venerdì 22 luglio 2011

queensryche, "rage for order"



andiamo per gradi. punto uno: era il 1986. i metallica facevano uscire "master of puppets". gli slayer assalivano il mondo con "Reign in blood". i napalm death iniziavano a scrivere "Scum". non si può certo dire che sia stato un anno povero per l'heavy metal.
punto due: non bastando tutto questo, i 5 Portatori della Sacra Luce di Seattle se ne uscirono con "Rage For Order", arrivando da "The warning", un disco sì valido ma ancora legato in molte parti a certi stilemi di metal classico, sebbene spesso riveduti e rigirati alla maniera dei Ryche (leggi NM156, Take Hold Of The Flame o Roads To Madness).

quello che lascia spiazzati di Rage For Order non è un unico aspetto, sono piuttosto tante sfaccettature che unite compongono un puzzle totalmente diverso da quello a cui i 5 avevano fin ad allora abituato il pubblico. a partire dalla (discutibile) immagine sul retro che ritrae Geoff & Co. in sfavillanti abiti futurista-brillantoso-glaciali (il primo che dice glam è morto) per giungere poi ai suoni del disco (produzione a cura di neil kernon), taglienti e penetranti, tutto riflette il cambiamento, l'evoluzione che da ora in avanti diventerà fil-rouge nella carriera dei Ryche.

punto tre, detto anche succo del discorso: l'apertura è di quelle da annali: una doppietta come walk in the shadows/i dream in infrared sono in pochi a potersela permettere, passando dalla maestosità dell'opener alla quasi claustrofobica e grigia paranoia del secondo pezzo. the wisper è la prima delle poche canzoni che nel disco risultano essere più nella media (insieme ad essa chemical youth e surgical strike), nonostante recentemente il gruppo l'abbia riesumata addirittura in apertura dei concerti. il resto del disco è Storia. da gonna get close to you, marcia e deviata (accompagnata da un video trashissimo e meraviglioso, asd), passando per la disperata the killing words (che insieme a i will remember farà la sua magniloquente figura nell'mtv unplugged del '92) non c'è un brano che non parli una lingua tutta sua, un linguaggio che il gruppo ha coniato solo per questo disco (cosa che continua ad avvenire per ogni loro uscita). disco che riserva i veri pezzi da cento(mila) per la seconda metà: esordio con neue regel, glaciale manifesto di una realtà distorta allo sfascio, la bellezza magnetica di london, con un geoff costantemente vicino ai picchi della sua espressività, ma soprattutto la chiusura con le due vere e proprie perle dell'album: prima screaming in digital, freddo, gelido cibernetico incubo di fusione tra uomini e macchine (qualcuno ha detto fear factory?) in cui un robot si ribella al suo creatore che non accetta il fatto che la sua creatura possa avere delle emozioni (o forse avete detto nevermore? o meshuggah?); poi la degna conclusione dell'incubo, il flebile torpore del risveglio insinuato da una i will remember distante e sperduta fra i suoi mille echi, rassegnato calare del sipario su "rage for order".

punto quattro: qualcosa di più di un semplice disco, semplicemente una pietra miliare che il tempo ha descritto come stella polare per più gruppi di quanti ce ne si possa aspettare. e alè, c'è anche la rima finale. amen.

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