possono dissezionare a uno a uno, cercando il genio nel particolare ma rischiando di perdersi il punto più grosso di tutti: questo disco riesce ad emozionare e coinvolgere come ben poca elettronica sa fare ed ogni volta che vorrete affondarci i denti un po’ più in profondità, troverete sempre qualcosa che vi soddisferà, qualcosa che non avevate mai notato prima, un suono nuovo, una nuova luce sui testi. più o meno come succede con tutti i grandi dischi della storia, categoria alla quale ‘silent shout’ appartiene senza alcun dubbio.

lunedì 8 novembre 2021

low, 'hey what'

tornano i low a 3 anni di distanza da un disco che ha spezzato le gambe un po’ a tutti, quel ‘double negative’ che è stato incensato a ragione dalla critica tutta ma che per molti è stato ostico da digerire, con la sua costante tendenza ad un’atonalità aliena fatta di frammenti di suono sparsi nel vuoto.

la devastazione sonora (attivamente distruttiva) di quel disco lascia ora il posto alla contemplazione di fantasmi e riverberi di un passato che va ben oltre quello della band stessa, come testimoniato dalle inflessioni country/west coast che ogni tanto animano le armonie vocali.

i low prendono le idee del disco precedente e le riportano sulla terra in una versione più umana; semplificata, potrebbe dire qualche lingua velenosa, ma si sbaglierebbe: ‘hey what’ non è un disco semplice, neanche nei suoi momenti più immediati, è piuttosto un ritorno alla visceralità delle emozioni e ad una consequenzialità un poco più canonica della musica. 


prendiamo come esempio ‘white horses’, posta in apertura: il pezzo sfoggia melodie perfette, esaltate dall’intreccio tra le due voci, su un tappeto digitale fatto di distorsioni che avvolgono completamente l’ascoltatore in un’esperienza che va ben oltre il mero livello uditivo. c’è un continuo ondeggiare di suoni per tutto il disco, suoni distorti, alieni, ora inquietanti, ora avvolgenti, arrangiamenti minimali che sembrano provenire dal futuro ma che le voci riportano spesso e volentieri ad un passato fatto di country, americana e west coast, come in ‘disappearing’, un brano mozzafiato che sembra attingere da una certa epica di neil young. il gioco con timbri, compressioni e stratificazioni è stupefacente e arriva dritto all’anima, al contrario dell’algida cerebralità (che non è un insulto) di ‘double negative’.

‘hey’ è un altro piccolo miracolo, un pezzo in cui in un tappeto ambientale sintetico si possono sentire la rarefazione dei talk talk, il gelo di certa elettronica o jazz nordici e pure qualche ombra di kate bush, specialmente nel gusto melodico dal fondo 80s. che dire poi di ‘days like these’, la melodia da sola potrebbe reggere il pezzo, in più c’è un arrangiamento fatto di saturazioni animali, suoni che sono un pugno allo stomaco e addirittura una chitarra solitaria che sembra quasi una parodia, sempre rigorosamente senza alcun tipo di percussioni. 

discorso simile per ‘more’ che in soli due minuti riesce a riassumere un po’ tutto l’album, prima di versarsi in ‘the price you pay’, colpo di coda finale, inzuppato in un emozionalità mai melensa o scontata, cresce fino a diventare quasi un pezzo rock (con una vena depeche mode), con addirittura l’unica batteria di tutto il disco a dare ulteriore profondità all’ultimo crescendo che vi strapperà definitivamente l’anima.


se bisogna puntare il dito su un difetto, posso dirvi che il packaging non è certo dei più lussuosi: un digipack gatefold con il cd in una busta con titoli e credits, senza testi o altre immagini, decisamente un po’ poco per un disco così profondo e ricercato.

se non si fosse capito, siamo di fronte a un altro disco pazzesco. i low riescono ad imparare da se stessi e a riportare le idee di ‘double negative’ ad un livello più umano, aiutati in questo da un’ispirazione evidentemente ancora a livelli altissimi che permette al duo di scrivere melodie memorabili su cui basare i brani. 

che possano continuare per sempre.

martedì 19 ottobre 2021

novembre, 'novembrine waltz'

nel 2001 il metal andava forte. in quello specifico anno è uscita una quantità di dischi spettacolari che ancora oggi stupisce: ‘blackwater park’, ‘last fair deal gone down’, ‘the dreadful hours’, ’a sun that never sets’, ‘the sham mirrors’, ‘light of day, day of darkness’, ‘mutter’, ‘poets and madmen’, ‘the director’s cut’, ‘iowa’, ‘kollapse’ ’jane doe’, ‘a fine day to exit’ (se vogliamo metterlo nel metal…) e potrei continuare ma mi fermo qui. il punto di questo elenco è che ‘novembrine waltz’ non sfigura in alcun modo in questa lista internazionale, se poi ci aggiungiamo che la concorrenza in italia in quel momento erano i rhapsody… lasciamo perdere, dai.

dopo le bordate doom/death di classica, i novembre cercano un nuovo equilibrio e nel farlo riescono in un miracolo musicale. ‘novembrine waltz’ non è solo uno dei migliori album metal che l’italia abbia mai prodotto, è un disco che potrebbe insegnare tanto anche in giro per il mondo in termini di creatività e coraggio.


carmelo orlando, chitarrista, cantante e produttore del disco, resta l’autore principale della musica e dei testi, con contributi di massimiliano pagliuso che ha lasciato il gruppo ma ha registrato parte delle chitarre e scritto ‘come pierrot’; giuseppe orlando resta saldo alla batteria, fabio sanges alle tastiere e ann-mari edvardsen dei the third and the mortal compare alla voce nella cover di ‘cloudbusting’ di kate bush.

il disco è registrato ancora una volta da giuseppe ai suoi outer sound studios di roma, poi mix in francia e mastering finale in germania per un risultato potente, cristallino e avvolgente.


opeth e katatonia restano un punto fisso tra le ispirazioni e qui l’influenza (soprattutto dei secondi) si fa più presente che nei dischi precedenti: smussando le asperità doom/death e dimenticando quasi completamente il black, i novembre si danno a un progressive metal elaborato, rifinito ed elegante in cui le strutture dei pezzi si fanno più complesse e il gusto melodico dei due orlando complementa alla perfezione le bordate metal.

praticamente carmelo ha creato un campo di gioco in cui vale tutto ed è riuscito a dargli coesione e coerenza tramite una composizione attenta e meticolosa che fagocita e rielabora dal death metal alla classica con molte infiltrazioni di tradizione italiana, come vedremo a breve.


‘distances’ è un’ottima opener ma, a conti fatti, non è tra i migliori pezzi del disco, pur facendosi notare per uno special in cui i my dying bride incontrano il lago dei cigni in maniera commovente. i veri miracoli iniziano con ‘everasia’, 8 minuti e mezzo in cui un metal molto aperto (lo shoegaze è una grande passione di carmelo) si fa ora più duro, ora più arioso, fino a un geniale stacco in cui ‘funiculì funiculà’ diventa metal per raccontare di viaggi in terre lontane, sia in inglese che in italiano. i contrappunti ritmici di giuseppe sono molto più precisi e sempre più fantasiosi, sebbene il suo strumento sia quello che più di tutti riconduce la musica a un linguaggio metal, mentre le chitarre si stratificano a creare melodie bellissime, sostenute dal basso (un po’ segnaposto invero) di demian cristiani.

non sono assolutamente da meno né ‘come pierrot’ né ‘child of the twilight’: la prima (scritta da pagliuso) incanta con un 6/8 ondeggiante, tocchi di pianoforte e splendide chitarre che si fanno puro death metal decadente in uno special da manuale mentre la seconda si apre con una malinconica radura acustica, si finge progressive rock (anticipando certe cose di ‘materia’) per poi buttarsi a capofitto in un’accelerazione letale che travolge sia a livello fisico che emotivo. di nuovo i testi di entrambi i brani usano anche versi e strofe in italiano, a voler rimarcare la volontà del gruppo di portare questa musica nel loro territorio.

buona la cover di ‘cloudbusting’ di kate bush ma non aggiunge nulla a un originale imbattibile mentre ‘flower’ fa il paio con ‘distances’, un gran bel pezzo che però si trova in un disco di gioielli, come ad esempio la successiva ‘valentine (almost an instrumental)’, il cui titolo parla da solo: due brevi strofe acustiche sono incastrate in un flusso di sette minuti e mezzo in cui la forma canzone sparisce e ci si ritrova ad assistere a deliziosi quadretti autunnali in cui le chitarre passano da arpeggi aperti a riff serrati mentre la batteria fa il buono e cattivo tempo, una grande quantità di idee ma perfettamente coese e consequenziali, lontane da un collage di parti.

la doppietta finale è maestosa. ‘venezia dismal’ si tinge di psichedelia e si mantiene lontana da strutture standard ma quando mostra i denti rispolvera anche echi black, sempre con un’intensità che porta la mente al grigiore di un autunno nordico; infine ‘conservatory resonance’ chiude i giochi tornando al doom di ‘classica’ con la maestosità dei my dying bride, mettendo in scena un valzer-metal che si muove per variazioni distorte fino a sciogliersi nella pioggia, mentre nell’aria riecheggia il ‘va pensiero’.


carmelo mostra una netta maturazione sia come chitarrista che come cantante e altrettanto fa giuseppe come batterista, sebbene a tratti risulti ancora un po’ troppo metal per certi arrangiamenti che forse avrebbero richiesto un pelo in più di finezza rispetto alla doppia cassa a elicottero ma tant’è. 

‘novembrine waltz’ è indubbiamente uno dei migliori album metal che l’italia abbia mai prodotto, riesce a leggere un momento molto preciso della storia del genere (nel 2001 uscivano anche ‘blackwater park’ e ‘last fair deal gone down’ e i tre gruppi partiranno per un tour che toccherà anche il transilvania live di milano con un indimenticabile concerto nella nebbia meneghina) e a fonderlo con il linguaggio locale, sia a livello musicale che lirico, creando di fatto un episodio unico e irripetibile.

i dischi prima sono bellissimi, quelli dopo sono sempre validi ma ‘novembrine waltz’ è un disco indimenticabile capace di portare l’ascoltatore in giro per un mondo autunnale e coloratissimo, un capitolo irrinunciabile della storia del metal italiano.




lunedì 18 ottobre 2021

franco cerri, 1926-2021


lezione di musica di insieme, classe di 8 allievi e un solo insegnante: franco cerri.

vuole farci suonare un pezzo ma prima vuole farcelo sentire per cui ha portato un cd e chiede al sottoscritto di metterlo nello stereo della classe. premo play, franco mi guarda, “non è questa, prova la seconda”, vado avanti, non è neanche quella, arriviamo alla fine del cd e la canzone non c’è. cerri mi guarda e dopo un attimo di pausa mi dice “allora devo aver sbagliato cd. sono proprio un povero stronzo!”. aveva 91 anni.


è una cazzata ma per me riflette perfettamente il franco cerri che ho conosciuto, stimato e ammirato, quello che a 85 anni ancora saliva sul treno da solo, chitarra in spalla, per andare a fare i concerti, una delle persone più umili, disponibili e umane che abbia mai avuto il piacere di conoscere, ancora prima che uno dei più grandi chitarristi che questo paese abbia mai avuto. 

il musicista era come l’uomo: mai sopra le righe, sempre al servizio della canzone, sempre pronto a prendere una melodia immortale e farla sua con arrangiamenti sobri e una classe che noi che veramente siamo dei poveri stronzi ci sogniamo la notte.

insegnava un linguaggio semplice (che non vuol dire facile) fatto di suono e di stile, non andavi nella sua classe per fare il funambolo: in mezzo a brani fatti di assoli a turno metteva sempre pezzi di un paio di minuti con una semplice melodia cantata dalla sua chitarra, “perché gli assoli stufano dopo un po’”. ogni volta che in classe prendeva in mano la chitarra all’improvviso non volava una mosca e tutti gli occhi erano puntati alle sue mani. in mezzo a gente che si fa chiamare “maestro” senza alcun diritto, quando qualcuno l’ha chiamato così l’ho sentito rispondere “ma io mi chiamo franco, non sono maestro di niente”.


riposo meritato ma fa veramente male sapere che al mondo non c’è più una persona così speciale.

grazie. 

mercoledì 15 settembre 2021

tropical fuck storm, 'deep states'


arrivati al terzo disco, i tropical fuck storm consolidano la loro originale formula trovando una sintesi tra la (quasi) forma canzone dell’esordio e le asperità sperimentali di ‘braindrops’.
‘deep states’ non cerca nuove strade ma riesce a distinguersi dai due dischi precedenti sfruttando molto di più la band che in passato: liddiard più di una volta fa un passo indietro per lasciare le lead alle due voci femminili, i cori si moltiplicano e i contributi di seconda chitarra e (soprattutto) basso sono molto più rilevanti, oltre alla solita dose di tastiere cheap sparse per i pezzi.

ciò che ancora una volta fa la fortuna del disco è la qualità delle composizioni, perfettamente bilanciate fra tensioni nevrotiche e avvolgenti aperture melodiche in cui il contrasto timbrico fra le voci viene in primo piano per creare un gioco di chiaroscuri perfetto per esprimere al meglio i torrenziali testi di liddiard.


restano le ritmiche scheletriche, le linee di chitarra spezzettate e dissonanti, i testi sarcastici e taglienti e uno spirito anarchico che aleggia su tutto l’album, a partire dalla caotica apertura di ‘the greatest story ever told’ (che purtroppo non è una cover dei grateful dead), che tratta un ipotetico ritorno in terra di cristo da una prospettiva curiosa.

stupisce e ammalia la vena soul della bellissima ‘blue beam baby’ così come il crescendo tra sci-fi, industrial e stooges di ‘suburbiopia’, affidata alla voce di fiona kitschin (mentre quella di erica dunn racconta la desolazione interstellare di ‘new romeo agent’). ‘the bad news channel’s on a fucking roll/ i’m feeling useless as a missing remote/ control is an optic illusion’, ‘bumma sanger’ è uno dei momenti in cui il disco mostra di essere anche figlio dei lockdown, del covid e di tutto il 2020 con un testo delirante fatto di ossessioni, tv e noia esistenziale, sorretto da una base tanto elaborata quanto semplice. ‘the donkey’ invece riporta alle atmosfere teatrali e drammatiche di ‘braindrops’ con un lungo crescendo lento e straziante e un’elucubrazione sull’estinzione umana.

‘reporting of a failed campaign’ è molto interessante nella sua struttura che adatta continuamente la musica al bellissimo testo di liddiard sull’arroganza e i giochi dei grandi potenti, augurandogli di distruggersi a vicenda in un mexican standoff internazionale.

in chiusura ‘legal ghost’ colpisce allo stomaco con un testo amaro e un arrangiamento leggero che ha quasi del chamber rock, un pezzo grigio e alienato che porta a una strana conclusione con ‘the confinement of the quarks’, esperimento più vicino a una colonna sonora sci-fi che alla musica del gruppo, una sorta di epilogo strumentale che poco aggiunge ma nulla toglie a un disco fenomenale.


i quattro australiani sono stati in grado di mettere in fila tre dischi incredibili, ognuno con le sue peculiarità nonostante il suono del gruppo sia talmente marcato (e marcante) da non lasciare grande spazio in termini di versatilità. insomma, un po’ alla maniera del blues o dei cantautori, i tropical fuck storm fanno questo e lo fanno da paura, se quello che conta nell’arte sono originalità e carattere, allora liddiard e compagne hanno ben pochi rivali tra i nuovi gruppi rock.