venerdì 22 luglio 2011

riverside, "second life syndrome"



i riverside sono uno dei fenomeni maggiori della ritrovata vena artistica polacca. un gruppo che non ha paura di sperimentare e non si vergogna di ammettere le proprie influenze esterne (talvolta, diciamolo, risulterebbe molto molto poco credibile), facendo foto session con i vari membri sfoggianti magliette di anathema, pain of salvation ed opeth. nonostante questa introduzione poco rassicurante, ci tengo a mettere subito in chiaro che il gruppo ha in realtà una sua personalità parecchio spiccata e le influenze vengono sempre rielaborate e filtrate attraverso un suono particolarissimo e molto oscuro, di pari passo con il concept dell'album. altro elemento a loro favore è il coraggio avuto nel debuttare un paio di anni fa con il primo capitolo di un concept diviso in una trilogia ("out of myself" era l'esordio, questo disco è il secondo capitolo, "rapid eye movement" è il terzo).

ma veniamo al dunque, "second life syndrome". la peculiarità dei quattro polacchi è sicuramente quella di suonare prog metal avendo bene in mente di non strafare, di non buttare lì virtuosismi tanto per, concentrandosi invece sul trasmettere emozioni con ogni nota suonata. fin dall’apertura con “after” questo risulta lampante: la voce di mariusz duda dipinge splendidi tratti morbidi ed oscuri allo stesso tempo, irresistibilmente malinconici e rassegnati, prima di lasciare il posto a “volte-face”, groovy e più diretta con varie strizzate d’occhio agli ultimi porupine tree soprattutto nelle costruzioni di chitarra. il resto del disco non è da meno. dalle melodie rassegnate in stile anathema (periodo “judgement”) di “conceiving you” e “i turned you down”, splendidamente costruite ad hoc per insinuarsi sottopelle e non andarsene più, agli scatti di violenza di “artificial smile”, sicuramente la più dura dell’album, passando per il più canonico prog strumentale di “reality dream III” è tutto un susseguirsi di emozioni dettate soprattutto dalla incredibile voce di duda, non particolarmente alta né tecnica se vogliamo, ma intrisa di un’emozionalità davvero rara, un’espressività particolare e personale che non può lasciare indifferenti. tutto questo culmina nel picco massimo rappresentato dalla title-track, ben quindici minuti che scivolano lievi sulla pelle come caldo velluto, con un ritornello che a stento vi farà trattenere dal cantarlo per sempre…

questo è “second life syndrome”, un disco intimo, da scoprire con calma nel tepore della propria camera, possibilmente in cuffia per apprezzare al meglio tutti i particolari che lo compongono. una volta che ci sarete riusciti non potrete più farne a meno.

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