martedì 13 gennaio 2026

green carnation, 'light of day, day of darkness'

 

 

alcuni album, nel bene o nel male, sono episodi unici e irripetibili, non solo per la “mera” prestazione e/o ispirazione dei musicisti ma anche per le circostanze che li hanno generati. penso a “the wall” o “sign ‘o’ the times”, certo, ma anche a “st.anger” o “cold lake”, come dicevo: nel bene o nel male.
“light of day, day of darkness” rientra a pieno in questa categoria: uscito nel 2001, il secondo album dei green carnation è la reazione di terje vik schei (tchort, fondatore della band) alla morte della giovane figlia e alla nascita di un nuovo figlio.

un attimo di storia per capire meglio il contesto.
tchort fonda la band nel 1990 con i fratelli botteri, poi però passa negli emperor e la band si scioglie, così i due fratelli si uniscono al batterista anders kobro per fondare gli …in the woods, portabandiera norvegesi di un metal psichedelico e floydiano.
nel 1999 il gruppo si riunisce e registra l’esordio “journey to the end of the night” senza un cantante stabile, una sorta di ponte dal mondo astratto degli …in the woods verso una musica che ritrova il metal, soprattutto doom ma con un approccio che non perde certo di vista il black.
poi di nuovo fuori i botteri e finalmente arriva kjetil nordhus, la meravigliosa voce che da qui in avanti sarà marchio di fabbrica della musica dei green carnation. si uniscono inoltre il bassista stein roger sordal (fondamentale per i tre album successivi) e il chitarrista bjørn harstad.

quale modo migliore di presentare la nuova band se non con una canzone unica, non divisa in parti e della durata di 60 minuti esatti?
di alcuni dischi si dice, a volte a sproposito, che siano dei viaggi. beh, un ascolto completo (e in cuffia) di “loddod" vi porterà in posti incredibili. dall’eterea introduzione al dolce cullarsi delle prime melodie fino ai momenti più duri, non c’è un momento del disco che non sia narrativo ed evocativo, con un velo cinematografico che però sa più di diapositive personali che non di un vero e proprio film.
dal disco successivo il gruppo si toglierà tutto il cuoio e le borchie ma qui ci sono ancora momenti di puro doom soffocante e scurissimo così come gelidi riff in puro black metal tremolo sostenuti dalla doppia cassa a elicottero, in pratica mancano solo vocalizzi estremi: non c’è growl né scream, mai stati tra i colori di nordhus che invece colora tutto con il suo profondo timbro baritonale, lontanissimo dagli acutazzi del metal classico e intriso di un’emotività che rapisce fin dal primo istante.
gli arrangiamenti sono curati e cangianti al punto giusto, si riescono ad usare gli archi in modo non (troppo) pacchiano e in pochi mirati momenti, due cori (uno di adulti, uno di bambini) non invadono mai la scena e vengono utilizzati solo in un paio di sezioni, spettacolare l’uso di sax e voce femminile nell’oasi onirica prima della ripresa finale e da citare anche il sapiente uso di tastiere e hammond da parte di endre kirkesola, produttore dell’intero album e arrangiatore di cori e archi.

progressive più per struttura che per contenuto delle sezioni, in “loddod” non troverete vertiginosi assolo, tempi dispari pazzi (è praticamente tutto in 4/4), armonie contorte da musica classica o aperture jazz, se dobbiamo dargli un genere diciamo che siamo attorno a un gothic-doom metal con venature black, molto molto nordico. 
le sezioni scorrono in maniera fluida con pochissimi cambi repentini e nessuno strumento spicca in particolare, se non (per ragioni puramente legate alla natura dello strumento) la monolitica batteria di anders kobro che trascina l’intera band nei momenti più metal.

non è un album che ha cambiato la storia della musica e non è privo di imperfezioni (principalmente un mix un po’ troppo plasticoso) ma “light of day, day of darkness” è un’opera eccezionale, picco creativo di una band che non tenterà mai di ripetersi in questo modo, come dimostrano i due dischi di hard rock settantiano che seguono.
disco emotivo come pochi altri, vi richiede attenzione per un’ora intera ma se riuscirete a connettervi con lui vi assicuro che non lo dimenticherete mai, un’esperienza da fare almeno una volta nella vita.