lunedì 22 agosto 2011

queensryche, "american soldier"



punto uno: il concept.
"american soldier", come suggerisce il titolo, si basa sulla figura dei soldati americani. geoff tate ha passato anni a girare l'america e raccogliere interviste ai reduci delle varie guerre americane, dal vietnam al kosovo passando per le due guerre in iraq, cercando di estrapolare tutti i punti in comune che questi racconti potessero avere. ogni storia viene analizzata, scomposta e ricomposta con il lirismo del tate più asciutto e diretto, visto recentemente all'opera in "operation: mindcrime II" e ciò che ne esce è una sequenza di ritatti toccanti e veramente emozionanti, pur senza essere sdolcinati o banalmente partiottici. quello che ci si trova davanti agli occhi non è un disco che cerchi di giustificare alcuna guerra, anzi, mette in mostra tutti gli errori commessi dagli usa nelle loro crociate e soprattutto quello che hanno dovuto passare i soldati coinvolti in queste follie.
e dei soldati è il punto di vista dei testi, tutti scritti in prima persona, spesso intermezzati a spezzoni audio delle interviste stesse.
un concept solido e ben sviluppato che trae vita da decine di storie diverse e le mescola per mostrarci come, alla fine, ogni guerra sia sempre la stessa merda.

punto due: il disco.
al loro decimo disco in studio i queensryche stupiscono ancora. stupiscono perché mostrano il loro lato più coinvolgente, quello emotivo ed oscuro che trovò il suo apice nel 1993 con il capolavoro "promised land" e ci dimostrano che sanno ancora far correre brividi lungo la spina dorsale dei loro fan.
fuori mike stone, le chitarre vengono interamente affidate a michael wilton, come già era avvenuto in "tribe", e il risultato è il disco più genuinamente queensryche che si sia sentito da "q2k" a oggi. spesso proprio il disco del '99 affiora nei pezzi, nelle strutture armoniche e nelle linee vocali, come nel primo bellissimo singolo "if i were king", epica e catchy allo stesso tempo.

ciò che fa più piacere constatare è come la nuova sinergia tate/slater continui a dare risultati sempre migliori come nell'incredibile "unafraid", la cui strofa viene "cantata" dai sample di interviste registrati da tate per poi aprirsi in un ritornello maestoso, o in "dead man's words", desertica e magnetica.
una verve ritrovata che non latita più e ci mostra un gruppo ancora in controllo dei propri mezzi, nonostante un lieve calo di tensione per le due ballate "remember me" e "home again", non a livello dei capolavori che le hanno precedute ma comunque profonde e toccanti.
la chiusura affidata a "the voice" non può che lasciare un senso di sollievo nel constatare che ancora una volta il combo di seattle non ha fallito e che l'alchimia tra i vari componenti non si è assolutamente arruginita.

punto tre: produzione e mix.
ovvero, le note dolenti. torna alla consolle kelly gray che partecipa anche alla stesura di alcuni pezzi come la perla "hunderd miles stare". ma il problema sta altrove. nello specifico, nessuno al mondo dovrebbe mai più far mixare un disco a kelly gray. dallo scempio compiuto su "enemies of reality" dei nevermore al pastrocchio afono degli slave to the system, tutti sappiamo le polemiche che si sono sempre innalzate nei confronti dell'ex chitarrista dei 'ryche che, anche questa volta, non si smentisce: la batteria sembra a tratti di cartone, la voce talvolta risulta fin troppo asciutta; ma quello che lascia decisamente perplessi è come nei momenti di maggior pienezza il suono si impasti ed arrivi addirittura a "clippare" facendo gracchiare deliziosamente le casse. gray è un macellaio che non dovrebbe mai più mettere mano ad un banco di mix. ma nonostante il suo impegno "american soldier" rimane una prova di grande vita e tensione artistica in casa queensryche e questo basta a renderci felici.

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