mercoledì 26 ottobre 2011

pain of salvation, "road salt one/two"




il grande motore della musica moderna (ovvero da metà '50) a oggi è il movimento, inteso come tensione inarrestabile a qualcosa di diverso, il non voler rimanere mai nello stesso posto. ci sono delle eccezioni (poche) ma ciò che ha fatto sì che oggi siamo ancora qui a parlare di musica pop (in senso lato, dal beat al grindcore) è la tendenza dei grandi artisti a volersi discostare da ciò che già esiste. questo daniel gildenlow l'aveva già capito ai tempi di "one hour by the concrete lake", secondo splendido parto dello svedese coi suoi pain of salvation, e non ha mai perso di vista questo concetto fondamentale.

"road salt" sono due dischi, uno bianco e uno nero, "ivory" ed "ebony", che hanno già spaccato in due le schiere di fan del gruppo per vari motivi. il primo e più evidente è il nuovo suono adottato dalla band: secco, asciuttissimo, frontale e molto live, un tentativo ben congegnato di avvicinarsi al suono organico e vivo degli anni '70. il secondo, almeno nel caso del primo disco, "ivory", è la tendenza ad allontanarsi dagli abissi di disperazione che resero canzoni come "ashes" o "undertow" dei veri e propri inni per chi, depresso dalla superficialità e inutilità della stragrande maggioranza del rock moderno, ha trovato in questi individui una nuova speranza.

"ivory"

il primo dei due dischi si apre con un overture chiamata "what she means to me", evidente tributo ai queen (eew) più corali, prima di esplodere con "no way" e già qui si possono identificare alcune delle coordinate che segue il disco intero: hard rock settantiano, melodie dirette ma mai banali e improvvisi cambi di dinamica che, se non spiazzano più tanto come potevano fare un tempo, sicuramente fanno il loro effetto.

"ivory" è un disco molto meno oppressivo dei capolavori passati, strizza più l'occhio alle parti jam che facevano vibrare un pezzo come "dea pecuniae" da "be" o alle durezze dell'ingiustamente bistrattato "scarsick"; questo è evidente in pezzi come "she likes to hide" o "tell me you don't know", con le loro tendenze blues rock e l'andamento seduto.
anche quando i pezzi si fanno più cupi come in "darkness of mine" o la splendida "where it hurts" (accompagnata anche da un bellissimo video) i suoni restano asciutti e diretti, mantenendo l'impatto emotivo e sonoro in primo piano e donando al tutto una crudezza che ai primi ascolti può spiazzare non poco.
poi lo sconfinato talento melodico di gildenlow regala due perle come "sisters" e "road salt", già diventate dei classici tra i fan, che vedono il cantante esibirsi in una prova canora a dir poco strabiliante.
curiosa "sleeping under the stars" col suo andamento traballante e delle quintine che tanto sanno di frank zappa e bellissimo l'intermezzo vocale di "of dust" ma si potrebbero citare tutte.

"ebony"

il secondo capitolo torna invece a proporre dei pain of salvation più riconoscibili, anche se comunque ancora in salsa settantiana. così, dopo la breve overture strumentale di "road salt theme", "soflty she cries" esplode in un riff ribassato che conduce ad un ritornello pos al 100%, prima di lanciare l'assalto deep purple-iano chiamato "conditioned", un pezzo che non sfigurerebbe nella discografia dei kula shaker, per intenderci.
rispetto ad "ivory" da qui in poi si nota un netto scurirsi delle atmosfere, a partire dalla toccante "healing now" coi suoi strati di chitarre varie, passando dai black sabbath di "eleven" e dalla durissima "mortar grind", avvolta in un profumo di "perfect element" che farà felici tutti i fan che ancora restano fedeli al gruppo.

ciò non toglie che anche "ebony" sia un disco fortemente eclettico e marchiato a fuoco da gildenlow in ogni nota: le melodie di "to the shoreline", la jam di "eleven" o la delicatezza di "1979" o "through the distance" (entrambe per altro caratterizzate da un'interpretazione vocale a dir poco strepitosa) non potrebbero essere state scritte da nessun'altro. e dopo la conclusione di "the physics of gridlock", lunga cavalcata verso la fine, rimangono solo un pugno di pensieri vaganti e la bellissima sensazione di aver compiuto un percorso assieme a un gruppo che resta tra i più creativi e vitali in circolazione.

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